I giornali di oggi / Berlusconi prova a recuperare Salvini

Focus
Berlusconi e Salvini a Trieste

Prime pagine divise su vari temi. In evidenza il voto su Orban: Berlusconi e Salvini insieme per una rinnovata intesa. In vista ci sono presidenza Rai ed elezioni amministrative

Non c’è un unico argomento che monopolizza le prime pagine dei quotidiani in edicola. Su Repubblica il tema principale è ‘mafia capitale’: “Su Roma le mani della mafia”. I giudici ribaltano la sentenza”. Anche Il Messaggero apre con lo stesso argomento: «Mondo di mezzo, era mafia». Ma pene ridotte, mentre a centro pagina, in bell’evidenza, c’è la riforma delle pensioni: Nuove pensioni, via a 62 anni. Pronta la riforma della Lega: quota 100 con 38 anni di contributi. La Stampa decide di dare importanza alla legge di bilancio e al reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia dei 5Stelle: Reddito di cittadinanza, Salvini ora frena e Di Maio evoca la crisi. Il leader grillino: assegno nella manovra o il governo avrà un problema. Anche il titolo di apertura del Corriere della Sera è sulla legge di bilancio: Tria, meno Irpef. M5S: stesse risorse a noi e alla Lega. Sul Corriere, come su altri quotidiani, grande evidenza al voto dell’Europarlamento: Orban spacca il Ppe e l’Italia.

Ci sono, poi, altri argomenti che trovano spazio ed evidenza nei quotidiani: la minaccia di Di Maio alla stampa che non si allinea al governo, la polizia che blocca a Venezia l’attrice Ottavia Piccolo perché indossava al collo un fazzoletto dell’Anpi, la proposta di legge firmata dal segretario Pd Martina per inserire ‘educazione alla cittadinanza’ come materia scolastica.

 

5 Stelle e Lega divisi a Strasburgo

Tutto un gioco di strategia, anche in vista delle elezioni europee: gli analisti politici sembrano sintetizzare così il voto opposto che pentastellati e leghisti hanno espresso al Parlamento Europeo sulle sanzioni all’Ungheria del premier Orban. Tommaso Labate ne scrive sul Corriere della Sera, a pagina 5:

(…) a conti fatti, il movimento guidato da un vicepremier sceglie la stessa strada del Partito democratico e annuncia il voto favorevole alle sanzioni; mentre il partito guidato dall’altro vicepremier torna idealmente ad accomodarsi sulle stesse sedie della coalizione di centrodestra e vota ovviamente contro.
Accanto a Berlusconi che, in nome dell’amicizia col premier ungherese (e non senza qualche mal di pancia all’interno del suo partito), tra l’ala ipereuropeista del Ppe e i sovranisti decide di schierarsi coi secondi.
La spaccatura gialloverde sulla collocazione in Europa, tra l’altro in un dossier così cruciale, è di quelle che restano agli atti. Per molto meno, i vecchi soci fondatori del Pd, nei primi Duemila, avevano litigato per anni. A Palazzo Chigi scatta «il dispositivo anticrisi», quel meccanismo mediatico rodato nei momenti di rottura più evidenti, che ormai sono all’ordine del giorno. Acqua sul fuoco, a più non posso. «Nessun problema coi Cinquestelle sul voto contro Orbàn, ognuno è libero di scegliere cosa fare. La Lega in Europa sceglie per la libertà», mette a verbale Matteo Salvini. «Il rapporto Sargentini (sullo stato di diritto in Ungheria, ndr) non è materia inserita nel contratto di governo M5S-Lega», scandisce l’eurodeputata pentastellata Laura Agea. (…)
Eppure, il «caso Orbàn» è destinato ad avere vita lunga. E a produrre, all’interno della maggioranza, degli effetti collaterali che vanno ben al di là delle decisioni che verranno prese in sede comunitaria sul governo ungherese. Tra i leghisti, per esempio, c’è chi continua a fare i conti con l’ipotesi che questo governo potrebbe non avere vita lunga.
«E non perché lo facciamo cadere noi, anzi. Ma perché presto, anche prima delle elezioni Europee, potrebbe essere il M5S a decidere di staccare la spina». A corroborare i presagi di una crisi di governo ci sono alcuni punti di domanda, per ora senza risposta. Che cosa succederebbe se nel voto su Orbàn, che balla sul filo, il sì dei Cinquestelle fosse decisivo per approvare le sanzioni? (…)
Di certo c’è che, nell’ottica dei salviniani, «la scelta dei grillini di votare contro Orbàn li mette per sempre fuori dal perimetro dei sovranisti». E questa scelta, alla lunga, non può che produrre il fatto che le campagne elettorali dei due partiti di maggioranza per le Europee, nella prossima primavera, saranno di diverso segno.

 

La sinistra italiana nell’Europa al tempo di Orban

Su Repubblica troviamo un editoriale di Roberto Esposito, docente di Filosofia teoretica alla Scuola Normale Superiore di Pisa, intitolato La tempesta sui valori dell’Europa. Ci sembra interessante proporne alcuni passi che chiamano direttamente in causa la sinistra italiana:

È opinione comune che nelle prossime elezioni europee si deciderà la sopravvivenza della sinistra e della stessa unità europea. In gioco non è solo la maggioranza che ha finora governato. Ma qualcosa di più che riguarda i valori. Già indebolito dall’America trumpiana, l’Occidente europeo appare stretto nella morsa tra l’autocrazia russa e la nuova internazionale sovranista di Orbàn e Salvini. (…)
In questo scenario drammatico, come accade quasi regolarmente, la sinistra europea si dimostra divisa. Nonostante l’evidente necessità di fare fronte comune contro la destra montante, prevalgono motivi di separazione.
Da una parte vi è uno schieramento nettamente europeista, che va da Macron a Tsipras, passando per Sànchez, finora appoggiato dalla stessa Merkel. Dall’altra, un secondo fronte, più radicale, che include Podemos in Spagna, Mélenchon in Francia e Varoufakis in Grecia, rafforzato da attori minori come il francese flamon e la portoghese Caterina Martins. Pur nella comune contrapposizione alla destra, è molto difficile che questi due fronti si uniscano in un progetto comune. Se ciò accade parzialmente in Spagna, dove Pablo Iglesias ha consentito la nascita del governo socialista di Sànchez, Mélenchon è il più fiero avversario di Macron e Varoufakis contrasta radicalmente Tsipras. (…)
E la sinistra italiana, quella che in qualche modo uscirà dal travaglio in corso? Con quale profilo si presenterà alle elezioni? Certo, dovrà elaborare una posizione autonoma. Ma non potrà evitare di allearsi a una delle due sinistre europee. A decidere, come spesso avviene in politica, sarà l’individuazione dell’avversario maggiore. Se questo sarà considerato il neoliberalismo, allora essa guarderà allo schieramento radicale. Se invece il nemico principale apparirà il sovranismo populista, la sinistra italiana non potrà che scegliere il fronte europeista repubblicano. Nel contesto attuale questa seconda opzione mi sembra l’unica che conservi qualche chance di vittoria.

 

Lega e Berlusconi, rinnovata intesa?

L’apertura del berlusconiano Giornale diretto da Sallusti è oggi diversa da quella di tutti gli altri quotidiani: Salvini: sto con Berlusconi. Il leghista: «Vicino un accordo per tenere insieme il centrodestra».

Nel richiamo in prima pagina si legge:

«A ore vedrò Berlusconi: c’è la possibilità di trovare un accordo sulla Rai. Se c’è coerenza si va fino in fondo: l’obiettivo è mantenere la coalizione di centrodestra che amministra tante regioni». Così Matteo Salvini ha annunciato l’imminente vertice con il Cavaliere. E con M5s sale la tensione.

E la ritrovata e rinnovata armonia fra il Cavaliere e il leader leghista, è commentata anche sul Sole 24 Ore, motivandola con il possibile accordo sulla presidenza Rai e sulle prossime elezioni amministrative:

Per Salvini l’intesa con Berlusconi potrebbe essere «non solo sulla Rai. Se c’è accordo si va fino in fondo», anche in vista delle prossime elezioni locali, e in particolare alle elezioni nelle Province autonome di Trento e Bolzano il 21 ottobre e poi al voto per le Regionali in Sardegna a inizio 2019.
Le trattative fra i partiti sono in corso in queste ore perché domani è prevista una seduta della commissione di Vigilanza sulla Rai.

Torniamo ora alle pagine del Giornale, dove, mentre si mette in evidenza il buon rapporto che sembra ricucito fra Berlusconi e Salvini, si va a far le pulci al governo gialloverde. E a tal proposito val la pena segnalare l’analisi che fa Laura Cesaretti, nell’articolo intitolato: Cambiano idea su tutto per non decidere niente. Dall’immigrazione ai vaccini, l’Ilva e il fisco: M5s e Lega si rimangiano le promesse elettorali e il contratto di governo. Eccone uno stralcio:

Prendete il caso Ilva (…) nella città del polo siderurgico, i grillini hanno incassato un’enormità di voti garantendo che avrebbero chiuso e raso al suolo l’acciaieria, riconvertendola in parco-giochi e provvedendo – non si sa bene come – a dar lavoro alle decine di migliaia di disoccupati così prodotti grazie – si legge nel mitologico «contratto di governo» a «green economy, energie rinnovabili, economia circolare». Tutta fuffa, ovviamente, ma a Taranto se le erano bevuta. E così, quando – dopo mille giravolte – Gigino Di Maio ha invece firmato l’accordo con ArcelorMittal già predisposto dal suo predecessore Calenda, i Cinque stelle locali hanno gridato al tradimento e assalito i parlamentari eletti in quel di Taranto. La stessa sorte, con ogni probabilità, la subiranno anche le promesse di bloccare Tap e Tav, non resta che attendere.
Sui vaccini, in compenso, i «contrordine compagni» sono stati talmente numerosi e ravvicinati che neppure la ministra della Sanità Giulia Grillo saprebbe dirvi se è attualmente in vigore l’obbligo, l’obbligo flessibile (spettacolare ossimoro che si avvicina alle «convergenze parallele» di morotea memoria), l’autocertificazione o il «fate un po’ come vi pare».

 

Era mafia

Tutti i quotidiani danno evidenza alla sentenza della Corte di Appello che ieri ha rovesciato il primo grado. Questo l’incipit del servizio di Valentina Errante sul Messaggero, a pagina 2:

L’esultanza degli imputati alla lettura del dispositivo della sentenza di primo grado, del luglio 2017, è un ricordo. Il secondo capitolo del processo simbolo della procura di Roma si chiude con un colpo di scena: il ribaltamento della sentenza che aveva ridotto a una semplice associazione a delinquere, anzi due, il “Mondo di mezzo” disegnato dai pm. Per la terza corte d’appello, presieduta da Claudio Tortora, l’organizzazione criminale capeggiata dal “Nero” Massimo Carminati, che insieme al “Rosso” Salvatore Buzzi, aveva messo in piedi una macchina per corrompere gli amministratori pubblici e gestire gli appalti di Roma, era un’associazione mafiosa. I sodali erano proprio quei politici e manager che la procura guidata da Giuseppe Pignatone aveva accusato di far parte dell’organizzazione. Si parte dal minimo edittale. Le pene vengono ricalcolate ma scendono. Carminati, assolto da tre capi di imputazione, ottiene uno sconto sui 20 anni del primo grado: adesso sono 14 anni e sei mesi, i 19 anni di Buzzi diventano 18 anni e quattro mesi.

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