Così rendiamo onore a Giancarlo Siani

Focus

A Vico Equense il ricordo del giornalista del Mattino ucciso trentatré anni fa dalla camorra per il suo coraggio di cronista d’inchiesta

Ho partecipato a Vico Equense a un ricordo di Giancarlo Siani, il giornalista del Mattino ucciso trentatré anni fa dalla camorra per il suo coraggio di cronista d’inchiesta. Mi ha invitato Paolo, il fratello, che oggi è un apprezzatissimo deputato del Pd (il suo intervento in aula a favore dei vaccini, della scienza e della ragione pronunciato dieci giorni fa in aula è stato un esempio di rigore, serietà, capacità di persuasione). Paolo mi ha chiesto di partecipare a un dibattito sul mestiere di giornalista nei luoghi di criminalità, insieme a Paolo Borrometi, altro cronista che vive sotto scorta perché sotto il tiro delle mafie del ragusano e del siracusano; insieme a Geppino Fiorenza di Libera, anima anticamorra a Napoli.

Insieme al generale dei Carabinieri Sensales, oggi in pensione, allora coraggioso servitore dello Stato che capì subito quali fossero gli ambienti mandanti dell’omicidio di quel ragazzo di cui era diventato amico. E che toccò subito con mano come pezzi dello Stato collusi si adoperarono per depistare. E c’era Antonio Irlando, allora collega e amico carissimo di Giancarlo. Vico Equense, in questi giorni, ha fatto una cosa bella, intitolando a Giancarlo Siani una bella, centralissima piazza della cittadina, con una stele intensa ed emozionante. Lo ha fatto raccogliendo una petizione popolare, e questa decisione costituisce un modo per far vivere il sacrificio di Giancarlo, renderlo attuale e rinnovare il suo impegno. L’intitolazione è stata inaugurata questa mattina, alla presenza del Presidente della Camera Fico. Successivamente, anche i giornalisti del Mattino, hanno voluto rendere omaggio al loro collega Giancarlo, intitolandogli la sala della redazione nella nuova sede del giornale. Le manifestazioni continueranno in questi giorni con iniziative e dibattiti. Voglio ringraziare da Democratica Paolo, per avermi invitato. C’erano ragazzi, persone impegnate per un Paese civile e dove le regole non siano un optional. Insegnanti che si sforzano di formare giovani preparati anche a diventare cittadini. Ed è stata anche una occasione per riflettere su quanto sia difficile, necessario – e perciò da tutelare – il giornalismo d’inchiesta. Nel mondo, dove ogni anno vengono uccisi in media sessanta giornalisti. In tanti paesi, dove non si ammazzano, si fanno leggi liberticide, si applicano censure, intimidazioni, si incarcerano le voci libere. Non solo in Paesi dove dominano dittature, ma anche in altri dove vigono le “democrature”, dalla Turchia alla Russia di Putin. E l’Italia non fa eccezione.

Sono tanti, troppi (calcolabili in centinaia) i giornalisti che ricevono minacce e intimidazioni. Sei di questi vivono una vita blindata, sotto l’incubo di attentati e minacce di morte. E’ così perché c’è chi vorrebbe tappare loro la bocca, impedirgli di compiere il proprio dovere civile, di svolgere il proprio mestiere costituzionale che si sintetizza nel diritto all’informazione. Paolo Borrometi, dicevamo. E poi Roberto Saviano, cui il cinico ministro dell’Interno vorrebbe avere il pretesto per togliere la scorta. C’è Federica Angeli e la lista potrebbe continuare. Nel dibattito sono stati ricordati anche altri nomi di giornalisti che, come Giancarlo Siani, sono stati uccisi per le loro inchieste, per il loro lavoro. Peppino Impastato con la sua radio. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. E anche
Giulio Regeni. Si potrebbe continuare. Per questo, anche nel nome di Giancarlo, per far sì che queste celebrazioni aiutino a compiere concreti passi in avanti abbiamo ribadito l’impegno per far sì che la proposta di legge che come Pd abbiamo presentato per togliere la pena del carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa (eredità del regime fascista) e per contrastare quelle intimidazioni ai cronisti che avvengono attraverso lo strumento delle querele temerarie, venga calendarizzata e approvata dal Parlamento.

E’ una battaglia non facile, che però gode del sostegno della Fnsi, dell’Ordine dei Giornalisti, di tante associazioni. Quei ragazzi e quelle ragazze, che spesso in giornali locali, magari online, senza il sostegno di gruppi editoriali più solidi, senza studi legali alle spalle e che tuttavia ogni giorno provano a squarciare veli, a raccontare cose che si vorrebbero opacizzare e occultare, non possono, non debbono essere lasciati soli nell’affrontare le intimidazioni che si fanno attraverso querele temerarie e richieste di risarcimenti milionari. Chi le fa deve essere sanzionato e la legge può essere un efficace, primo deterrente. Nella scorsa legislatura la Politica – sì, i Governi Pd e il Parlamento, con il nostro traino – hanno dato segnali importanti in queste direzioni. Il reato di depistaggio non c’era, oggi esiste. Il nuovo Codice Antimafia e la riforma dei beni confiscati è un traguardo di grande
valore. Da applicare, non da snaturare. Così come la forte penalizzazione del voto di scambio politico-mafioso e tante altre leggi contro la corruzione, le mafie e la criminalità organizzata. Dobbiamo continuare a fare la nostra parte. Anche dall’opposizione. Il giornalismo d’inchiesta è un cardine della democrazia e della convivenza civile. Per questo, anche davanti al ricordo vivo di Giancarlo Siani, alla sua Mehari verde tornata a Vico dove Giancarlo andava a trovare Daniela, anche davanti a quei ragazzi, ci proveremo, insieme a Paolo e a tanti altri.

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