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Leghisti e grillini litigano su tutto: dal condono fiscale alle pensioni, dalle Olimpiadi alla Rai, dal reddito di cittadinanza alla flat tax

Prime pagine dei quotidiani in edicola sulle tensioni nella maggioranza gialloverde. Leghisti e grillini litigano su tutto: dal condono fiscale alle pensioni, dalle Olimpiadi alla Rai, dal reddito di cittadinanza alla flat tax.

Il «condono» divide il governo, titola il Corriere della Sera, e La Repubblica: Manovra, Genova, Olimpiadi, il governo non riesce a decidere, mentre La Stampa apre con Reddito di cittadinanza. La rabbia di Di Maio contro Tria e la Lega e Il Messaggero con Manovra, scontro sul condono.

 

Maggioranza divisa su tutto

Tommaso Ciriaco e Carmelo Lopapa descrivono su Repubblica, a pagina 3, quale sia la reale situazione all’interno della maggioranza: uno scontro continuo su tutto che si risolve, di volta in volta, solo con una divisione delle poltrone, dei posti di potere, che accontenti l’una e l’altra parte:

Le 21 già passate, Luigi Di Maio lascia il vertice di Palazzo Chigi infuriato. Manda due sms diretti alla chat dei ministri e dei big del Movimento. Convocazione immediata in un ristorante nel centro di Roma. C’è da processare il ministro dell’Economia.
(…) Non vogliono farci fare il reddito di cittadinanza, questa è la verità. Tria deve capirlo, altrimenti facciamo da soli». (…) «Ci giochiamo la nostra sopravvivenza», sintetizza il leader di Pomigliano. Ecco l’aria che si respira dalle parti di Palazzo Chigi, altro che unità d’intenti o collaborazione. Litigano praticamente su tutto, tra quelle quattro mura. Su quello che si può dire, come la manovra, il ponte di Genova e il bubbone delle Olimpiadi invernali del 2026. E sui dossier ancora coperti da un velo di riservatezza, per esempio la nomina dei nuovi vertici dei Servizi segreti.
(…) Litigano su tutto, quindi anche sulla ricostruzione del viadotto crollato a Genova. (…) Più che procedere spedito, il governo marcia vorace e diviso verso queste e altre nomine. E il Cencelli gialloverde sconta le divisioni tra grillini e leghisti (…)

 

Gli scontri nella maggioranza e le divergenze tra 5 Stelle e e Lega, ieri si sono in particolari concentrati sul condono e sulle pensioni minime. Ce lo spiega Mario Sensini sul Corriere della Sera, a pagina 2:

È durato quasi tre ore, e non è stato risolutivo, il vertice di governo sulla prossima legge di Bilancio. Il premier Giuseppe Conte, i due vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i titolari dell’Economia, Giovanni Tria e degli Affari Ue, Paolo Savona, torneranno a riunirsi nei prossimi giorni per mettere a punto i numeri della manovra, sui quali ancora non c’è accordo.
(…) Ma sulle cose da fare Lega e M5S continuano a duellare a distanza. La «pace fiscale» della Lega continua a creare imbarazzi tra i grillini, mentre nel Carroccio si punta il dito sul reddito di cittadinanza, che secondo Carlo Sibilia (M5S) dovrebbe partire se non a gennaio almeno a marzo del 2019, e l’adeguamento delle pensioni minime a 780 euro.
«ll M5S non voterà nessun condono. Non sto dicendo che la Lega voglia fare questo però, per quelli che sono i nostri valori, deve essere ben chiaro», dice Di Maio, sottolineando che «dobbiamo premiare le fasce deboli della popolazione non chi si è portato i soldi all’estero e vuole farli rientrare».
«Per tutte le definizioni internazionali, quando lo Stato cancella qualcosa che il contribuente deve pagare, è un condono» precisa l’economista Carlo Cottarelli (…)

 

Pericolo recessione

Nel retroscena, intitolato “Sono nel pallone”, che Antonio Signorini firma a pagina 3 del Giornale, si evidenzia come il cuore della questione sia, come sempre, quella dei soldi: per realizzare tutte le promesse elettorali di Lega e M5S ci sono solo 20 dei 40 miliardi necessari.

Attorno al tavolo di lavoro della prossima manovra si sono scontrate le linee dei due partiti di maggioranza e quella del dicastero di via XX settembre.
Le prime due caratterizzate da provvedimenti di bandiera. La Lega ha sostenuto le ragioni della riforma fiscale (partite Iva, Ires e contestuale pace fiscale) e delle pensioni, con la modifica radicale della legge Fornero. Il M5S, con il reddito di cittadinanza, a partire dall’innalzamento delle pensioni minime sulla soglia che i pentastellati hanno scelto come linea di trincea: 780 euro al mese. Un programma che vale nel complesso quasi 20 miliardi, senza contare le spese obbligate che la prossima legge di Bilancio ha ereditato, circa 15 miliardi tra aumenti Iva da evitare e altri impegni. (…) la manovra sfiora i 40 miliardi. Cifra che Tria è disposto a coprire solo a metà. In parte con la flessibilità concessa dalla Commissione europea e in parte con tagli alle spese che potrebbero arrivare a 5 miliardi. Tutto il resto è da trovare, ad esempio con interventi che rimodulano le risorse di alcuni istituti a sostegno della povertà e sulla previdenza. (…)
Il problema, oltre alla contabilità della legge di Bilancio, è la risposta dei mercati alle scelte del governo italiano. (…) Il governo è costretto a fare i conti con il rischio che in Italia torni la recessione. Ieri un altro indicatore negativo: l’export dell’Italia verso l’estero è calato de, 2,6% in luglio.

 

Olimpiadi, l’importante è non far vincere l’altro

Lo scontro nella maggioranza gialloverde non si ferma ai temi economici: Ilario Lombardo e Andrea Rossi, sulla Stampa a pagina 5, raccontano il travaglio della candidatura olimpica invernale:

(…) Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti (…) spera di farcela, anche ora che il Movimento 5 Stelle ha avviato su un binario morto il progetto di Olimpiadi invernali diffuse e condivise da tre città (Torino, Milano e Cortina). Mentre le potenziali avversarie si sfilano una dietro l’altra, quasi spalancandole la strada – ieri è toccato a Sapporo, Giappone -, l’Italia le sta tentando tutte per azzoppare la sua rincorsa: (…) lo scontro ora si è trasferito a Palazzo Chigi e coinvolge le due anime del governo. Da ieri il velo è squarciato: il Movimento 5 Stelle non vuole i Giochi o, almeno, non questa formula che Luigi Di Maio teme non sia «sostenibile». Preferirebbe usare i 600 milioni che il governo dovrebbe accantonare ora per allargare le maglie del reddito di cittadinanza. Il destino dell’avventura olimpica da ieri è dunque uno dei tanti fronti di trattativa.
Non che Matteo Salvini sia particolarmente entusiasta, ma Giorgetti e soprattutto i governatori di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia, spingono per il sì. (…)

La lettera del sindaco di Milano Sala a Giorgetti ha scoperchiato la pentola a pressione delle tensioni fra alleati di governo:

Toni morbidi ma posizioni rigide: Milano rivendica il ruolo di capofila rispetto a Torino e Cortina, nei fatti e perfino nel logo della candidatura. Considera l’ipotesi a tre un pasticcio, insiste nel ritenere che Milano, «più conosciuta a livello internazionale», debba essere in rilievo. (…) Sala, non a caso, ricorda di lavorare al progetto olimpico da un anno e mezzo: Milano era la prescelta dal Comitato olimpico, che poi si è dovuto piegare ai diktat politici includendo anche la Cinque stelle Torino e la leghista Cortina. (…)
È la sortita di Sala – per evidenti ragioni politiche – ad armare l’attacco dei Cinquestelle. Il Movimento rifila un colpo alle Olimpiadi additando a colpevole il sindaco di Milano, l’unico amministratore del Pd alla guida di una grande città. Per la Lega è un indizio: da giorni Giorgetti aveva annusato le perplessità dei grillini, intuendo che avrebbero potuto lavorare per boicottare le Olimpiadi alla prima occasione, aprendo – tra le altre cose una via di fuga ad Appendino.
Giorgetti parlerà oggi in commissione Istruzione al Senato (…) Lo scontro – l’ennesimo – è dietro l’angolo. Con un dettaglio non trascurabile: entro domani andrebbe deciso il da farsi, il Comitato olimpico internazionale aspetta una risposta.

 

Rai, Foa val bene una messa

Mario Ajello sul Messagero evidenzia come i 5Stelle

vorrebbero che Marcello Foa passasse come presidente della Rai, ma senza un accordo esplicito con Forza Italia e senza garanzie di alcun tipo per Berlusconi. Perciò di fronte alla trattativa cominciata nella cena di Arcore tra Salvini e il Cavaliere (…) Di Maio convoca i suoi a Palazzo Chigi, e da quella che ormai è una war room contro lo strapotere leghista parte il grido della purezza per rassicurare la pancia grillina: «Berlusconi non metterà mai le mani sulla Rai!».
(…) «Basta perdite di tempo – è lo sfogo del vicepremier M5S ormai impegnato a minare le strategie di Salvini – e se salta Foa ce ne faremo una ragione».
(…) Intanto, siamo alle minacce nel corpo a corpo M5S-Lega. Come quella del capogruppo grillino alla Camera, Francesco D’Uva: «La visita di Salvini ad Arcore? Sicuramente avrà informato i suoi commensali, compreso Antonio Tajani, che che introdurremo il reddito di cittadinanza, taglieremo le pensioni d’oro, e approveremo la legge anti-corruzione». Le bandiere identitarie M5S tornano a sventolare, per risalire dal baratro dei sondaggi e dalla debolezza politica evidente, e quella dell’anti-berlusconismo hard non poteva mancare.

È Ugo Magri sulla Stampa, a pagina 4, a rivelare alcuni retroscena della cena di Arcore:

(…) filtrano gustose ricostruzioni dell’ultima cena ad Arcore. Per prima cosa, e quasi a bruciapelo, Berlusconi ha chiesto: «Cos’è questa storia dei tetti alla pubblicità» di cui parlano i Cinquestelle per colpire le sue tivù. E Salvini, secondo alcuni presenti, avrebbe risposto che sono solo sbruffonate (o un termine che suona molto simile), tirate fuori apposta per mettere in difficoltà la Lega. Ma «i tetti alla pubblicità fanno parte del Contratto di governo? No. E allora», avrebbe sorriso Matteo rassicurante, «non perdiamoci altro tempo».
Incoraggiato dalla risposta, si narra che Silvio abbia formulato la domanda delle cento pistole: «Quando è che voi della Lega staccherete la spina al governo?». Proprio quello che pure Di Maio vorrebbe sapere. E qui, nell’ottica grillina, Matteo sarebbe stato abbastanza leale. Facendo capire al Cav che di crisi non se ne parla, tra l’altro mancherebbe un pretesto. Conte andrà avanti perlomeno fino alle prossime elezioni Europee, dopodiché vai a sapere quali scenari si apriranno, impossibile ragionare di qui ad allora.

 

La sceneggiata

Marcello Sorgi, nell’editoriale pubblicato dalla Stampa a pagina 3, sottolinea come quella di Di Maio e Salvini appaia come una consapevole ‘sceneggiata’, allestita per giustificarsi con i propri elettorati di ciò che ben difficilmente si farà: mantenere le promesse elettorali. Ecco come ne scrive l’ex direttore del quotidiano torinese:

(…) Salvini e Di Maio (più il primo che il secondo) stanno cominciando ad acquisire, della nocività, in materia economica, dei loro proclami, che fin qui hanno provocato rialzi di spread e degli interessi dei titoli pubblici (…)
Continuare a farsi del male da soli non serve, ma i due non possono neppure alzare bandiera bianca prima di aver tentato, o finto, di combattere le loro battaglie. Questo è il punto: non sono inconciliabili solo il reddito di cittadinanza, che richiede un aggravio della spesa pubblica, e il taglio delle tasse, che richiede un alleggerimento della stessa. Lo sono anche la riforma della legge Fornero (…) e l’innalzamento delle pensioni minime (…) il condono, o la pace fiscale, che sono ovviamente la stessa cosa (…) La sceneggiata andrà avanti ancora per qualche giorno, occorre pazienza. Fin quando i due potranno/dovranno dire: ce l’abbiamo messa tutta, ma più di così non si poteva.

 

Si attaccano a vicenda, ma chi crolla è l’Italia

Il commento sul Sole 24 Ore di Lina Palmerini ci consente di comprendere meglio su cosa e perché si stia combattendo questa guerra tra leghisti e grillini, fatta anche di avvisi, di sorrisi, di stop and go, di prese di posizioni contrastanti:

Quello che colpiva a poche ore dall’inizio del vertice sulla legge di bilancio era la grande ansia dei 5 Stelle di piantare chiari paletti contro la Lega. È stato Luigi Di Maio, per primo, a sbarrare la strada a un «condono fiscale» – che pure il progetto leghista evoca – mentre ha ingranato la marcia sulle «pensioni di cittadinanza» che invece erano state bocciate da uno degli uomini più ascoltati da Salvini (…) Insomma, era evidente la necessità per il vicepremier grillino di fissare almeno due bandiere prima che il summit della serata cominciasse.
E non sfugge quale sia la ragione: la pressione interna a cui è sottoposto dal suo Movimento per aver concesso troppo al leader leghista che intanto fa accordi con Silvio Berlusconi.
Quella visita al Cavaliere fatta proprio alla vigilia della riunione a Palazzo Chigi ha messo altro veleno negli ambienti grillini, sempre più agitati dai risultati dei sondaggi che continuano a registrare un lento sgocciolamento dei 5 Stelle a favore di una crescita della Lega.

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