Germania, Francia, Olanda: tre partite chiave del voto europeo

Focus

Gli occhi di tutti gli osservatori internazionali sono puntati, oltre che su Roma, anche su Berlino e Parigi. Ad Amsterdam gli elettori hanno già votato

E’ uno dei weekend più importanti e attesi della storia europea. Centinaia di milioni di elettori si riverseranno (o si sono già riversati) alle urne per decidere chi saranno i rappresentanti di ogni singolo Stato membro nel Parlamento di Strasburgo. La grande incognita, a livello continentale, è rappresentata dalla tenuta dei partiti europeisti, democratici e liberali, e, di contro quale sarà l’impatto dei nuovi partiti sovranisti e populisti. In questo senso, a giudicare dai sondaggi (che solo in Italia sono vietati nei quindici giorni precedenti al voto) la situazione differisce molto da Paese a Paese. In alcuni casi, come in Olanda e nel Regno Unito, gli elettori si sono già espressi. Sapremo tutto domenica sera, ma già adesso siamo in grado di analizzare alcune situazioni che potremmo considerare “chiave”, il cui esito sarà particolarmente significativo.

Olanda: sorpresa laburista, sovranisti si sgonfiano

Secondo gli exit poll diffusi dopo il voto nei Paesi Bassi, i laburisti (dopo la debacle delle ultime elezioni politiche) tornano ad essere il primo partito del Paese, probabilmente anche grazie al traino di Frans Timmermans, candidato alla presidenza della Commissione Europea per il Pse, che chiuderà stasera la sua campagna elettorale insieme a Nicola Zingaretti a Milano. In un elettorato storicamente frammentato come quello olandese, i populisti non hanno fatto presa, almeno non quanto si temesse. Fvd, il partito del nuovo (eccentrico) leader Thierry Baudet si sarebbero fermati, secondo le rilevazioni (l’ufficialità non si saprà fino a domenica sera) all’11%, conquistando così tre seggi al Parlamento europeo. Solo un seggio, o forse neppure quello, per il partito anti-immigrazione di Geert Wilders, grande amico di Salvini e Le Pen. Per i Laburisti previsti, accreditati del 18% dei voti, previsti cinque seggi. Quattro seggi a testa, invece, per Vvd (Alde) che sarebbe al 15%, e per Cda (Ppe) fermo al 12%. Per Carlo Calenda gli exit poll in Olanda sono un “segnale incoraggiante e fanno vedere quello che io dico da tanto tempo, cioè che populisti e sovranisti in Europa non conteranno assolutamente nulla. Quello che succederà è che se populisti e sovranisti prenderanno molti voti in Italia, l’Italia scivolerà dai grandi Paesi europei all’Ungheria e alla Polonia, e alla fine ci faremo male sul serio quando dovranno ammazzare il Paese di tasse”.

Germania: tutte le incognite di un Paese in transizione

Il voto europeo arriva in un momento particolare per la Germania. Dal punto di vista economico la locomotiva continentale negli ultimi anni ha rallentato ma i segnali per l’immediato futuro sono tornati ad essere incoraggianti. Dal punto di vista politico, invece, la situazione è di piena transizione. Angela Merkel – leader incontrastata per quasi quindici anni – è al capolinea della sua avventura politica. Nel 2021 ha già annunciato che non si ricandiderà alla guida del Paese. La sua erede è già stata designata e risponde al nome di Annagret Kramp-Karrenbauer. I socialdemocratici sono in piena crisi di identità, dissanguati elettoralmente da troppi anni passati da partner di minoranza in un governo a guida cristiano-democratica. Prosegue, di contro, l’avanzata delle forze considerate fino a qualche anno fa “minori” rispetto allo strapotere della due volkspartei. I Verdi sono in procinto di diventare il secondo partito del Paese, replicando quelli che sono stati gli ultimi voti a livello locale. L’europarlamentare Ska Keller, candidata alla presidenza della Commissione, ha già detto che quello di domenica “sarà un voto sul clima”, rischiando un clamoroso autogol con la proposta di “una tassa sull’anidride carbonica”, ma continuando a salire nei sondaggi. La Linke e i liberali di Fdp veleggiano intorno al 10%. Resta la grande incognita degli estremisti di destra di AfD (anch’essi grandi alleati di Salvini), che dovrebbero attestarsi intorno al 12% (perdendo non pochi voti rispetto alle ultime politiche).

Francia: un Paese spaccato a metà e la sfida Le Pen-Macron

La Francia è forse il Paese in cui si gioca la partita più significativa ed importante, lo Stato membro più in bilico tra la vocazione europeista e il qualunquismo della protesta anti-tutto. D’altronde stiamo parlando di un grande Paese fondatore dell’Unione, dilaniato dagli scontri interni, esplosi negli ultimi mesi con il fenomeno dei gilet gialli, che ha infiammato per diverse settimane le strade di Parigi e delle altre città francesi. Un bubbone che ultimamente sembra essersi sgonfiato (nonostante l’appoggio di alcune realtà internazionali tra cui il Movimento 5 Stelle) ma che ha lasciato sul terreno parecchi strascichi. Tanto che lo stesso Macron, nelle ultime settimane, sembra aver ridimensionato il suo iniziale feeling con la Germania e con Angela Merkel, per timore che potesse fargli perdere ulteriore consenso. Alla luce di tutto questo, a due giorni dal voto, la situazione sembra essersi cristallizzata in testa a testa tra il Rassemblement National di Marine Le Pen e La République En Marche del presidente Emmanuel Macron. Sarà importante, anche a livello simbolico, verificare chi arriverà primo tra i due. Dietro di loro (che viaggiano nei sondaggi tra il 24 e il 22 per cento) tutti gli altri, dalla destra repubblicana alla sinistra radicale di Jean-Luc Melenchon, dai Verdi a quel che resta del glorioso Partito Socialista, fino alla miriade di 34 liste che si presenteranno nell’unica grande circoscrizione nazionale che chiamerà al voto i cittadini francesi.

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