I giornali di oggi / Lavoro, legittima difesa, nomine: tutte le grane del governo

Focus

Prime pagine sui molti problemi aperti che dividono le forze di maggioranza.

Oggi le aperture dei quotidiani si diversificano e toccano vari argomenti. Ci sono le forti critiche di Confindustria al cosiddetto decreto dignità, ad esempio il Corriere della Sera apre con ‘Scontro tra Di Maio e gli industriali’, ci sono i contrasti nella maggioranza sulle nomine e sulla legittima difesa (è l’apertura di Repubblica: ‘Nomine, lite continua Lega-M5S. Salta l’intesa sulla Cassa di Stato. Ex giornalista Mediaset alla Vigilanza Rai. Sulla legittima difesa Bonafede frena Salvini: “Bisogna approfondire”), ci sono le vicende dei migranti che costituiscono l’apertura del quotidiano della Cei Avvenire (Parole e naufragi. Ancora giallo sulla donna e il bimbo lasciati in mare. Bonafede e Moavero: porti libici non sicuri. Mattarella: l’accoglienza è valore chiave), ma ci sono anche nuovi temi, come il progetto del ministro dei Trasporti Toninelli sulla nazionalizzazione di Alitalia (è l’apertura della Stampa: “Alitalia sarà italiana”. La svolta nazionalista del governo giallo-verde. Toninelli: vogliamo il 51%. Si studia il coinvolgimento di Cdp e Ferrovie) oppure la grossa multa stabilita dalla Commissione Europea per Google (aprono così sia Il Sole 24 Ore sia Il Manifesto). Intanto, la notizia pubblicata in esclusiva dal Giornale della nomina da parte del ministro Di Maio di una attivista 5 Stelle ai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, ha preso piede anche su altre testate e oggi ne scrivono anche Il Messaggero, Il Tempo, Corriere della Sera, Il Mattino.

Nei ritagli di stampa di stamattina approfondiamo tre temi: lo scontro governo-Confindustria, le nomine e il caso della segretaria di Di Maio.

 

Confindustria vs Di Maio

Dal Corriere della Sera, a pagina 2, prendiamo un estratto dell’articolo di Marco Galluzzo che ci inquadra la situazione:

«Ci saranno meno investimenti, meno crescita, meno posti di lavoro». La sintesi di Confindustria, sul decreto legge del governo, di fatto l’unico finora varato, non poteva essere più critica. Se ne fa carico, in Parlamento, il direttore generale dell’associazione degli imprenditori, Marcella Panucci. (…) Confindustria dice che «gli obiettivi sono condivisibili», ma sono sbagliati gli strumenti, scelte che rendono «più incerto e imprevedibile il quadro delle regole», che rischiano di costituire «brusche retromarce sui processi di riforma avviati», e che si auspica siano affiancate da «alcuni correttivi» durante l’iter di approvazione parlamentare. La reazione del vicepremier Luigi Di Maio, che ha fortemente voluto il provvedimento, è immediata e altrettanto dura: «La Confindustria fa terrorismo psicologico per impedirci di cambiare».

Sul Tempo, a pagina 11, Tommaso Carta entra nello specifico dei numeri:

Nello specifico, nel mirino è finita la decisione di introdurre le causali per il rinnovo dei contratti a tempo determinato già dopo i primi 12 mesi di impiego. «Il ritorno delle causali – ha sostenuto l’associazione – comporterà un aumento del contenzioso, che le riforme degli anni scorsi avevano contribuito ad abbattere (le cause di lavoro sui contratti a termine sono passate da oltre 8mila nel 2012 a 1.250 nel 2016)». «Il fatto che per contratti tra i 12 e i 24 mesi sia richiesto alle imprese di indicare le condizioni del prolungamento, esponendole all’imprevedibilità di un’eventuale contenzioso, finisce nei fatti per limitare a 12 mesi la durata ordinaria del contratto a tempo determinato, generando potenziali effetti negativi sull’occupazione oltre quelli stimati nella Relazione tecnica al Decreto (in cui si fa riferimento a un abbassamento della durata da 36 a 24 mesi)». E cioè oltre la stima della «discordia» dell’Inps che parlava di ottomila posti in meno l’anno.

Giusy Franzese, in un approfondimento sul tema pubblicato dal Messaggero in seconda pagina, aggiunge dettagli e un’altra inquietante previsione negativa sul decreto dignità:

Nella vicenda specifica c’è una difficoltà in più: il database del Ministero del Lavoro sulle comunicazioni obbligatorie, raccoglie i dati sulle accensioni dei contratti a termine, non sui rinnovi e sulle proroghe. Nel 2017 ne sono stati stipulati un numero abnorme: circa nove milioni. Ma in questa cifra ci sono anche quelli di un solo giorno o di una settimana. E poi bisogna togliere dal totale quelli della Pubblica amministrazione, dell’agricoltura, in somministrazione.
Al termine di un complesso calcolo – che l’economista Marco Leonardi, ex consigliere economico di Palazzo Chigi, fornirà oggi in audizione in Parlamento – si arriva a una stima di 280.000 contratti a termine che hanno superato i 12 mesi di durata ma non i 24 mesi, e che sono in scadenza. Se invece si seguono i calcoli di “Veneto Lavoro”, l’unico ente che elabora i dati dell’intera regione con accensioni e rinnovi e proroghe, proiettandoli a livello nazionale la cifra sale a 360.000. Saranno tutti rinnovati o per paura di contenziosi legali sulle causali una parte rimarrà a casa? E in che percentuale?
Non lo sa nessuno. Anche perché c’è anche un’altra ipotesi: alcune aziende potrebbero decidere di non rinnovare il contratto a Tizio oltre i primi 12 mesi, ma farne uno nuovo a Caio sotto l’anno (senza causali). Per le statistiche il saldo sarà zero, per Tizio la vita sarà ancora più precaria. L’opposto dei desiderata del governo.

 

Nomine e poltrone: lotte interne Lega-5Stelle

Se le nomine su Rai e Copasir sono state fatte, è grazie a quello che qualche quotidiano definisce ‘accordone’ tra maggioranza e opposizione. Quasi tutte le testate, però, mettono evidenza l’elezione alla presidenza della commissione di vigilanza Rai di un uomo Mediaset, fidatissimo del Cavaliere. Ne dà conto Avvenire:

Comincia a prendere forma il nuovo volto della Rai con l’elezione dei quattro consiglieri di amministrazione di nomina parlamentare, avvenuta ieri alla Camera e al Senato. Mentre fa discutere l’elezione alla presidenza della Commissione di Vigilanza sul sistema radiotelevisivo di Alberto Barachini. Il senatore forzista, infatti, è un ex giornalista di Mediaset e da tempo cura i rapporti con i media di Silvio Berlusconi soprattutto sui social network.

Tagliente il commento di Sebastiano Messina sulla prima pagina di Repubblica, intitolato ‘Berlusconi a viale Mazzini’:

Eleggere alla presidenza della Vigilanza Rai un ex giornalista di Mediaset, anzi un uomo dello staff di Silvio Berlusconi, è come incaricare un ultrà della Lazio di sorvegliare i lavori dello stadio della Roma, o come affidare a Trenitalia il controllo dei bilanci di Italo. Anche chi si è laureato all’Università della Vita capisce che c’è qualcosa che non va, qualcosa di storto. (…) Quella di Barachini è dunque una nomina che nasce con un peccato originale, il cedimento a Mediaset, e una macchia indelebile, quella del conflitto d’interessi. Sarà dura, per lui, provare a cancellarla.

Dalla Rai alle altre nomine: sul Sole 24 Ore, pagina 3, il servizio di Emilia Patta e Laura Serafini fa il punto su ciò che sta accadendo, o meglio: su ciò che non accade, alla Cassa depositi e prestiti:

Ancora un rinvio su Cassa depositi e prestiti. Il quinto dalla originaria assemblea convocata a maggio. Il governo prende un’altra settimana di tempo e sposta al 24 luglio l’asticella per trovare la quadra su un disegno i cui contorni sono ormai tracciati. Individuare un punto di equilibrio dei poteri tra i due candidati in corsa. Dario Scannapieco,vicepresidente Bei, sostenuto dal ministro perl’Economia, Giovanni Tria, con l’avallo del presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, che lo vorrebbero amministratore delegato. E Fabrizio Palermo, cfo della Cassa depositi e prestiti, nome sul quale ci sarebbe ormai una convergenza tra Lega e 5Stelle. La prospettiva sarebbe quella di una promozione a direttore generale, ma con un ruolo pesante. Un’operazione che ieri avrebbe portato a un irrigidimento da parte del ministro per l’Economia.

Sul Messaggero, l’analisi del politologo Alessandro Campi mette in evidenza le contraddizioni del governo sulla vicenda delle nomine:

Partiti di opposizione radicale, abituati per anni a contestare il Palazzo in ogni sua mossa, inclini a dare voce ai cattivi umori dei cittadini come anche alle loro legittime ansie, Lega e M5S, da quel che si è visto in queste prime settimane di vita dell’esecutivo, debbono ancora fare il salto mentale richiesto a chi, avendo conquistato i vertici dello Stato dopo una legittima competizione elettorale, non può più comportarsi come quando li contestava quotidianamente.
Non si può stare nelle istituzioni minandone la credibilità o stravolgendone gli equilibri interni.
Da questo punto di vista, l’importante giro di nomine che sta coinvolgendo pezzi importanti dell’apparato pubblico-amministrativo italiano (quelle appena fatte, le altre da fare nelle prossime settimane e mesi) può rappresentare per la coalizione giallo-verde un banco di prova per molti versi decisivo. Le nomine politiche del passato (…) sono state tra i fattori che negli anni hanno alimentato il malcontento popolare contro l’establishment al potere, ben sobillato e politicamente sfruttato dalle due forze oggi al governo. Ma ora che le parti si sono drasticamente invertite, e tocca ai moralizzatori dare esempio di buona condotta, riusciranno a farlo, scegliendo col giusto metodo le persone giuste e sapendo che anche su questo verranno prima o poi giudicati dai cittadini?

 

Legittima difesa: 5 Stelle e Lega l’un contro l’altro armati

Anche sulle nuove norme proposte dalla Lega in tema di legittima difesa, non c’è armonia fra gli alleati di governo.
Spiega Giovanni Laterza sul Secolo XIX:

Le posizioni al momento sono molto distanti. Per la Lega resta una «priorità» del governo ma per il M5S si tratta di una materia che «va comunque approfondita» e studiata a fondo. L`esame dei disegni di legge sulla legittima difesa prende il via in commissione Giustizia del Senato, ma registra sensibilità diverse nel governo e incassa la protesta dell`Anm con il presidente Francesco Minisci che definisce la normativa sulla legittima difesa «già ben regolamentata».
I 5 Stelle sono più cauti nell`affrontare la materia perché, come spiegano il Guardasigilli Alfonso Bonafede e il senatore Francesco Urraro, nessuno vuole «la liberalizzazione delle armi» e trattandosi di questioni «delicate» si necessita «di tutti gli approfondimenti del caso». I leghisti, invece, insistono (…)

Aggiunge Liana Milella su Repubblica, a pagina 10:

No al Far West. No all’uso indiscriminato delle armi. Sì a una legittima difesa “allargata”. L’asse grillino Conte-Bonafede stoppa la corsa del leghista Salvini su una legittima difesa “senza se e senza ma”, proprio come la vorrebbero i commercianti di armi. All’insegna del messaggio – con cui il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede chiude un’altra giornata difficile sul fronte della contrapposizione giustizia-sicurezza – «viale zone d’ombra dalla norma attuale dando la possibilità al cittadino che si è difeso legittimamente di non subire tre gradi di giudizio».
È tutto da vedere come un’alchimia giuridica di questo tipo sarà possibile, visto che i magistrati più avvertiti sostengono che oltre le regole attuali, datate 2006, non si può andare pena la messa a rischio dell’autonoma decisione dei giudici. Ma politicamente un dato è certo. Fino a ieri, sul tavolo, depositata fisicamente nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato, c’era al primo posto la proposta della Lega, lo storico testo dell’attuale sottosegretario all’Interno Nicola Molteni. Fedele al principio “via la regola della proporzionalità tra difesa e offesa”.
Ma ora il gioco cambia. Con le parole del premier Conte e con quelle di Bonafede. Entrambe in chiave anti Salvini e anti armi.

 

La Segretaria

Il servizio di apertura del Giornale di ieri era intitolato «Di Maio assume l’amica a 70 mila euro l’anno» e oggi la vicenda trova generoso spazio su diverse testate.
Chi ricostruisce la vicenda è il quotidiano del posto dove tutto è cominciato: Napoli. Il Mattino, infatti, racconta che la carriera lavorativa della ragazza oggi al centro delle cronache

ha avuto una svolta nel 2015, quando si è candidata al consiglio comunale di Pomigliano. In quell’occasione non ce l’ha fatta, ma solo per pochi voti dei 170 ottenuti. «A quel punto – raccontano testimoni di Casalnuovo – Assia ha lasciato la braceria del padre, dove dava una mano facendo i panini, per poi fare la pendolare a Roma».
La giovane a ogni modo ha guardato al futuro con ottimismo grazie al diploma di laurea triennale in economia aziendale nel frattempo conseguito. Un altro momento importante della vita di Assia Montanino è stato l’incontro con Salvatore Barca, da cinque anni fidatissimo segretario parlamentare di Luigi Di Maio. Barca proviene dalla vicinissima Volla, a un tiro di schioppo dalla frazione di Tavernanova di Casalnuovo dove c’è la braceria e dove abitano i Montanino, sia pure nel territorio comunale della confinante Pomigliano. Ora Salvatore e Assunta convivono a Roma.

Il Messaggero pubblica in terza pagina una foto-notizia, dove il testo spiega che

Il M5s fa muro in difesa di Assia Montanino, portata da Luigi Di Maio alla guida della sua segreteria al ministero, e finita nella polemica per i 70 mila euro l’anno senza poter vantare alcun curriculum particolare.

Anche Il Tempo ha un importante corredo fotografico con le immagini della giovane e di Di Maio. L’incipit dell’articolo è questo:

Un’amica del ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio assunta nello stesso dicastero
con uno stipendio da settantamila euro l’anno a soli 26 anni.

Il Giornale torna naturalmente alla carica, con un editoriale del direttore Alessandro Sallusti che inizia così:

Luigi Di Maio ieri ha detto che noi dobbiamo vergognarci per aver pubblicato la notizia che lui ha assunto al ministero, con il ruolo di segretaria, una sua giovane amica e compaesana (Assunta Montanino, 26 anni) a 72mila euro l’anno. Penso che un giornalista si debba vergognare solo se pubblica una notizia non vera, e non è questo il caso. Per cui siamo orgogliosi di avere messo al corrente gli italiani e il grande popolo grillino di come Di Maio usa i nostri soldi. «Questione di trasparenza», direbbero i Cinquestelle.

All’editoriale, si aggiungono altri due servizi, tutti con richiami in prima pagina. Il primo, a pagina 3, è intitolato ‘Io fortunata, ma merito due stipendi’ e contiene l’autodifesa della ragazza, pubblicata sul suo profilo facebook:

Lavoro al ministero del Lavoro come capo segreteria. Stesso ruolo ricoprirò a breve al ministero dello Sviluppo economico. Due ministeri, uno stipendio solo, pur avendo diritto a due stipendi. La cifra netta che prendo mensilmente – pari a circa tremila e trecento euro – copre un impegno che va ben oltre i tempi previsti nel contratto e che si protrae 7 giorni su 7, senza limiti di orario.

Il titolo dell’altro servizio è ‘La segretaria di Di Maio pagata più di un primario’, è firmato da Giuseppe Marino e non è tenerissimo nei confronti dei 5 Stelle:

Da «uno vale uno» a «qualcuno vale 70mila euro». La parabola del Movimento 5 Stelle verso la trasformazione in ordinaria casta compie un altro passo con l’assunzione come segretaria particolare di Luigi Di Maio di Assia Montanino, compaesana di 26 anni con nel curriculum una mancata elezione alle comunali. La difesa del ministro che la definisce «onesta e leale» non può far breccia, almeno finché non arriverà il «reddito di onestà». Su twitter, tra i tanti commenti indignati, quello di un medico: «Non faccio un’assenza da 11 anni e sono onesto anch’io, mi date 70mila euro?».
In effetti un chirurgo ospedaliero alla prima esperienza (che per un medico richiede comunque una lunga pratica) non arriva a guadagnare 38.000 euro lordi l’anno, poco meno della metà di quanto
percepirà Assia Montanino per il suo lavoro. L’emolumento assegnatole grazie all’amicizia con Luigi Di Maio si avvicina invece ai circa 75.000 euro che guadagna un qualunque primario con un posto da dirigente ospedaliero. Normale che scattino i confronti, visto che il Movimento ha spesso attizzato l’odio sociale per chi guadagna grazie alla politica.

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