Ancora sangue a Gaza. Nessuna condanna dal Consiglio dell’Onu

Focus

Le Nazioni Unite chiedono un’inchiesta. Israele minaccia: “Se violenze continueranno colpiremo anche oltre la frontiera”

Sono 20 i palestinesi morti e un migliaio i feriti al confine tra Israele e la Striscia di Gaza: la Marcia del Ritorno, la protesta lungo la frontiera iniziata ieri in occasione dell’anniversario dell’esproprio delle terre arabe per creare lo Stato di Israele nel 1948, è stata un bagno di sangue.

E mentre continuano gli scontri con nuovi feriti, da Tel Aviv arriva la minaccia: “se la violenza continuerà lungo il confine di Gaza, Israele espanderà la sua reazione per colpire i militanti anche al di là della frontiera”, ha detto il portavoce militare, il generale Ronen Manelis.

Il segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres chiede “un’indagine indipendente e trasparente” sugli scontri, mentre i membri del Consiglio di sicurezza Onu sollecitano moderazione e riduzione delle tensioni da entrambe le parti. Consiglio che non ha deciso alcuna azione dopo l’incontro d’emergenza di ieri sera. L’ambasciatore palestinese Riyad Mansour si è detto deluso per la mancata condanna di quello che ha definito un “massacro orribile”. Per l’ambasciatore israeliano Danny Danon, invece, la comunità internazionale non dovrebbe essere coinvolta da cio’ che ha definito “un raduno di terrore violento e ben organizzato”. E nel frattempo Hamas annuncia settimane di proteste contro il blocco della frontiera.

I fatti

L’esercito israeliano ieri ha aperto il fuoco a più riprese con colpi di artiglieria, munizioni vere e proiettili di gomma vicino alla barriera di sicurezza davanti a cui hanno manifestato 17.000 palestinesi. Dalla folla sono stati lanciati sassi e bottiglie molotov verso i militari. Di primo mattino il colpo di un carro armato aveva ucciso un agricoltore palestinese di 27 anni che era entrato nella fascia di sicurezza istituita dalle forze armate israeliane. Successivamente è stato ucciso con un colpo allo stomaco un 25enne a est di Jabaliya, nel nord del territorio costiero e altri due (fra cui un 38enne) in punti diversi della frontiera. La maggior parte dei mille feriti sono stati causati da proiettili di gomma e gas lacrimogeni.

L’esercito israeliano ha precisato di aver preso di mira “i principali istigatori” delle proteste violente e ha ribadito che non verrà permesso a nessuno di violare la sovranità di Israele superando la barriera di sicurezza e per questo ha anche schierato un centinaio di tiratori scelti.

Le manifestazioni sono partite da sei punti dell’arido confine tra Gaza e Israele, lungo una cinquantina di chilometri: in particolare Rafah e Khan Younis nel sud, el-Bureij e Gaza City al centro, Jabalya nel nord. Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, ha arringato la folla assicurando che “è l’inizio del ritorno di tutti i palestinesi”. A partire da oggi e per sei settimane i palestinesi saranno impegnati nella cosiddetta Marcia del ritorno, che si apre con la Giornata della Terra per ricordare l’esproprio da parte del governo israeliano di terre di proprietà araba in Galilea, il 30 marzo 1976. Le proteste dureranno fino al 15 maggio, anniversario della fondazione di Israele, per i palestinesi “Nakba”, la catastrofe.

La protesta, che secondo gli organizzatori doveva essere pacifica, ha l’obiettivo di realizzare il “diritto al ritorno”, la richiesta palestinese che i discendenti dei rifugiati privati delle case nel 1948 possano ritornare alle proprietà della loro famiglia nei territori che attualmente appartengono a Israele. Israele è intenzionato a usare le maniere forti. Il ministro della Difesa, Avigdor Liberman, ha avvertito che qualsiasi palestinese che si avvicina alla barriera di sicurezza mette a repentaglio la propria vita. L’esercito ha dichiarato la zona “area militare interdetta”.

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