Fusaro, il transgender e le fallacie logiche

Focus

Perché il pezzo del filosofo Diego Fusaro riguardo alla presunta “santificazione del transgender”, uscito su “Il Fatto Quotidiano”, non va preso sul serio

Atteggiamento sociale e sessuale che combina caratteristiche del genere maschile e di quello femminile, senza identificarsi interamente e definitivamente in nessuno dei due; anche come agg..

Questa la prima definizione da dizionario del termine transgender che possiamo trovare online. A livello mediatico, intorno alla questione si è sollevato l’ennesimo polverone dopo le battute (durante uno spettacolo) di Beppe Grillo: “I transgender sono donne col belino, o uomini che parlano tanto”. Sul sito de “Il Fatto Quotidiano” è comparso un articolo del filosofo Diego Fusaro, che prendendo spunto dalle polemiche generate in seguito alle freddure del comico genovese ha approfittato per chiarire il suo punto di vista.

È fondamentale secondo noi che le problematiche relative all’identità di genere vengano indagate attraverso la lente del pensiero filosofico, ma il pezzo di Fusaro è pieno di fallacie logiche e promotore di una visione che, attraverso un costante e fuorviante parallelismo tra transgenderismo e liberismo, propone una visione delle cose reazionaria e, in ultima istanza, non pensata. Abbiamo perciò analizzato l’articolo, che si intitola “Transgender, perché la nostra società li santifica“, mettendone in risalto errori logici e debolezze concettuali.

Il pezzo si apre subito con una generalizzazione indebita:

Perché l’ordine del discorso mediatico, televisivo, accademico e giornalistico ha scelto da tempo di santificare la figura del transgender?

È riscontrabile empiricamente il fatto che, al netto di una parte di opinione pubblica ricettiva e capace di affrontare il tema in modo scevro da preconcetti, ci sia una consistente parte di stampa e televisione che sceglie, più o meno consapevolmente, di trattare l’argomento facendo leva su stereotipi agitati come spauracchio per fomentare la paura della gente (prassi molto lontana dal “santificare”): “Chi osa anche solo dissentire dall’ideologia imperante del gender viene perseguito con determinazione, e a norma di legge. Al punto da rischiare di ritrovarsi la polizia sul pianerottolo di casa” si legge, per esempio, in questo articolo. È lampante quindi come Fusaro cominci il suo pezzo con una generalizzazione sbagliata, tipica fallacia che si verifica quando si trae una conclusione riguardante un’intera classe di oggetti a partire dalle informazioni su uno solo o su alcuni dei suoi componenti.

Subito dopo il filosofo scrive

Proprio come, sul côté economico, il liberismo aspira ad abbattere il limite politico statale, così, sul versante sessuale, mira a dissolvere il concetto stesso di limite naturale, dissolvendo l’idea di una natura non risolta integralmente nella società e nella storia. Il mito neoliberistico del transnazionale si ridispone, nell’ambito della sessualità, nell’elogio mediatico permanente della figura del transgender, ossia di colui che ha varcato ogni confine, ogni limite e ogni frontiera naturale, ogni residuo della tradizione storica.

La mossa filosoficamente indebita che Fusaro compie in questo paragrafo cade sotto la “fallacia della Falsa causa”, che si verifica quando si fa apparire per causa di un evento qualcosa che non lo è, oppure quando si attribuisce arbitrariamente una causa ad un evento senza aver considerato le alternative. Quando scrive infatti che il liberismo, sul versante sessuale, mira a dissolvere il concetto stesso di limite naturale, Fusaro attribuisce al liberismo qualcosa che, in primis, ha a che fare con l’individualità di ciascun essere umano. Come scrive un utente transgender in uno sfogo in calce all’articolo: “Faccio un commento di pancia senza riferimenti politici o ideologici: ma tutti questi intellettualoidi che lanciano sentenze di qua e di là, ma che cosa ne sanno di me, transessuale, che cosa c’entro io col capitalismo?”

Più avanti leggiamo: “Come il transnazionalismo liberista mira al mercato globale deregolamentato e libero da ogni sovranità nazionale democratica, così il transgenderismo eretto a modello mediatico si fonda sulla deregulation sessuale, sull’abbattimento di ogni limite e di ogni sovranità legati all’ambito della natura e della biologia.

Qui l’analogia è mal posta addirittura riguardo ai parametri della stessa tesi che Fusaro propone nell’articolo, cioè il parallelismo tra liberismo e transgendersimo. Infatti, se il primo mira a infrangere la sovranità nazionale, limitando, di fatto, il potere decisionale di milioni di individui, la deregulation sessuale di cui lui scrive abbatte sì la sovranità della natura e della biologia, ma lo fa affinché l’uomo riconquisti una capacità decisionale, oltre e nonostante la sovranità di queste istanze. Quindi analogia non sussiste, laddove si mette in relazione una restrizione di libertà individuale con un ampliamento di essa.

Fusaro continua ad argomentare: “Nel quadro del fiorire delle nuove categorie promosse dai gender studies(…) la vetusta eterosessualità viene rubricata a categoria tra le tante, nella completa rimozione della sua centralità ontologica per la riproduzione della razza umana

Qui si svela tutto il non-pensato di Fusaro, il quale suggerisce che alla radice del discorso ci sarebbe una centralità ontologica dell’eterosessualità per la riproduzione. Ma in che senso derubricare l’eterosessualità a categoria tra le tante implica rimuovere la centralità “ontologica” della sua funzione riproduttiva? Di nuovo, siamo di fronte a un non sequitur. Sembrerebbe che più che una centralità (termine che rivela connotazioni metodologiche più che qualitative) Fusaro evochi una superiorità: superiorità dell’etero dovuta al suo essere indispensabile per la fecondazione. Ma sostenere questa tesi significa automaticamente (e in modo sinistro) richiamare argomentazioni del tipo: “l’omosessualità non va bene perché è contro-natura”. Che la figura dell’etero sia centrale ontologicamente per la riproduzione non implica assolutamente un primato dell’eterosessualità sulle altre categorie della sessualità, che non possono essere “ontologicamente” penalizzate dal fatto di aver un legame più o meno diretto con la riproduzione.

Ma è nella conclusione finale che l’analisi filosofica di Fusaro ci appare completamente spuntata, addirittura marchiana nel suo essere errata:

Il corollario che ne discende, e che struttura la visione del mondo propria dell’ideologia genderista, è quello per cui, anche sul versante sessuale, tutto è illimitatamente possibile e, dunque, illimitatamente consumabile.

Questa è una gigantesca petizione di principio sotto forma di “fallacia dell’ignoratio elenchi” (o fallacia della conclusione sbagliata): le premesse sono usate per generare una conclusione diversa da quella che effettivamente ne dovrebbe seguire. Fusaro è talmente convinto del suo parallelismo libersimo/transgenderismo che arriva a sostenere l’uguaglianza tra possibile e consumabile. Cioè, secondo lui “illimitatamente possibile” vuol dire “illimitatamente consumabile.” E invece vuol dire che tutto è illimitatamente possibile, cioè che tutto potrebbe essere sì illimitatamente consumabile, ma anche illimitatamente inaccessible, non mercificabile, non consumabile. Quindi, vuol dire anche l’esatto contrario di ciò che sostiene il filosofo.

Il problema è che Fusaro ha voluto estendere forzosamente alcune categorie interpretative a un ambito di realtà che non si piega ad essere inquadrato attraverso quelle griglie. Nel far questo ha agito come un estensore seriale di principi fuorvianti: partendo da una teoria madre, elaborata ad hoc per una certa porzione del reale (l’economia, alcune dinamiche politiche e sociali) ha sconfinato in ambiti di realtà lontani da quelli di partenza, cominciando a girare a vuoto.

Nel ricordargli, con Jacques Lacan, che “la serie non è al principio del serio”, lo invitiamo a considerare che in questa sede, per confutarlo, è stato preso sul serio: ma che quando a prenderlo sul serio è chi non ha strumenti adatti di codifica, la sua divulgazione si approssima in maniera losca al dominio della pericolosità.

Vedi anche

Altri articoli