“La rivoluzione tecnologica non è nemica”

Focus

Un estratto in anteprima del nuovo libro dell’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni “La sfida Impopulista”

Al di là delle regole e delle crisi industriali, a gravare sul futuro è soprattutto la rivoluzione digitale. Il cui saldo, in termini di intensità e qualità del lavoro, è ancora da scoprire. Un recente rapporto di Microsoft sostiene che due terzi degli studenti di oggi faranno, da adulti, lavori che al momento non esistono. Come altre rivoluzioni tecnologiche, alla fine il digitale accrescerà le occasioni di lavoro per tutti? Oppure in questo caso la sostituzione di lavoro sarà talmente radicale e irreversibile da rendere incolmabile la distanza tra domanda e offerta se non attraverso una drammatica riduzione del tempo dedicato al lavoro?

Nel suo recente libro sul lavoro del futuro, Luca De Biase cita le parole di Keynes in un saggio del 1930. Rassicuranti: «La rapidità del cambiamento tecnico produce problemi difficili da risolvere. I Paesi che soffrono di più sono quelli che non sono all’avanguardia del progresso tecnico. Siamo colpiti da un nuovo malessere: la disoccupazione tecnologica causata dal fatto che scopriamo nuovi modi per risparmiare lavoro a una velocità superiore di quella alla quale scopriamo nuovi modi per impiegare lavoro. Ma è solo un disallineamento temporale».

La previsione rassicurante di Keynes vale ancora oggi? Purtroppo la tendenza «naturale» a usare le tecnologie per sostituire manodopera è tutt’altro che esaurita, e i tentativi di introdurre una Web tax europea, oltre che per ragioni di equità, anche per sostenere questa gigantesca transizione, finora si sono infranti sulla netta opposizione di Irlanda, Lussemburgo e Olanda.

«È la sfida principale, e più pericolosa, che i Paesi avanzati hanno di fronte» sostiene Ian Bremmer, il fondatore di Eurasia Group, «e ogni volta che parlo con il Ceo di una grande impresa sono più preoccupato: tutti hanno in mente sostituzioni di manodopera con tecnologie.»

Il digitale ha un effetto dirompente non solo sulla quantità di lavoro ma anche sul profilo delle mansioni intermedie: qualità e reddito si concentrano sulle fasce alte, gli esecutori sono sempre più numerosi e sempre meno qualificati. In mezzo, lo spazio per quello che era il classico «lavoro intellettuale» si riduce.

E non mi riferisco qui solo ai rider ma a intere filiere lavorative, un nuovo proletariato che qualcuno ha subito ribattezzato «cybertariato». A questo si aggiunge il boom del low cost, che scarica sulla condizione dei lavoratori i benefici che procura ai consumatori. Il fatto che a essere sacrificate come lavoratori siano spesso le medesime persone avvantaggiate dai consumi a basso costo non annulla l’impatto sociale che il degrado del lavoro comunque comporta. Non si tratta tuttavia di un processo di degrado ineluttabile.

Ha ragione Luca De Biase: «Gli umani, non la tecnologia, sono il problema e la soluzione. Non è sensato temere che le macchine vadano fuori controllo e rubino il lavoro agli uomini». Ma gli uomini «potrebbero progettare macchine al solo scopo di sostituire mestieri umani, senza comprendere l’effetto generale di quel che fanno. Il futuro non è un destino, è un progetto». In effetti, le potenzialità del digitale di nuova generazione potrebbero anche offrire lavoro di maggiore qualità e più tutelato. A condizione di accettarne la sfida, senza illudersi di poter applicare alla gigaeconomy le basi contrattuali dei metalmeccanici, piuttosto investendo sulla formazione permanente di chi lavora e scommettendo sulla possibilità che da tecnologie come la blockchain, capace di assicurare il massimo di personalizzazione ma anche di riservatezza dei dati, possano scaturire contratti di tipo nuovo.

I contratti «ibridi» di cui parla spesso proprio un segretario dei metalmeccanici, Marco Bentivogli della Fim; contratti «in cui una parte è più simile al lavoro subordinato, anch’essa con contenuti sempre nuovi, e una parte individuale in cui la persona è coinvolta con caratteristiche quasi simili al lavoro autonomo».

Non possiamo rimpiangere le nostre catene. Perché in effetti proprio quelle catene, che per Marx erano l’unica cosa che il proletariato avrebbe potuto perdere, diventano talvolta oggetto di rimpianto. Un po’ la mania di guardare sempre lo specchietto retrovisore, e un po’ la durezza della situazione presente del lavoro precario alimentano una vaga nostalgia della condizione storica del proletariato industriale. È un’assurdità da capovolgere.

Il superamento di quella condizione storica e l’avvento di condizioni lavorative flessibili e personalizzate – oltre che distribuite in una vita media che presto si avvicinerà alla soglia dei novant’anni – potrebbe essere una straordinaria conquista dell’era contemporanea. Non è solo inevitabile, può essere addirittura benvenuta.

A condizione che a questa nuova realtà venga adeguato il sistema formativo, che deve essere all’altezza della sfida posta dal lavoro di domani. E soprattutto che l’Italia tenga il passo nella corsa globale all’innovazione. Rischi e opportunità non sono infatti equamente distribuiti su scala planetaria.

L’economista Enrico Moretti, alcuni anni fa, ha descritto la nuova geografia del lavoro parlando di una «grande divergenza» tra le economie più competitive e dinamiche e le altre. Tutto dipende dalla capacità di attrarre capitale umano e imprese innovative. Queste ultime hanno una maggiore intensità di lavoro e una minore propensione a delocalizzare. «Più posti nell’assemblaggio in Cina e più impieghi nell’assistenza al cliente in India significano alla fine più lavoro in ricerca e sviluppo per i professionisti di compagnie high tech» è la conclusione di Moretti e altri studiosi.

Una conclusione valida non solo per la Silicon Valley o l’area di Seattle, ma anche per la realtà imprenditoriale italiana che, quanto a innovazione e apertura ai mercati globali, ha tutte le carte per competere. Facilitare questa capacità competitiva è stato l’obiettivo del nostro programma Imprese 4.0. Chi si ferma è perduto. Chi pensa di ottenere più lavoro e migliore qualità mettendo la nostra economia al riparo dai flussi globali ci porta dritti al disastro. Guardiamo piuttosto all’esempio di Sergio Marchionne e all’impasto di visione, fantasia e fatica con cui ha trasformato Fiat in un protagonista globale. Solo in un Paese aperto e competitivo diventa credibile lottare per migliori salari, più diritti e maggiore dignità.

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