I giornali di oggi / Governo diviso tranne che sugli appalti: si torna all’epoca Berlusconi

Focus

Prime pagine su migranti, voucher e anti-corruzione: pronta una revisione delle norme con meno potere all’autorità anti-corruzione.

I temi divisivi interni al governo sono molti e i titoli in prima pagina dei quotidiani in edicola, lo testimoniano. Il prossimo vertice di Innsbruck e l’accoglienza dei migranti, nonché la loro redistribuzione nei paesi dell’Unione Europea, il decreto dignità e la proposta di facilitare l’erogazione dei voucher, le nomine governative sono alcuni degli argomenti che troviamo trattati oggi.
“Lavoro, il governo si divide”, titola a centro pagina il Corriere della Sera, che ha una grande foto dedicata alla crisi del governo britannico. Sui fatti inglesi, apre anche Il Manifesto: “Ribrexit” è il titolo sulla foto di copertina, mentre La Repubblica si occupa delle nuove regole sugli appalti: “Appalti, il piano del governo, via i controlli anticorruzione. Si torna al modello Berlusconi: più spazio ai privati, meno all’Anac”. La Stampa sceglie di aprire con il presidente del Consiglio: Conte: migranti, nuove regole in mare. “Nessuna divergenza con Salvini, il governo ha una sola linea, anche le missioni militari devono essere cambiate”. Argomento migranti anche per Il Messaggero, che intervista il ministro Salvini e titola così: «Bloccherò il rientro dei migranti». L’intervista. Salvini: «A Innsbruck diremo no agli sbarchi senza accordi sulla ridistribuzione». Palazzo Chigi: «Piano di aiuti a Tripoli». Ma le tv di Haftar fanno vedere il tricolore in fiamme.

 

Appalti: si torna all’epoca Berlusconi

“La corruzione non è più un’emergenza”: è l’incipit del servizio su Repubblica, firmato da Gianluca Di Feo e Claudio Tito, che costituisce l’apertura del quotidiano e il pezzo forte della giornata. Secondo il giornale esiste un piano del governo per rivedere tutta la normativa sugli appalti, scardinando di fatto le norme anti-corruzione e tornando al pre-Cantone, all’epoca Berlusconi insomma. “La priorità è sbloccare gli appalti pubblici. Liberarli dalle presunte pastoie burocratiche. E quindi rivedere alla radice il Codice degli appalti e anche il ruolo dell’Anac, l’Autorità presieduta da Raffaele Cantone. La nuova parola d’ordine del governo è liberalizzare e privatizzare. La normativa che ha garantito trasparenza nella assegnazione dei lavori pubblici è diventata un impaccio per la maggioranza giallo-verde. Bisogna tornare al modello della famigerata “Legge Obiettivo” del governo Berlusconi, che delegava ai privati tutte le scelte ed è stata poi archiviata proprio per la degenerazione che aveva prodotto, con opere sempre in ritardo e bustarelle a pioggia. (…) la squadra guidata da Giuseppe Conte ha fatto partire l’iter per modificare il cuore del Codice degli appalti. L’idea è quella di arrivare alla effettiva revisione entro quest’anno. Portando il provvedimento ad una approvazione parallela rispetto alla Legge di Bilancio 2019. (…) il governo è pronto ad abbattere anche alcuni capisaldi in passato condivisi da Lega e M5S al grido di “onestà, onestà”. La modifica propedeutica, infatti, riguarda l’Anac. Nelle proposte il suo ruolo viene ridotto drasticamente. Viene sottratta all’organismo pilotato da Cantone la possibilità di impugnare i bandi di gara e di stabilire le regole di vigilanza. Così come verrebbe ridimensionato il controllo sugli equi compensi e l’accreditamento delle imprese. Quasi tutta la vigilanza preventiva, insomma, verrebbe soppressa”.

 

Voucher, migranti, nomine: il governo diviso

Non poche le questioni che dividono, a volte aspramente, gli alleati di governo Lega e 5Stelle, mentre sembra assente il presidente del Consiglio Conte. Iniziamo dal decreto dignità: i quotidiani Il Giorno – La Nazione – Il Resto del Carlino titolano in prima pagina: “Tensione. Stop di Di Maio alla Lega: «Sui voucher non mollo»”. A pagina 9 l’articolo di Claudia Marim delinea le due posizioni opposte, quella di Di Maio e quella di Salvini: “Dignità, con tutte le sue controverse regole sui contratti a termine, non è neanche entrato in vigore che già si preannuncia battaglia in Parlamento. Non solo tra maggioranza e opposizione, ma anche tra 5 Stelle e Lega. Tanto che in serata, dopo aver aperto ai voucher nelle settimane passate, è direttamente il superministro Luigi Di Maio a bloccare di fatto la proposta del Carroccio di reintrodurre i voucher. «Se il tema deve essere reintrodotto per sfruttare di nuovo la gente – avvisa – troverà un argine, anzi un muro in cemento armato del Movimento 5 Stelle». (…) Dunque, il lavoro (ma è stallo anche sulle nomine Cdp, Rai e commissioni bicamerali) rischia di dividere Matteo Salvini e il capo politico dei 5 Stelle. Il numero uno leghista ha fatto finora buon viso a cattivo gioco: le imprese, soprattutto quelle del Nord, vedono come il fumo negli occhi la stretta sui contratti a termine”.

“Sul tema dei voucher – scrive a pagina 2 il Corriere della Sera – interviene anche il presidente dell’Inps, Tito Boeri, per prendere stavolta le posizioni della Lega. «I voucher possono essere uno strumento, anche perché abbiamo fatto passi avanti nella gestione» e le operazioni sono verificabili. In Italia «se si scopre l’abuso di uno strumento, si elimina lo strumento, non l’abuso», dice Boeri, che tuttavia ribadisce la sua contrarietà all’impianto del decreto dignità. «E un errore – dice – irrigidire il contratto a tempo indeterminato»”.

 

Come arginare Salvini

Dai voucher ai migranti. Il titolo di copertina del Fatto Quotidiano è esplicito: “Migranti e porti: asse fra Trenta e Moavero per arginare Salvini. Governo diviso. In vista del vertice di Innsbruck frizioni nella maggioranza”. L’articolo a pagina 3 è firmato da Luca De Carolis e descrive la manovra interna al governo per fermare il socio di minoranza, Salvini, il quale, però, la fa da padrone sin dall’inizio: “Il leader della Lega che gioca sempre a fare il premier annuncia e avverte. E soprattutto assicura: “Sui migranti il governo lavora e agisce con una voce sola, un conto è la forma e un conto è la sostanza”. Ma la forma è spesso l’involucro della sostanza. E allora il gelo con il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, la collega che domenica lo aveva accusato di “inseguire i titoli dei giornali”, è evidente. (…) E poi c’è il ministro degli Esteri, Enzo Moavero, che in conferenza stampa alla Farnesina scandisce: “Non c’è nessun rischio che l’Italia si sfili dalla missioni internazionali, non abbiamo nessuna intenzione di muoverci fuori del diritto internazionale”. Per poi aggiungere: “Noi non vogliamo solo bloccare le persone ma anche salvarle”. E sono stilettate contro Salvini e le sue parole di domenica. Ossia contro quel post scritto dopo Io sbarco a Messina sabato sera di 106 migranti portati da un pattugliatore della missione europea a guida italiana Eunavfor Med: “Giovedì porterò al tavolo europeo di Innsbruck con i ministri dell’Interno della Ue la richiesta di bloccare l’arrivo delle navi delle missioni internazionali”. E Trenta non aveva gradito, facendolo trapelare: “Quella è una missione europea di competenza della Difesa e degli Esteri, non degli Interni. E le sue regole di ingaggio si cambiano nelle sedi competenti, non a Innsbruck”. Facilissima traduzione, Salvini non metta bocca su temi che non sono i suoi”.

 

Linea dura o linea illegale?

Intanto Salvini, intervistato da Alberto Gentili sul Messaggero, annuncia: “La linea è bloccare in ogni modo il traffico degli esseri umani. Con le Ong siamo partiti. Ridefinire i contenuti delle missioni militari internazionali, che non possono raccogliere e scaricare tutto e tutti in Italia, sarà il prossimo passaggio inevitabile. Tra l’altro ho letto che anche a Bruxelles parlano di rivedere le regole dell’operazione Sophia”.
Anche il premier Conte, intervistato sulla Stampa da Andrea Malaguti, ribadisce il medesimo concetto: “Queste missioni si possono e si debbono rivedere, perché così come sono attualmente formulate contraddicono il principio di un’ Europa solidale, che noi intendiamo affermare anche in materia di immigrazione. (…) Alcuni aspetti di questa operazione internazionale andrebbero riformulati. Soprattutto per operare una redistribuzione dei migranti soccorsi in area Sar tra i vari paesi europei”.

Ma la linea dura del governo continua ad essere criticata da più parti. Il pm torinese Spataro avverte: non soccorrere i migranti è reato. Ecco la cronaca di Andrea Giambartolomei a pagina 3 del Fatto Quotidiano: “Esistono delle regole internazionali da rispettare e una parte della magistratura lo ricorda a Matteo Salvini. “Nessuno può vietare a un barcone di attraccare. La convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati prevede il diritto al non respingimento”. Lo ha ribadito ieri il procuratore di Torino Armando Spataro illustrando le linee guida con cui vuole aumentare la repressione dei reati connessi alla discriminazione etnica e religiosa e garantire la tutela dei diritti dei migranti. “Se un barcone arrivasse ai Murazzi sul Po e qualcuno impedisse a chi sta sopra di scendere, avvierei degli accertamenti”, ha detto il pm”.

 

Lega e 5 Stelle litigano sulle nomine

Un altro tema che dimostra il difficile matrimonio fra 5 Stelle e Lega, è quello dalle nomine attese in diversi posti chiave della pubblica amministrazione. Esemplare è il caso della Cassa Depositi e Prestiti. Per gestire la cassaforte del risparmio postale, il Carroccio vuole Sala, i grillini puntano su Scannapieco. Ecco come ce lo racconta su Repubblica, a pagina 21, Luca Pagni: “Per le nomine ai vertici della Cassa depositi e prestiti non è ancora stato raggiunto l’accordo politico tra Lega e Cinquestelle. La lista per il consiglio di amministrazione, per i componenti di parte pubblica, doveva essere presentata ieri sera, ma nonostante i tentativi non è stata trovata la quadra. (…) Il perché non sia per nulla facile raggiungere l’accordo è presto detto: Cassa depositi e prestiti è una società controllata all’82,5 per cento dal ministero del Tesoro e per il rimanente 17,5 per cento dalle Fondazioni bancarie. E proprio qui sta il nodo: le poltrone che contano – e sulle quali si misura il peso specifico politico dei duellanti – sono due, quella del presidente e quella dell’amministratore delegato. Ma i protagonisti che se le devono dividere sono tre: le Fondazioni bancarie, cui spetta per statuto il presidente, e i due partiti di governo che attraverso il Tesoro devono esprimere l’ad. È chiaro che sia la Lega sia i Cinquestelle hanno il loro candidato, ma è altrettanto evidente che uno dei due verrà bocciato. (…) Il ritardo nella presentazione della lista, come confermato da ambienti sia politici che economici, fa ritenere che i partiti della maggioranza ne approfittino anche per trovare accordi sulle prossime nomine, dal Copasir alle partecipate pubbliche, dalla Rai alle Ferrovie, fino alle autorità di vigilanza: si tratta di organismi indipendenti, ma pur sempre di nomina politica, a cominciare dall’Autorità per l’energia, la prima che dovrebbe andare in porto.

 

Salvini al Colle: Mattarella lo gela

I quotidiani danno conto anche dell’incontro che c’è stato fra il presidente della Repubblica e Salvini. Questo il resoconto che troviamo a pagina 3 del Messaggero: “Sergio Mattarella era stato chiaro nel definire le regole d’ingaggio: l’incontro con Matteo Salvini non avrebbe in alcun modo potuto riguardare la denuncia di un presunto complotto giudiziario «per far fuori la Lega» e avere come oggetto «valutazioni o considerazioni su decisioni della magistratura». E così è stato. Per mezz’ora Salvini è stato ricevuto dal capo dello Stato nelle vesti di vicepremier e ministro dell’Interno. E di «immigrazione, sicurezza, terrorismo, confisca dei beni mafiosi, Libia», ha parlato con il Presidente per quello che il leader leghista ha definito un colloquio «utile, positivo, costruttivo». In un solo momento Salvini ha provato a deviare l’incontro sulla sentenza della Cassazione che ha ordinato il sequestro di fondi per 49 milioni. Con un discorso è risuonato più o meno così: “Presidente, non chiedo il suo intervento sui giudici, ma sono molto preoccupato per il futuro. Se davvero verranno sequestrati tutti i conti correnti della Lega, il partito non potrà continuare a fare politica. E siamo la forza che più delle altre gode della fiducia degli italiani”. Insomma, Salvini ha manifestato le sue preoccupazioni per ciò che avverrà nei prossimi mesi, senza tornare a scandire accuse contro la sentenza della Cassazione. Non a caso il leader lumbard nel pomeriggio ha raccontato: «Quello che ci siamo detti rimane tra me e il presidente Mattarella. È stato un incontro proiettato nel futuro. Qualcuno guarda al passato, io e Mattarella abbiamo lavorato per il futuro con soddisfazione di entrambi».
Di certo c’è che il capo dello Stato ha lasciato cadere senza alcun commento la frase di Salvini. Perché il Presidente è molto attento alla divisione dei poteri e in alcun modo potrebbe intervenire sulla magistratura”.

 

Brexit, crisi sul modello italiano

Cosa sta succedendo oltre Manica? Il titolo in prima pagina della Stampa, “Theresa alle corde in una crisi all’italiana”, ci rimanda a pagina 13, all’analisi di Francesco Guerrera, direttore di Dow Jones Media Group in Europa. Eccone un estratto: “La Brexit ha spinto la Gran Bretagna al centro di una bufera molto «italiana»: un primo ministro che vacilla, nel mirino del proprio partito più che dell’opposizione, con un governo alle corde e una credibilità internazionale a brandelli. «Tutte cose in cui l’Italia è leader mondiale», mi ha detto un capitano d’industria britannico che si stava strappando gli ultimi capelli dopo l’ennesimo tentativo di suicidio politico della premier Theresa May. (…) Il primo ad abbandonare il veliero traballante della May è stato David Davis, ministro per la Brexit e veterana testa calda dell’euroscetticismo. Davis si è dimesso domenica notte sostenendo che l’approccio soft della May era una presa in giro della volontà popolare pro-Brexit.
L’uscita di Davis era mossa prevista ma il «Grande Strappo» è arrivato ieri pomeriggio quando l’istrionico ministro degli Esteri Boris Johnson ha annunciato le dimissioni. Fino a quel momento, Johnson, biondo, rotondo e un po’ volgare, era stato una figura tragicomica, a metà tra il giullare di corte e lo studente monello. Fu lui venerdì sera a dire, con stile non proprio anglosassone, che difendere il piano-Brexit della May era come «lucidare un pezzo di cacca». Per mesi, la May aveva tollerato attacchi come questi per perpetrare un atto di equilibrismo politico: tenersi vicina uno dei suoi più accaniti nemici. Non più. La decisione di lasciare uno dei ministeri più prestigiosi di Westminster ha trasformato Johnson nel leader degli euroscettici. Cosa succederà adesso? (…) La caduta della premier porterebbe quasi certamente a elezioni in cui i laburisti/ populisti di Jeremy Corbyn farebbero molto bene. Andare alle urne renderebbe impossibile un accordo con l’Ue sulla Brexit prima della scadenza di aprile del 2019, creando un enorme caos economico-finanziario. Il crollo della sterlina di ieri è solo il trailer del film dell’orrore della Brexit senza accordo. L’alternativa è esattamente il contrario: una May che esce rafforzata dagli ultimi travagli e che finalmente governa come vuole”.

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