I giornali di oggi / Allegramente verso il disastro

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Le dichiarazioni del governatore della BCE Mario Draghi sulle parole dei politici che danneggiano l’economia e quelle del commissario europeo Moscovici sui “piccoli Mussolini” che crescono in Europa, sono gli argomenti in prima pagina, insieme alle dimissioni del presidente di Consob Mario Nava

Le dichiarazioni del governatore della BCE Mario Draghi sulle parole dei politici che danneggiano l’economia e quelle del commissario europeo Moscovici sui “piccoli Mussolini” che crescono in Europa, sono gli argomenti in prima pagina sulla maggior parte dei giornali di oggi, insieme alle dimissioni del presidente di Consob Mario Nava.

Titola il Corriere della Sera: Scontro tra Europa e Italia. Moscoviti: vedo dei piccoli Mussolini. Salvini e Di Maio: frasi inaccettabili, mentre La Repubblica apre con Draghi: danni da parole governo. Consob, Nava lascia. M5S esulta. “Mi dimetto, i partiti non ci fanno lavorare”. Moscovici: l’Italia è il problema dell’Europa. La Stampa in prima pagina riporta: Bce, Draghi apre il caso Italia. Duro affondo: le parole del governo hanno fatto danni, il mio compito non è garantire gli esecutivi. L’ira di Salvini: gli italiani stiano col loro Paese. Cauto Di Maio che vuole il reddito di cittadinanza e Il Messaggero: Governo, il richiamo di Draghi. Il presidente Bce: «Le parole hanno fatto danni, tassi saliti per famiglie e imprese. Aspettiamo fatti». Moscovici: «L’Italia è un problema». Ed evoca i «piccoli Mussolini». Salvini: «Si sciacqui la bocca».

Diamo un’occhiata anche alle prime pagine dei quotidiani economici: Il Sole 24 Ore nel taglio alto titola Consob, Nava si dimette dopo cinque mesi, mentre l’apertura è Bce e Ue: ora sui conti dell’Italia servono fatti; MF- Milano Finanza apre con Consob decapitata, Nava lascia.

 

Il monito di Draghi

Le parole del governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi, con commenti ed analisi giornalistiche al seguito, occupano una parte non irrilevante delle pagine dei quotidiani.

Dalle pagine di Repubblica, il servizio di Tonia Mastrobuoni, corrispondente da Berlino:

Mario Draghi ha abbandonato ieri la sua proverbiale reticenza a parlare dell’Italia e ha ricordato che la cacofonia del governo sulla traiettoria dei conti ha già prodotto danni alle famiglie e alle imprese a causa della tensione sugli spread. E quello del presidente della Bce non sembra affatto un intervento casuale. Tanto è vero che Matteo Salvini ha replicato chiedendo che «gli italiani in Europa facciano gli interessi dell’Italia come fanno tutti gli altri Paesi, aiutino e consiglino e non critichino e basta».
Una risposta che dimostra ancora una volta l’ignoranza verso un’istituzione che senza la totale autonomia dagli interessi dei singoli paesi non avrebbe neanche un briciolo della potenza di fuoco che la Bce ha dimostrato di avere.
«Le parole» che provengono dall’Italia «sono cambiate molto spesso, negli ultimi mesi», ha sottolineato Draghi al termine del consiglio direttivo. «Ciò che aspettiamo sono i fatti. Quello principale è la legge di bilancio e la discussione che avverrà in parlamento. È allora che i risparmiatori, i mercati finanziari e gli investitori formuleranno il loro punto di vista». Ma – questo il messaggio di fondo del capo dei guardiani dell’euro – il pragmatismo di chi aspetta i documenti per giudicare il governo italiano non basta neanche più. «Purtroppo – è stato infatti l’affondo di Draghi – abbiamo già visto che le parole hanno già provocato alcuni danni».
La febbre da spread che affligge i rendimenti dei nostri bond da mesi costa: «I tassi di interesse sono saliti per famiglie e imprese». Dobbiamo ricordarci, ha concluso, che «il presidente del Consiglio italiano, il ministro dell’Economia e il ministro degli Esteri hanno detto che l’Italia rispetterà le regole».
(…) Purtroppo, per certi versi l’Italia sta cominciando ad assomigliare alla Grecia, nel breve ma disastroso frangente in cui Yanis Varoufakis riuscì a ricompattare l’intero continente attorno al suo rivale Schaeuble. Si mormora che al Consiglio europeo di giugno, uno degli interventi più duri contro Conte sia arrivato da Antonio Costa, premier socialista del Portogallo. Per paesi come il suo, faticosamente riemersi da una devastante crisi, l’idea che l’Italia possa distruggere la ripresa in atto e la stabilità riconquistata dell’euro, è inaccettabile. E non è una posizione rara, in Europa.

Dalla Stampa, ecco uno stralcio dell’articolo firmato da Alessandro Barbera che fa il punto su ciò che è accaduto:

Volendo fare una sintesi brutale, il senso è questo: cari Di Maio e Salvini, non sarò io a togliervi le castagne dal fuoco. A giudicare dalla durezza del messaggio – asciutto ma senza appello – la lunga pausa estiva e la lettura dei giornali devono aver indotto Mario Draghi ad accumulare un certo fastidio verso alcuni comportamenti del governo giallo-verde. «Le parole in questi mesi sono cambiate molte volte», dice in conferenza stampa dopo il consiglio dei governatori che ha lievemente ridotto le stime di crescita per l’intera area euro. Draghi lamenta la cacofonia delle voci, la sfida verbale alle regole europee senza cura per le conseguenze, le teorie circolate nella maggioranza a proposito delle presunte responsabilità della Bce nel mancato sostegno all’Italia in caso di nuova crisi finanziaria. Una crisi che, fa capire Draghi, il governo rischia di innescare senza alcun significativo atto di governo. Più o meno quel che accadde alla Grecia fra il 2015 e il 2016.

Sul Sole 24 Ore, va la pena di riportare le ultime righe dell’analisi di Donato Masciandaro, laddove si evidenzia il ruolo di BCE e l’importanza di politiche solide e disciplinate:

(…) senza l’indipendenza della banca centrale, ed in presenza di politiche economiche miopi, la valuta di un Paese rischia di andare a rotoli. Basta vedere quello che sta accadendo alla lira turca.
Sul premio a rischio può incidere l’incertezza. Draghi ha ricordato che i potenziali focolai di incertezza sono almeno tre: le politiche protezionistiche, la situazione di alcune economie emergenti, e la volatilità dei mercati finanziari, che è allo stesso tempo fonte autonoma e catalizzatore dell’incertezza.
Se aggiungiamo che le analisi empiriche segnalano che la percezione del rischio sui mercati finanziari internazionali è sempre più omogenea, l’indicazione è chiara: per tener sotto controllo il premio al rischio, occorre una politica di bilancio che sia disciplinata. Occorrono fatti, usando l’espressione di Draghi. Ma anche le parole pesano: il premio al rischio si alimenta, o si smorza, anche con le parole. Altrimenti si rischia di segare l’albero su cui si è seduti. Sarà arrivato il messaggio alla politica italiana?

 

Piccoli Mussolini crescono

Le parole di Moscovici, che già altre volte con le sue parole aveva offerto il destro a Salvini e ai 5 Stelle, finendo col dar loro una ribalta internazionale, anche stavolta hanno dato modo agli esponenti del governo gialloverde di attaccare l’Unione:

Da Bruxelles, per Repubblica Alberto D’Argenio scrive:

L’Europa segue con grande preoccupazione le tensioni nel governo italiano sulla manovra. A Bruxelles tifano Tria, sperano che riesca a resistere agli assalti di Luigi di Maio e tenere il deficit all’l,6% nel 2019. Un netto scostamento oltre a violare le regole dell’eurozona potrebbe provocare una tempesta sui mercati capace di gettare la moneta unica in una nuova e seria crisi.
«L’Italia è un problema per l’euro», le parole attribuite ieri dai media internazionali al commissario agli Affari economici Pierre Moscovici. Frase che centra il punto ma smentita dallo staff del politico francese, evidentemente preoccupato di non scaldare ulteriormente gli animi della politica nostrana.
(…) Moscovici ha parlato di «clima da anni ’30 anche se non dobbiamo esagerare, in giro
non c’è Hitler ma forse dei piccoli Mussolini». Tanto è bastato a scatenare la reazione dei vicepremier Di Maio: «Un atteggiamento insopportabile, non si devono permettere». E per Salvini il commissario «si deve sciacquare la bocca». Centra invece il punto il forzista Osvaldo Napoli, per il quale Moscivici «è in campagna elettorale». Traccia verosimile, ovviamente non sui conti, tema sul quale a Bruxelles non si scherza. Semmai sul versante politico (frase su Mussolini). Il 18 ottobre scadranno i termini per le candidature a frontman del Partito socialista europeo alle elezioni di maggio. Moscovici da mesi riflette se farsi avanti, sondando gli umori anche con uscite incisive.

Da Repubblica all’economico Sole 24 Ore che, nel servizio in terza pagina di Beda Romano e Gianni Trovati, sottolinea ancora una volta le reali preoccupazioni per l’andamento dell’economia italiana:

«Voglio essere preciso perché non voglio far pensare che ci siano due problemi, l’Italia e la Francia. C’è un problema che riguarda l’Italia. Ho parlato di Francia perché mi trovo in Francia e sono francese. È l’Italia sulla quale voglio innanzitutto concentrarmi».
Arrivate in contemporanea con l’attacco di Mario Draghi sui “danni da dichiarazione” e con la battaglia nel governo sui numeri della manovra, le parole pronunciate ieri a Parigi dal commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici hanno fatto impennare la temperatura del confronto con i vertici di M5S e Lega. (…) E nelle stesse ore, parlando alle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato, un’altra bestia nera della maggioranza gialloverde come il commissario al Bilancio Ue Oettinger ha ribadito che «l’Italia deve ricevere ogni anno 3-400 miliardi di euro dai propri creditori, quindi avete bisogno della fiducia delle imprese, delle banche e delle persone che vi danno i soldi».
Dopo aver mosso i mercati per mesi, l’incognita prolungata sui numeri della nostra finanza pubblica comincia insomma ad agitare davvero il confronto con l’Europa, seguendo la stessa faglia che divide Roma. Nelle parole di Moscovici, che è tornato a chiedere al governo Conte un bilancio credibile che rispetti le regole europee ed eviti di destabilizzare i mercati, torna infatti anche l’elogio del ministro dell’Economia Giovanni Tria, con cui «le relazioni sono molto costruttive e spero che resteranno tali».

 

Nava, l’esperto cacciato dal governo gialloverde

Sulla Stampa, nell’articolo firmato da Paolo Baroni a pagina 8, così sono raccontate le dimissioni di Nava da presidente Consob, la commissione nazionale per il controllo delle attività di Borsa:

Dopo due mesi di bombardamento continuo da parte dei due partiti di maggioranza, il presidente della Consob Mario Nava getta la spugna, si dimette dall’incarico e torna a Bruxelles. (…)
Questione esclusivamente «politica» ha fatto sapere l’interessato e non a caso 5 Stelle e Lega cantano subito vittoria, parlando di «grande successo della loro azione congiunta».
«Sono certo che il mio sacrificio personale rasserenerà gli animi, dimostrerà quanto tengo all’indipendenza di questa autorità al di là dei miei interessi personali e permetterà al governo di indicare un presidente con caratteristiche ad esso congeniali» ha commentato invece Nava.
Gli attacchi al presidente della Consob da parte di 5 Stelle e Lega, senza precedenti e inusitati se riferiti ad una delle massime autorità di controllo indipendente, sono iniziati già a fine 2017 al momento della designazione del nuovo presidente fatta dal governo Gentiloni. In particolare veniva messa in dubbio l’indipendenza e l’autonomia di Nava, che fino ad allora a Bruxelles ricopriva da anni alti incarichi, da ultimo alla Direzione generale finanze, e che rientrava in Italia utilizzando la formula del distacco restando quindi formalmente dipendente di Bruxelles. A metà luglio un nuovo affondo da parte di due deputati grillini della Commissione finanze; quindi nei giorni scorsi un nuovo attacco, questa volta da Strasburgo. (…) E così l’altro ieri è arrivato l’ennesimo affondo, con la richiesta ufficiale di dimissioni firmata questa volta dai capigruppo di 5 Stelle e Lega di Camera e Senato.

Molti i commenti sulle dimissioni, quello che scegliamo è di Sergio Bocconi sul Corriere della Sera, a pagina 6:

(…) probabilmente Mario Nava, nel presentare ieri le dimissioni da presidente della Consob, ha provato la solitudine del tecnico, nel nostro Paese una ricorrenza piuttosto che un’eccezione. Un paradosso perché in poco tempo (il passaggio da un governo a quello successivo) le qualità e le caratteristiche che gli sono state riconosciute alla nomina, 23 anni di lavoro a Bruxelles con incarichi che gli hanno consentito la costruzione di un curriculum di conoscitore esperto delle istituzioni finanziarie della Ue, si sono rovesciate sotto la forza delle pressioni politiche trasformandosi in un handicap.
L’impronta europeista l’aveva manifestata subito, nel presentarsi in gennaio in Commissione Finanze di Camera e Senato: «Non sarò un notaio. Voglio fare il presidente di una Consob che sia il motore del cambiamento dei mercati finanziari, che permetta ai mercati di funzionare». E aveva sottolineato, richiamandosi a presidenti del passato dell’authority come Luigi Spaventa e Tommaso Padoa-Schioppa, la necessità di dare prestigio anche internazionale all’istituzione, che dovrà avere un ruolo di maggiore importanza in sede europea.

 

Il commento / Prima della catastrofe, chi cerca di proteggere l’Italia

Il commento più appropriato alla giornata ci sembra quello di Claudio Tito su Repubblica, intitolato Da Bankitalia al Quirinale, la rete che ci protegge dai mercati. Eccone uno stralcio:

Una rete di protezione. Tessuta dai “reponsabili” del governo, dal Quirinale, dalla Banca d’Italia e dal presidente della Bce. Un paracadute “istituzionale” che ha cercato di mettere in sicurezza il Paese definito dal commissario europeo Moscovici «un problema per l’Eurozona». Da giugno scorso quel filo non ha mai allentato il tentativo di avvolgere l’Italia. Che proprio da tre mesi cammina lungo un crinale scivolosissimo. Il governo giallo-verde si muove infatti quasi sistematicamente tenendosi a un passo dal burrone. Come ha dimostrato l’andamento dello spread dei nostri titoli di Stato coni bund tedeschi in questi tre mesi, i mercati non si fidano dell’esecutivo.
Le parole pronunciate ieri da Mario Draghi a Francoforte sono allora l’ultimo segnale che quella “rete” è pronta ad attivarsi in tutti i momenti più difficili. Nella cena che tradizionalmente prepara la riunione del board Bce, il “caso Italia” è stato quindi trattato e discusso. In modo particolare ne hanno parlato lo stesso presidente della Bce e il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. I rapporti tra Draghi e Via Nazionale sono inevitabilmente assidui. Lo devono essere per una questione istituzionale. Ma da giugno il dialogo tra i due ha assunto un altro carattere. Di fatto Visco è diventato un vero e proprio trait d’union tra la Banca di Francoforte e l’esecutivo italiano.
Il “mediatore” che trasferisce ai “responsabili” della squadra di Conte i messaggi fondamentali. Alla vigilia della presentazione della nota di aggiornamento del Def, allora, non è un caso che Draghi abbia lanciato il suo avvertimento citando esplicitamente tre soli esponenti del governo: il ministro dell’Economia Tria, quello degli Esteri Moavero e il presidente del Consiglio Conte.
Il punto fondamentale è ormai abbastanza chiaro: l’Unione europea non si fida della maggioranza giallo-verde, non vede in Di Maio e Salvini due interlocutori credibili. E questo atteggiamento provoca delle ripercussioni sui mercati. Che possono essere attutite solo stendendo quella “rete”.

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