I gesuiti: “Con il no a Aquarius negati i diritti umani universali”

Focus

Aver subito l’offensiva culturale di chi parla di ‘razza’, di ‘invasone’, di ‘crociere’ è stato un cedimento drammatico

La vicenda dell’ “Aquarius” , imbarcazione della Ong Sos Mediterranée accompagnata dalle navi “Dattilo” della Guardia costiera e dall’ “Orione” della Marina militare, tutte tre cariche di migranti sbarcate a Valencia, in Spagna, domenica 17 giugno, ha aperto in modo definitivo nel cuore del Mediterraneo la questione della tutela dei diritti umani come diritti fondamentali e universali. Non si tratta di un aspetto puramente teorico di fronte alla sempre evocata emergenza migranti. Lo spiega bene “Aggiornamenti sociali” rivista dei gesuiti impegnata da tempo nell’analisi e nel racconto della società italiana e della contemporaneità.

“La controversia sulla nave Aquarius – si legge sulla rivista – è molto più che un braccio di ferro sull’onere dell’accoglienza. Rifiutando l’approdo della nave, polemizzando con Malta e poi con la Francia e la Spagna, rilanciando l’allarme sugli sbarchi, il nostro governo sta promuovendo un’impostazione delle relazioni internazionali che guarda al passato. Sta riproponendo l’immagine di un mondo di confini nazionali almeno apparentemente blindati, di interessi nazionali contrapposti, di bandiere da issare e difendere. Un mondo in cui non c’è posto per i diritti umani universali, ma solo per quelli filtrati dalla sovranità nazionale o dai suoi simulacri”. In tal senso la propaganda salviniana, mutuata da quella dei leader della destra nazionalista di scuola ungherese, punta a un obiettivo preciso: imporre uno scambio del tipo: più sicurezza in cambio di una riduzione dello spazio in cui vengono applicati e riconosciuti i diritti umani; per questo la politica fondata sula paura e sul capro espiatorio – il migrante africano – è tanto necessaria al governo gialloverde: solo in una logica fondata sulla paura e sull’odio, sulla ricerca di ragioni ‘esterne’ per la crisi interna del Paese, è possibile procedere a una compressione degli spazi democratici.

E’ possibile rileggere alla luce degli eventi in corso anche l’allarme che un anno fa lanciò il Ministro degli Interni Marco Minniti circa un allarme per la tenuta democratica se non si fosse intervenuti sui flussi di profughi provenienti dalla Libia? In parte certamente sì. Le forze della reazione soffiavano sul fuoco già da allora avendo in mente un obiettivo preciso. E certo oggi il “codice di condotta”  per le ong introdotto da Minniti appare un provvedimento all’acqua di rose a confronto dell’aggressione selvaggia alle navi della solidarietà messa in campo dal governo italiano.

La riduzione dei flussi di migranti avvenuta con il governo Gentiloni è stata di certo un successo che però non ha dato i suoi frutti in termini di risultati culturali, politici e elettorali. Da parte del fronte di organizzazioni impegnate nell’accoglienza e la solidarietà del resto, la politica di Minniti venne fortemente criticata e paragonata forse con troppa fretta a quella leghista. E tuttavia quel contrasto era indice di un problema più ampio: la paura di perdere consenso infatti non è sempre una buona consigliera e in tal senso il dato più significativo è che mentre dall’altra parte – quella del sovranismo arrembante – si parlava di “taxi del mare” (Di Maio) e ora spudoratamente di “crociera” (Salvini) la sinistra democratica, il Pd, non hanno saputo mettere sul piatto della bilancia politica e diplomatica quei diritti umani che – verrebbe da dire – devono pesare tanto oro quanto valgono, ponendoli al centro in modo dirimente anche dei negoziati con istituzioni europee e governi, milizie, generali, o altre varie autorità dell’altra sponda del nostro mare.

Il tema migrazioni è certamente di una complessità non riducibile a formule magiche, e tuttavia le centinaia di migliaia di profughi provenienti dall’Africa sub-sahariana, al termine di “spaventosi esigli”, per dirla col poeta, incastrati nei campi libici, sottoposti a condizioni di vita disumane, ridotti in schiavitù, rappresentano una sfida tale da definire il ‘chi siamo’ politico della sinistra e, forse ancor di più, tracciano i confini veri di ciò che definiamo Europa. Aver subito l’offensiva culturale di chi parla di ‘razza’, di ‘invasone’, di ‘crociere’ – almeno nell’ultimo decennio – è stato un cedimento drammatico.

Si ricordi infine che l’Europa moderna nasce – o rinasce – con la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1789, il cui cammino fra guerre, rivoluzioni, distruzioni e ricostruzioni è proseguito fino ad arrivare alla Dichiarazione del 1948 promossa dalle Nazioni Unite e figlia di una storia drammatica (con il processo di Norimberga vengono codificati per la prima volta i “crimini contro l’umanità” e il “crimine di genocidio”). Oggi Salvini può parlare tranquillamente di “censimento dei rom” spostando così le responsabilità di eventuali fatti criminosi dal singolo – rom o meno che sia – a un intero gruppo etnico che appunto va censito perché sospetto in quanto tale. Siamo a un passo dalla fine dello stato di diritto.

D’altro canto, molti dei principi enunciati nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948, sono oggi alla base delle costituzioni democratiche più avanzate e nel frattempo il riconoscimento dell’universalità dei diritti ha compito enormi passi avanti includendo quelli sociali e allargando il campo dei diritti civili, in un percorso che evolve con il mutare delle società. E certo, sia detto en passant, che personalità e elettori della sinistra abbiano votato insieme a 5S e Lega nord per difendere la Costituzione contro il referendum promosso dal Pd, resta il segno di una incomprensione di fondo delle cose, di una incomunicabilità che stava certamente da entrambe le parti ma che, al di là di tutto, ha danneggiato profondamente la storia della democrazia italiana.

Tuttavia il tema centrale sul quale si può cominciare a riannodare un sentire comune è appunto quello del riconoscimento dei diritti fondamentali – che uniscono l’umanità europea e quella migrante nel nome della cittadinanza e non dell’etnia –  non come una forma di sentimentalismo astratto ma come obiettivo politico per riscrivere un pezzo per volta, in modo certo incompleto e  faticoso, un sistema di relazioni internazionali e una politica economica lungimirante verso i Paesi più poveri. Per questo diventa necessario pure investire sulla democrazia e la crescita dell’Africa. Solo così sarà possibile davvero disinnescare la bomba demografica del continente che entro il 2050 potrebbe veder raddoppiare la propria popolazione rispetto all’attuale raggiungendo i 2,5 miliardi (dati diffusi al G20 del 2017). Se i cambiamenti climatici, i conflitti, le crisi economiche, le fragilità istituzionali, l’attività predatoria delle classi dirigenti locali e quella di nazioni o gruppi multinazionali continueranno ad opprimere l’Africa, ben difficilmente lo scenario potrà mutare per quante motovedette possano pattugliare il Mediterraneo da un angolo all’altro.

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