Germania anno zero

Focus

L’improvviso sgomento davanti alla eliminazione dal Mondiale di Russia e alle improvvise difficoltà politiche del governo di Angela Merkel

“Prendiamo la dote forse più celebre dei Tedeschi, quella che si indica con una parola difficilmente traducibile, Innerlichkeit, interiorità, cioè delicatezza, profondità d’animo, solitudine sognante, culto della natura, purissima austerità di pensiero e di coscienza, parola, insomma, nella quale si confondono tutti gli elementi della lirica sublime…”. Così disse forse il più grande tedesco del secolo scorso, Thomas Mann, in un suo celebre discorso: mettendo a fuoco, con il lirismo del poeta, ciò che noi italiani non diremmo, che cioè i tedeschi sognano e soffrono anche loro, austeramente, del naufragio dei sogni e dei bruschi risvegli dalla realtà.

Soffrono anche i tedeschi, sì. Un popolo che nel nostro immaginario è per definizione vincente (malgrado due guerre mondiali perdute), forte, organizzato, ricco, bello: eppure soffre, se il vento non lo aiuta. E il vento del Dio Pallone spira in senso imprevedibilmente contrario da ieri sera, da quando un uomo venuto dalla Corea del Sud – si chiama Kim Younngwon – ha beffato il grande Kroos e il grande Neuer segnando l’1 a 0, primo movimento di una Cavalcata delle Valchirie all’incontrario poi doppiato nel finale di partita da Son con il grande Neuer che poveraccio si era scapicollato in attacco lasciando la sua porta vuota.

Dopo 52 anni anche la Germania ha la sua Corea, anche se quella che depresse l’Italia di Mondino Fabbri era del Nord e questa è del Sud: quello che infilò Albertosi si chiamava Pak-Doo-Ik, era un dentista, e Italia-Corea, dopo Caporetto, divenne il simbolo ella disfatta italica. Ora tocca ai tedeschi restare tramortiti, e figuriamoci se noi italiani che in Russia manco ci siamo andati non li comprendiamo.

I loro giocatori, grandi nomi, sono apparsi un pochino usurati, la squadra irrimediabilmente vecchiotta, alla stregua di un Thomas Buddenbrook (e dai con Mann) che incanutendosi realizza che tutto attorno a sè va in malora, o alla recentissima costernazione di Habermas dinanzi all’insorgere del populismo e alla latitanza della sinistra, a partire dalla sua Germania o ancora al Michal Ende de La Storia infinita laddove si chiede “chi non ha mai versato, apertamente o in segreto, amare lacrime perché una storia meravigliosa era finita ed era venuto il momento di dire addio a tanti personaggi con i quali si erano vissute tante straordinarie avventure”.

Ecco allora che lo spirito tedesco, che in fondo è sempre romantico, avverte in queste ore lo sgomento dinanzi al duplice “scandalo” della eliminazione repentina dai Mondiali e della insorgente difficoltà del governo della Kanzlerin Merkel, in un quadro di possibile, incipiente crisi di quell’Europa della quale la Berlino unificata è bastione dal 1989, non appena andò in briciole il check point Charlie. Scoprire in una notte d’estate che la Nazione più forte improvvisamente non è tanto forte è un trauma secco per le menti e i cuori di Germania dal mare di Lubecca (siamo alla terza citazione di Mann) alla Baviera di questo signor Seehofer, il bavarese cui è stato affibbiato il nomignolo più infamante possibile: il Salvini tedesco.

Già, perché lo spettro che si aggira in quel grande Paese è lo spettro della destra, finanche della destra evocatrice del ventennale buio nella mente fondato sull’odio per gli ebrei, male antico che serpeggiava da tutte le parti tanto che il fondatore della socialdemocrazia tedesca (quella che oggi non sta tanto bene neanche lei), August Bebel, definiva con poche parole: “L’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli”. La Germania si è ammalata, dunque, ed è presto per sapere se si tratta di una febbriciattola passeggera o di qualcosa di più serio. Ma siccome non è gente che rompe il termometro per paura di conoscere la verità, si può star certi che prenderà le sue brave medicine e pure con una certa delicatezza e compostezza d’animo, perché romanticismo è disperazione ma anche riscossa.

 

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