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Prime pagine sulle reazioni alla manovra economica Lega e 5 Stelle. Critiche dai ministri finanziari Ue e da Juncker. Borsa in calo, lo spread sale ancora

Prime pagine tutte concentrate sulle reazioni dell’Unione Europea e dei mercati alla manovra economica firmata Lega e 5 Stelle e criticata fortemente dai ministri finanziari dell’Eurogruppo e dal presidente della Commissione Europea Juncker. E tutto questo, mentre la borsa era in calo e lo spread saliva ancora.

Ecco i titoli dei quotidiani economici: Il Sole 24 Ore apre con Bruxelles attacca la manovra. Spread a 283, banche in caduta, mentre MF- Milano Finanza sceglie: Bruxelles gela spread e borsa. Tria non convince l’Eurogruppo, che esprime perplessità sui conti italiani dopo il varo del Def. Lo spread sale a 281 e Piazza Affari perde un altro mezzo punto. Sotto tiro ancora le banche.

Il tema di apertura è lo stesso anche per le altre testate. Il titolo del Corriere della Sera è Il gelo dell’Europa con Tria, mentre occhiello e sommario spiegano: Riforme, Salvini replica a Bruxelles: ora basta con gli insulti. Borsa in calo, sale ancora lo spread. Juncker: euro a rischio. E Mattarella chiama Conte al Quirinale. La Repubblica apre con Tra Ue e Roma è già scontro aperto. Juncker: rischiamo la fine dell’euro. Conte a Mattarella: il 2,4 non si tocca. Tria lascia l’Eurogruppo per scrivere il Def: “Una scommessa”. La paura dei mercati.
La prima pagina della Stampa titola Bruxelles processa la manovra. Tria in difficoltà all’Eurogruppo. Juncker: rigidi con l’Italia o è la fine dell’euro. Salvini: basta insulti, mentre il quotidiano della conferenza episcopale italiana, Avvenire, apre con Rotta di collisione. Bruxelles boccia la manovra, «è fuori dalle regole». Juncker: così euro a rischio. E Tria torna a Roma e Il Messaggero: Caso spread, cambia la manovra. Allarme Ue: scontro con l’Italia. Il rendimento dei Btp agita la Borsa. Tria lascia l’Ecofin, Conte da Mattarella. Juncker: rigidi o euro a rischio, non vorrei una crisi greca. Salvini: basta minacce.

Si distinguono sulle aperture i tre quotidiani del gruppo Monti, infatti Il Giorno, Il Resto del Carlino e La Nazione scelgono di dare maggiore evidenza al premio Nobel per la medicina: Il Nobel della Speranza. Lotta al tumore. Premiati Allison e Honjo per le nuove cure con l’immunoterapia. Lo scienziato USA: “Anche io malato”.

Anche Il Giornale e Libero hanno il titolo più omportante su altri argomenti che non la manovra economica: entrambi si occupano del reddito di cittadinanza. Il primo titola Reddito gratis anche ai Rom. L’assegno di cittadinanza andrà ai 5mila che vivono nei campi nomadi, mentre il secondo scrive: Malgrado le casse dello stato siano vuote Soldi anche ai rom. La Ong che si occupa dei nomadi batte cassa: pure loro hanno diritto al reddito di cittadinanza. In lista d’attesa perfino gli stranieri residenti qui da almeno 10 anni e chi lavora in nero.

 

L’Europa boccia la manovra italiana. Calano i mercati, si alza lo spread

Partiamo dal Corriere della Sera: in prima pagina, l’inviato a Lussemburgo Ivo Caizzi, racconta com’è andata lo scontro Tria e l’Eurogruppo:

I ministri finanziari dell’Eurogruppo e la Commissione europea hanno criticato la decisione del governo M5S-Lega di un deficit al 2,4% del Pil per tre anni. In una riunione dell’Eurogruppo a Lussemburgo, dove erano invitati anche i commissari Ue Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, il ministro dell’Economia Giovanni Tria è stato così messo sotto pressione per esortarlo al rispetto dei vincoli Ue di bilancio nella presentazione alla Commissione europea (entro i115 ottobre) della bozza del progetto di bilancio dell’Italia per il 2019.
L’intervento più duro è arrivato dal presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, che ha abbandonato ogni prudenza istituzionale collegando i rischi dell’Italia al tracollo della Grecia e ventilando addirittura «la fine dell’euro», se fosse concessa flessibilità di bilancio al governo M5S-Lega.
«In Italia nessuno si beve le minacce di Junker», ha replicato il vicepremier leghista Matteo Salvini. E ha aggiunto: «Basta minacce e insulti dall’Europa, l’Italia è un paese sovrano». Mentre Palazzo Chigi ha auspicato «dialogo e confronto con le Istituzioni europee sulla manovra, senza pregiudizi».

 

Adriana Cerretelli sul Sole 24 Ore analizza la situazione ammettendo che non solo non è per niente chiara, ma l’unica certezza risiede, purtroppo, nella preoccupazione che proprio l’incertezza ha determinato. Ecco l’incipit del suo articolo, intitolato I rischi delle fughe in avanti e pubblicato a pagina 3:

Ancora non è chiaro quali siano le intenzioni ultime del Governo sulla legge di bilancio, su tutte le cifre e misure relative che dovranno essere presentate entro i115 ottobre a Bruxelles.
Alcune cose, però, sono chiarissime. In Europa l’allarme è forte. E Jean-Claude Junker lo dice senza freni: «Dopo aver affrontato la crisi greca non vorrei si ripetesse con l’Italia. Concederle un ulteriore trattamento di favore, significherebbe la fine dell’euro perché tutti farebbero lo stesso. Per questo ci vuole rigore sulle regole». Se il presidente della Commissione Ue voleva lo scontro con l’Italia e i mercati, non poteva far di meglio. Detto questo, o verrà posto fine al più presto al ballo dell’incertezza e dei messaggi politici contraddittori sulla manovra, o l’Italia finirà davvero risucchiata in una spirale di instabilità finanziaria che non si sa quanto costerà al paese e quale ne sarà la possibile via di uscita finale.

Sul Messaggero, Andrea Bassi e Alberto Gentili danno conto della difficile situazione in cui si trova Tria:

Più che su un sentiero stretto, come usava dire il suo predecessore Pier Carlo Padoan, Giovanni Tria sta camminando su una fune. (…) A quattro giorni dall’approvazione in consiglio dei ministri, della Nota di aggiornamento del Def ancora non c’è traccia. «I numeri non girano», dice una fonte vicina al dossier. E il motivo del frettoloso rientro di Tria sarebbe proprio questo: farli quadrare. Riuscire a far girare gli algoritmi del ministero in modo che il prossimo anno tutte le variabili confermino che con un deficit al 2,4%, compresi due decimali di investimenti, la crescita del Pil possa raggiungere 1’1,6%.
(…) La scommessa non è facile. Una crescita all’1,6 (dallo 0,9% attuale) significa un’impennata della domanda interna ben oltre di quanto hanno reso possibile i 10 miliardi spesi da Matteo Renzi per gli 80 euro. Eppure, Tria dovrà trovare il modo per rendere le stime “granitiche”. Anche perché, entro lunedì, dovranno essere validate dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio.
(…) Per il ministro, insomma, un passaggio decisamente complesso. Anche perché i fronti si stanno moltiplicando: da una parte le istituzioni europee, decisamente preoccupate (e indignate) per l’annunciato aumento al 2,4% del rapporto deficit-Pil, dall’altra Luigi Di Maio per nulla disposto a un ravvedimento virtuoso. Leggermente più cauto Matteo Salvini. In più, come previsto e temuto, lo spread è tornato a ringhiare: 282 punti, contro i 267 della chiusura di venerdì. E così Tria, per provare a calmare le acque e per non perdere altra credibilità («non sono il leader di un partito, però ho un ruolo da svolgere», ha detto ieri sera), sta studiando un meccanismo automatico di stop alle misure di spesa se il debito (come promesso) non dovesse scendere. Ma, e questa è la novità, la tagliola automatica colpirebbe proprio la spesa corrente introdotta dalla «manovra del popolo», ossia il reddito e le pensioni di cittadinanza, la bandiera dei 5Stelle, e probabilmente anche la riforma della Fornero. Le misure, dunque, diventerebbero “a tempo”.

 

Incontro Mattarella- Conte, le preoccupazioni del Colle

La notizia, come spiega Ugo Magri sulla Stampa, sarebbe dovuta restare riservata, ma così non è stato e già nella tarda mattinata di ieri tutti sapevano dell’incontro che c’era stato.

Clima collaborativo? Certo, e ci mancherebbe altro. Anche caloroso? Assolutamente sì, tagliano corto sul Colle. Una cordialità che tuttavia non ha impedito al presidente di rivolgere al suo interlocutore le domande più ovvie e allarmate, quelle che ciascuno di noi al suo posto avrebbe fatto: come pensa il governo di condurre i negoziati con l’Europa? Cosa farà se la Manovra del Popolo verrà bocciata? Fino a che punto la coalizione che Conte guida da Palazzo Chigi è determinata a condurre il braccio di ferro con l’Unione? Cerca lo scontro totale o prevede di tornare sui suoi passi riconsiderando il 2,4 di deficit per il prossimo triennio? E al netto della legittima propaganda politica di Salvini e Di Maio, su cui Mattarella non può obiettare, con quali piani l’esecutivo si sta preparando ad affrontare la tempesta finanziaria in arrivo? Come difenderà i risparmiatori e le imprese qualora le banche si ritrovassero nei guai? Della risposta di Conte poco si è saputo. Il premier sostiene di aver chiarito al presidente che «l’impostazione del Def non è in discussione, incluso il rapporto deficit-Pil al 2,4 per cento». Nessuna retromarcia in vista. Pare comunque che Mattarella abbia colto l’occasione dell’incontro per chiarire certe spiacevolezze filtrate il giorno prima da ambienti governativi, con il Colle nuovamente sotto tiro dei grillini per quel richiamo presidenziale all’equilibrio dei conti pubblici. Un sottosegretario (Manlio Di Stefano) è arrivato ad accusare Mattarella di avere alimentato lo spread, salvo smentire più tardi di averlo mai detto né pensato. Conte ha convenuto che le preoccupazioni del Presidente, la sua attenzione alla tenuta dei conti pubblici, rappresentano semmai un freno alla speculazione, uno scudo a difesa del Paese: insomma, Mattarella va ringraziato.

 

La pace e il destino dell’Europa

Da segnalare due editoriali interessanti, il primo di Massimo Adinolfi sul Foglio, il secondo di Massimo Riva su Repubblica.

Dell’articolo di Adinolfi, intitolato Che cosa manca all’europeismo per essere davvero efficace, eccone uno stralcio:

L’anno scorso Mondadori ha ripubblicato, a distanza di settant’anni dalla prima edizione, i “Moniti all’Europa” di Thomas Mann. E’ il Mann che nel 1922 (siamo a Berlino, all’epoca di Weimar), dinanzi a una gioventù bellicista e nazionalista che protesta e rumoreggia, sceglie di celebrare le idee repubblicane, democratiche, progressiste. Sceglie, lui che era e si dichiarava un conservatore, di collocare il valore dell’umanità nel futuro, anziché nel passato. Sceglie di citare Walt Whitman, il “tonante poeta di Manhattan”, lui che era e si sentiva profondamente tedesco. Bene, il discorso appena ripubblicato ha la prestigiosa introduzione di Giorgio Napolitano, che descrive lo scenario di quegli anni: “Nello scacchiere politico, la forza maggiore che espresse una strategia costruttiva fu senza dubbio il partito socialdemocratico, che si identificò con tentativi e prove di “grande coalizione” (…) ma venne pesantemente condizionato dal dissenso della sua radicale ala sinistra”.
Come andarono le cose si sa, e non c’è bisogno di cambiare qualche termine per apprendere la lezione. “Reductio ad hitlerum” ed esempi nostrani a parte, dove si trovano in Europa le forze reali capaci di intestarsi un’ambiziosa strategia costruttiva di riforma delle istituzioni? Necessaria, certo, quanto sono necessari i compromessi di cui è punteggiata la storia europea, ma allo stesso tempo piuttosto lontana dalla verità effettuale della cosa – per dirla con le parole di un classico del realismo politico, Machiavelli.
Dinanzi al fatto, difficilmente contestabile, che l’Unione europea così com’è non funziona, il discorso di gran lunga oggi prevalente è quello di rientrare nei confini domestici (i trattati passano, i popoli restano), e smantellare quel poco o tanto di architettura sovranazionale che si è provato a costruire dall’89 in poi. Poco importa che l’Europa che oggi gode di così cattiva stampa non è in realtà l’Europa comunitaria, ma è l’Europa dei capi di governo: questa viene assunta se mai come la prova che l’idea di esportare la democrazia non funziona nemmeno a Bruxelles.

Concludiamo con l’editoriale di Massimo Riva su Repubblica, il quale parte dalla manovra economica non solo per paventare il rischio di un’Italexit, bensì pericolosi assolutamente più gravi:

Sarà che l’uscita dall’euro e dalla Ue non compare nel contratto di governo fra leghisti e 5 stelle. Ma poiché i fatti hanno un peso più cospicuo delle parole dette o scritte, la prospettiva di una Italexit sta prendendo sempre più corpo sull’orizzonte europeo. E non soltanto – si badi bene -: per la disfida che si è appena aperta sulle cifre del bilancio. Bellicosamente chiosata dal vicepremier Salvini con un «me ne frego» (dei rilievi di Bruxelles) che riecheggia non certo per caso uno dei più infausti periodi della storia patria.
C’è, purtroppo, dell’altro a confermare l’imbocco di una deriva extraeuropea. Nello stesso giorno nel quale si annunciava la dichiarazione di guerra contabile all’Unione, infatti, la maggioranza pentaleghista ha compiuto un ulteriore passo mirato alla disgregazione dell’Europa. Se ne è parlato poco perché i temi economici hanno fagocitato l’attenzione generale. Ma si è trattato di un segnale politico per molti versi anche più significativo quanto ad allontanamento dallo spirito fondante della costruzione europea. Nell’aula di Montecitorio, infatti, grillini e leghisti – che pure a Strasburgo si erano divisi nel voto sulle sanzioni contro le deviazioni autoritarie dell’Ungheria di Orban – si sono ricompattati per approvare una mozione che di fatto postula un salvacondotto per il “viktatore” di Budapest. Così rompendo il fronte dei Paesi più fermamente impegnati a difendere i principi dello Stato di diritto come basilari per la pacifica convivenza fra i soci dell’Unione. Ma anche manifestando un’esplicita scelta di campo in favore di quella formula della “democrazia illiberale” che gli Orban in Ungheria, i Kaczinsky in Polonia e le Le Pen in Francia vorrebbero usare come grimaldello per aprire la porta a regimi autoritari che “se ne freghino” (direbbe Salvini) della lezione di Montesquieu e ancor più di quelle sanguinose della storia continentale.

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