Il giallo dell’azienda di Di Maio: Giggino è un prestanome?

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Nella storia di Di Maio e famiglia c’è una sfumatura che in pochi sono riusciti a cogliere

Nella torbida storia di abusivismo, lavoro a nero e affari di famiglia che vede coinvolto Luigi Di Maio e i suoi congiunti c’è una sfumatura che in pochi sono riusciti a cogliere che rappresenta il vulnus di questa ingarbugliata vicenda.

Il 28 novembre Luigi Di Maio scrive un post sul Blog delle Stelle: “Come promesso, pubblico i documenti che dimostrano l’assunzione nell’azienda di mio padre“. L’azienda di mio padre. Ecco sta tutta qua la questione. Ma facciamo un piccolo riepilogo.

La casa a Pomigliano d’Arco della famiglia Di Maio finisce sotto i riflettori: vengono scoperti 150 metri di abusi edilizi, poi condonati nel 2006.

Poi arriva il caso, sollevato dalle Iene, lavoro nero. L’azienda di famiglia, la Ardima Costruzioni, ora ereditata al 50% da Luigi Di Maio, è in causa con un vecchio dipendente che accusa di essere stato pagato in nero. l lavoratore punta il dito contro il suo ex capo: il padre del leader M5s non solo lo avrebbe pagato in nero per due anni ma, in occasione di un incidente, gli avrebbe chiesto di non dire che si era fatto male nel suo cantiere. La giustizia farà il suo corso, ma intanto altri dipendenti denunciano di aver ricevuto metà stipendio in contati per evadere il fisco.

Altro giro, altra corsa. L’azienda di famiglia ha sede su un terreno di proprietà Antonio Di Maio e della zia del vicepremier, dove è stata accertata la mancanza tra i dati catastali di quattro immobili su cinque. Parliamo ancora di abusivismo. La trasmissione degli atti è ora di competenza della Procura di Nola.

Luigi Di Maio si giustifica: pur essendo titolare per metà dell’azienda, lui dei lavoratori in nero non sapeva nulla. “I fatti denunciati riguardano un periodo in cui non ero socio dell’azienda”. E sottolinea:  “Mio padre ha fatto degli errori nella sua vita, e da questo comportamento prendo le distanze, ma resta sempre mio padre”.

Allora, facciamo un piccolo passo indietro. Di Maio per sua stessa ammissione parla della Ardima Costruzioni definendola “l’azienda di mio padre”. In realtà però ad essere amministratore era la madre. Che in quanto insegnante e dipendente pubblico  non avrebbe potuto ricoprire quel ruolo.  Per questo il padre decide di cedere l’azienda edile ai figli.

Ora facciamoci la giusta domanda. Come mai Di Maio senior, indicato dai lavoratori e dallo stesso vicepremier come dominus della Ardima Costruzioni, non aveva intestata a proprio nome la ditta?

Prima era della mamma. Poi dei figli. Che però non gestivano nulla. E nulla sapevano. Insomma hanno semplicemente fatto un prestito al papà. Gli hanno prestato il nome. Insomma è più che lecito domandarsi se fosse un modo per schermare la figura paterna. Magari mettendola al riparo da eventuali aggressioni patrimoniali.  Certo sarebbe il colmo. Un vicepremier e ministro del lavoro prestanome, ancora nessuno non lo aveva preso in considerazione. Ma la domanda che gli poniamo è proprio questa.

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