I giornali di oggi / Tensione continua Lega e 5Stelle

Focus
Salvini e Di Maio

Prime pagine sulle tensioni fra 5 Stelle e Lega: dai rimborsi elettorali al voto su Orban al Parlamento Europeo, alle chiusure domenicali dei negozi

Le prime pagine dei quotidiani in edicola aprono oggi su due questioni: le tensioni fra 5 Stelle e Lega (dai rimborsi elettorali al voto su Orban al Parlamento Europeo) e l’annuncio dell’Alto Commissario dell’ONU per i diritti umani Michelle Bachelet di inviare osservatori in Italia per monitorare il nostro paese.
I due maggiori quotidiani titolano così: il Corriere della Sera sceglie M5S-Lega, sale la tensione. Il Carroccio frena sui negozi chiusi la domenica vanno escluse le città turistiche. Di Battista: rendano i 49 milioni. Salvini: pensi a divertirsi in Guatemala, mentre La Repubblica scrive: M5S e Lega divisi sui 49 milioni. E si apre anche il fronte europeo.

 

Sale la tensione fra 5Stelle e Lega

Come stanno le cose, dopo lo show televisivo di Alessandro Di Battista, lo spiega Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera, a pagina 6:

Più gelo che entusiasmo: è questa la sensazioni che attraversa a caldo i Cinque Stelle ascoltando gli affondi di Alessandro Di Battista a «Otto e mezzo» contro la Lega. Parole che scaldano l’anima movimentista, che aspetta il ritorno di «Dibba» con spirito di rivalsa per i compromessi che i pentastellati «di governo» stanno facendo. D’altro lato c’è l’ala pragmatica che recepisce gli attacchi con «preoccupazione» per non compromettere le relazioni con l’alleato di governo.
Non è un caso che l’uscita dell’ex esponente del direttorio non trovi sponda nell’immediato via social tra i Cinque Stelle. E proprio le parole di Salvini, che liquida gli attacchi a «robe interne al Movimento», fa tirare un sospiro di sollievo ai vertici. La linea ufficiale è quella già vista in altre occasioni: «Di Battista è fuori dal Parlamento ed è libero di dire ciò che vuole».
Insomma, nessun pericolo per la tenuta del governo. Almeno per il momento. L’orizzonte però ha un respiro più ampio del mero dibattito giornaliero. Se sulle uscite dell’ex deputato da una parte c’è chi vede un gioco delle parti per rianimare la base dei pentastellati, dall’altra c’è chi si interroga sul ruolo che Di Battista avrà a fine anno, al termine del suo viaggio intercontinentale. Quello che è certo (e che entrambe le anime pentastellate ammettono) è che «Dibba resta fondamentale per il presente e il futuro» dei Cinque Stelle.

Alessandro Di Battista è andato talmente oltre, nei suoi attacchi alla Lega di Matteo Salvini (»Deve restituire il maltolto!»), che alla fine del collegamento con Otto e mezzo, ieri sera, cercava di rassicurare: «Se a dicembre dovessi tornare in politica sarei come sempre indissolubilmente legato a Luigi, noi la pensiamo nello stesso identico modo, eh».

È l’incipit del pezzo della giornalista di politica per Repubblica, Annalisa Cuzzocrea che, in seconda pagina, analizza a fondo le parole del “Dibba”:

(…) il suo exploit di ieri dalla comunità guatemalteca in cui sta vivendo con il figlio e la compagna non aiuta l’amico di mille battaglie. Perché di fatto sconfessa tutto quello che fin qui i ministri e i parlamentari M5S si erano spinti a dire sulla vicenda dei 49milioni della truffa per cui la Lega è finita a processo: e cioè che sono questioni che riguardano il passato, Umberto Bossi, una gestione del tutto diversa da quella attuale. «È stata una sorpresa – rivela uno dei dirigenti grillini – perché non è affatto la linea che abbiamo tenuto finora. E nessuno è mai stato in grado di dire ad Alessandro cosa deve dire o fare».
«lo non devo difendere il governo per forza, sono un libero cittadino», esordisce Dibba. E quindi: «Salvini è pompato dal sistema mediatico», «se la Lega si tirasse indietro dalla nazionalizzazione di Autostrade, se desse retta a quello, come si chiama, Giorgetti, dell’ala maroniana e governista, si sputtanerebbe».
Stesso discorso sull’anticorruzione: «Non dobbiamo mai mai mai permettere che lo annacquino». Ma soprattutto, i soldi contestati dai giudici di Genova: Salvini «li deve restituire fino all’ultimo centesimo. Ci mancherebbe altro. Non c’entra nulla il processo politico, ma quando mai?».
Di Battista invita i leghisti a «fare come il Movimento»: si può fare politica con le donazioni, «ma le sentenze si rispettano». Anche se a chiederlo non devono essere i partiti come il Pd, a suo dire ipocriti e colpevoli per i finanziamenti (legalmente) presi in passato.
Ripete più volte e a freddo che una delle leggi ineludibili per il Movimento è il conflitto di interessi.
Lamenta: «Fa comodo descriverci come 4 sfigatelli che si fanno dettare la linea da Salvini». Dice – non a caso – che i 5 stelle hanno «il 37 per cento dei deputati alla Camera». Il sottinteso è che i numeri che contano non sono quelli dei sondaggi, ma quelli utili a far passare i provvedimenti.
Così, anche se dai vertici non trapela alcuna irritazione e si cerca di fare buon viso a cattivo gioco, il risultato è che l’unico che nel M5S sembra in grado di contrastare la forza mediatici di Salvini con messaggi tranchant e in linea con la storia dei 5 stelle non è il capo politico e vicepremier, ma qualcuno che per ora – manda reportage dal Centro America. E che però a fine anno sarà di nuovo qui e ammette di sentirsi, a volte, «come un leone in gabbia». Di avere voglia di essere «in primissima linea».
L’ex deputato è distante dal presidente della Camera Roberto Fico: sull’immigrazione «non sono d’accordo con lui – spiega – l’accoglienza ha fallito, la risposta per l’Africa come per il Sud America non è l’assistenzialismo, ma la sovranità».
Una linea dura che gli permette di avere un seguito molto più largo di quello del leader dell’ala ortodossa, per i canoni M5S troppo schiacciato a sinistra.

 

Dibba vs Di Maio?

Il fuoco di fila del Dibba potrebbe, in realtà, nascondere (ma neanche tanto) un regolamento di conti interno ai grillini? Il sospetto c’è, sopratutto dalle parti dei leghisti, e lo sottolinea Francesco Bei sulla Stampa, a pagina 8:

Ieri sera, dopo la trasmissione, tra i grillini si giurava sull’unità interna del Movimento. Può darsi. Certamente “Dibba” copre il lato sinistro di Di Maio. Ma lo fa mettendo talmente alla berlina Salvini, che il capo grano considera invece «un alleato leale», da gettare oggettivamente una cattiva luce sull’ala governativa del M5s. Se Salvini è un poco di buono, chi ci governa insieme non si sta forse facendo contaminare? Sospetti alimentati da una maliziosa sottolineatura dal leader leghista. «Mi sa che è una roba interna ai Cinquestelle».

Anche Mario Ajello, pagina 8 del Messaggero, mette sul piatto questa interpretazione dei fatti, evidenziando, tra l’altro, come il sorpasso della Lega sul M5S nei sondaggi, abbia provocato un vero e proprio terremoto in casa dei pentastellati:

(…) lo stesso Di Maio, nel momento in cui decide di radicalizzarsi (ma fino a un certo punto) contro la Lega strabordante, poteva immaginare che il radicalista per eccellenza, il pasdaran per definizione, tornasse in campo per dire praticamente: se dobbiamo essere cattivi il cattivo vero sono io e guai a chi prova a sorpassarmi.
Una lotta tutta interna ai grillini, dunque. A riprova di quanto il momento sia per loro estremamente difficile e di come il sorpasso nei sondaggi da parte della Lega stia rimettendo in discussione tutto sia dentro M5S sia nelle relazioni con il capo lumbard. Unito con Di Maio da amicizia, come dicono entrambi, ma le incursioni di Dibba potrebbero incrinare questo schema di unità nella disunità.
«Penso che Salvini sia pompato dal sistema mediatico in maniera vergognosa. E poi come si fa a allearsi con Orban?!», afferma l’invettivista. Infine: «Noi non siamo quattro sfigatelli subalterni: avanti con durezza, estremo rigore e intransigenza. Perché contano i risultati, Salvini fa propaganda». E i leghisti rispondono: «Ma è evidente che Dibba attacca Matteo per colpire Di Maio».

 

Divisi anche a Strasburgo su Orban

Non sono soltanto le dichiarazioni del Dibba guatemalteco ad alzare la tensione fra i due alleati, c’è anche il voto su Orban al Parlamento Europeo che mette di fronte Lega e 5 Stelle. Sulla Stampa, ne scrive Federico Capurso a pagina 3:

Gli europarlamentari del Movimento 5 stelle sono riuniti nel loro ufficio di Strasburgo. Devono decidere se nella seduta del Parlamento Europeo di domani voteranno a favore dell’avvio della procedura disciplinare nei confronti dell’Ungheria di Viktor Orban o se si asterranno.
I leghisti a Bruxelles invece non hanno dubbi: «Voteremo contro. Orban è un amico».
Così le due visioni di Europa si scontrano, inevitabilmente, in seno al governo italiano che cerca a fatica di tenerle insieme. La riflessione è «difficile», così la definiscono gli strateghi dei Cinque stelle. Il voto favorevole alle sanzioni allontanerebbe inevitabilmente i Cinque stelle da quei movimenti sovranisti che si stanno coagulando intorno a Salvini e a Orban. L’astensione, d’altra parte, li lascerebbe in un limbo, poco agevole mediaticamente, poco remunerativo in termini elettorali.
Perché «senza una posizione chiara – ragionano nel quartier generale pentastellato a Bruxelles – lasciamo tra le mani dei leghisti il volante della nostra politica estera».
Per questo, da Roma, spingono per il voto a favore delle sanzioni. L’obiettivo è smarcarsi dalla Lega, far sentire la propria voce, sul solco di quella «Fase Due» nei rapporti con Salvini inaugurata da Di Maio: «Non dobbiamo più essere succubi della Lega». (…)
«Noi non ci facciamo trascinare da nessuno. Se con Salvini abbiamo idee diverse, lo diciamo chiaramente», dice il capogruppo M5S alla Camera, Francesco D’Uva a «La Stampa». Sul caso Orban, poi, «sarei molto contento se arrivassero queste sanzioni. La nostra idea di Europa è diversa. Anche sulla questione dei ricollocamenti dei migranti abbiamo chiesto delle sanzioni contro il premier magiaro».
Che il voto di domani sia destinato a ripercuotersi sugli equilibri di governo, soprattutto in materia di politica estera, è evidente a entrambi, leghisti e pentastellati.
«Noi non abbiamo nulla a che spartire con Orban», la mette giù duro Manlio Di Stefano, sottosegretario in quota M5S alla Farnesina.

 

Chiusure domenicali: Lega e M5S non trovano l’accordo

Altro tema che divide è quello delle chiusure domenicali dei negozi, lanciato ieri con forza dai pentastellati. Stefania Piras, a pagina 6 del Messaggero, ne scrive così:

Proprio come per il disegno di legge Spazzacorrotti dove alcuni punti saranno smussati, anche nel caso delle chiusure domenicali dei negozi, in cui però il testo ancora non c`è, il Carroccio è dovuto intervenire per ridimensionare le promesse degli alleati pentastellati. Luigi Di Maio vuole regolare le chiusure domenicali e festive dei negozi tenendone aperti solo il 25% a turno. La Lega ci va con i piedi di piombo. «Immediatamente ho chiesto spiegazioni in merito a questa proposta e non posso pensare che in una realtà turistica si blocchi tutto la domenica», ha detto Gian Marco Centinaio, il ministro delle politiche agricole e forestali con delega al Turismo durante la visita ufficiale all’82esima edizione alla Fiera del Levante di Bari. Matteo Salvini considera le domeniche sacrosante: «Se serve una legge, la faremo. Sono d’accordo sul fatto che occorre andare avanti, però avendo a cuore il tempo delle mamme, dei papà e dei nonni. Bisogna trovare l’equilibrio».

 

Due diverse risposte populiste

Sempre su Repubblica, a pagina 3, Alessandra Longo intervista con acume il politologo Giovanni Orsina; si parte dalle elezioni svedesi per arrivare a Lega e 5 Selle. Queste sono le ultime due domande/risposte:

Che tipo di populismo rappresentano Di Maio e Salvini?
«Rappresentano due risposte diverse alla stessa crisi politica: i Cinque Stelle si propongono, attraverso la democrazia diretta, di risolvere la crisi della rappresentanza e il rifiuto delle élites politiche mentre Salvini vuole riportare il potere sullo stato nazionale visto che le istituzioni sovrannazionali non sono ritenute in grado di proteggere i cittadini delle democrazie».

Le colpe della sinistra?
«Risposta facile. La sinistra europea ha puntato, spesso in buona fede, su un modello di società, pensando che tutti ne avrebbero tratto beneficio. Un modello cosmopolita, un mondo integrato, aperto. Non ha funzionato. Il modello cosmopolita è faticoso, competitivo, crea tensioni, paure, che la sinistra non ha voluto vedere. Adesso la realtà ha preso il sopravvento e Salvini e Di Maio stanno, secondo i sondaggi, al 60 percento, ed è troppo tardi».

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