I giornali di oggi / Salvini torna dal Cavaliere

Focus

Prime pagine anche oggi dedicate alle divisioni nel governo: scontro su manovra economica, decreto immigrazione e rinnovato patto nel centrodestra

Sulle prime pagine dei quotidiani le aperture sono anche oggi dedicate alle divisioni nel governo. In aggiunta ai non pochi problemi sulla manovra economica, adesso si somma lo scontro sul decreto sull’immigrazione preparato da Salvini, il quale sembra aver rinnovato un patto forte con gli leader dei partiti di centrodestra.
Sui giornali, anche la vicenda degli stipendi d’oro dei collaboratori dei 5 Stelle, cui il quotidiano romano Il Tempo dedica l’apertura.

Qualche titolo delle prime pagine di oggi. Partiamo dal Corriere della Sera, che scrive: Di Maio, tensione con la Lega. «Vado a riprendermi i voti al Nord». Nel centrodestra patto sulle Regioni. Si apre un nuovo fronte sul reddito di cittadinanza. Tria resiste su deficit e pensioni, mentre l’apertura di Repubblica è Migranti, alta tensione con i 5S e Salvini rilancia il centrodestra. Intesa con Fi: “Manovra a modo mio”. Di Maio: “Fake news il rincaro Iva”, ma il Tesoro lo studia.

Il Messaggero titola in prima pagina: Di Maio-Salvini, torna la tensione. La miccia innescata dal vertice del centrodestra, poi lite sul “reddito” e sui migranti. Dubbi M5S sull’abrogazione dei permessi per motivi umanitari. Il decreto slitta a lunedì. La Stampa apre con: Migranti, Roma isolata. Neanche gli alleati Ue si schierano con Conte. Salvini sfida Di Maio: patto con Berlusconi sul programma di centrodestra. Manovra, idea leghista: condono previdenziale sui contributi pensionistici.

Il Giornale diretto da Sallusti punta sul ritrovato accordo nel centrodestra: Salvini torna a casa. Il vertice di coalizione salda l’intesa tra i tre partiti: uniti alle prossime elezioni, mentre Libero spara su Di Maio e paventa una possibile crisi di governo: Di Maio pensa che i soldi pubblici siano suoi, invece sono nostri. Salvini vuole la pace fiscale, il ministro del Lavoro preferisce la guerra per spennare ulteriormente i contribuenti. Tria smaschera M5S: il salario ai fannulloni andrà anche agli immigrati. Il governo stavolta è in pericolo.

Un altro quotidiano di area centrodestra, Il Tempo, cambia tema e per l’apertura sceglie di fare i conti in tasca ai consulenti del governo: Il Rocco di cittadinanza. Stipendi da Casta Casalino, portavoce del premier, guadagna più di Conte. Il capo della comunicazione dei Cinque stelle sfiora i 170mila euro l’anno.

 

Il governo delle tensioni

Non passa giorno, senza che gli organi di informazione non raccontino di nuovi scontri, di nuovi problemi interni alla maggioranza gialloverde. Oggi, sul Corriere della Sera, Emanuele Buzzi ricostruisce i rapporti difficili fra Di Maio e Salvini:

Abbattere il muro del ministero dell’Economia sulla manovra e recuperar terreno nei confronti della Lega, ora avanti nei sondaggi, e porle delle condizioni: l’autunno di Luigi Di Maio e del Movimento si preannuncia burrascoso e impegnativo.
Il vicepremier impegnato nel suo viaggio in Cina – è in una strettoia tra le nuove tensioni con l’alleato di governo su immigrazione e dl sicurezza e i paletti posti sia da Bruxelles e sia (di riflesso) da Giovanni Tria sulla manovra.
Tuttavia il leader dei Cinque Stelle è convinto che alla fine le riforme si faranno e il modo è uno solo: «Fare deficit. Punto». Un diktat che si scontra con diverse perplessità nel ministero.
(…) In ogni caso i pentastellati insistono, forti dei loro numeri in Parlamento, che «qualsiasi manovra dovrà superare la prova dell’Aula», facendo intuire che il «Movimento non intende arretrare nemmeno di un millimetro».
La partita con Tria rimane molto spigolosa. Ieri il ministro ha ricordato nel corso del question time al Senato come la proposta di reddito di cittadinanza presentata dal Movimento nella scorsa legislatura prevedeva che alla misura potessero «accedere i cittadini italiani o di Stato membro dell’Unione europea residenti sul territorio nazionale». Parole che hanno innescato la reazione di Matteo Salvini: «Sono sicuro che gli amici Cinque Stelle stanno studiando una formula del reddito di cittadinanza intelligente che lo limiti ai cittadini italiani». «Si tratta di un proposta vecchia, superata. Sarà solo limitato agli italiani», assicurano i vertici M5S
(…) Ma è soprattutto l’altra partita, quella con il Carroccio, a rubare tempo e attenzioni a Di Maio. Che si confida con i suoi: «Vado a riprendermi i voti del Nord». Il vicepremier prepara una controffensiva (elettorale) proprio a partire dai territori dove la Lega è più forte e dove i Cinque Stelle – almeno secondo le intenzioni di voto hanno subìto una battuta d’arresto.
(…) Ma il duello con i leghisti non sarà solo sull’appeal al Nord. C’è soprattutto anche la questione del governo: dal dl sicurezza/ migranti (che fa discutere l’ala ortodossa, anche se Roberto Fico attende il testo definitivo prima di esprimersi) alla manovra.

 

Accordo nel centrodestra, governo a termine?

L’analisi di Claudio Tito su Repubblica evidenzia l’intrinseca debolezza di un governo nato non per convincimenti comuni, ma per un contratto che si sta rivelando, in realtà, impossibile da attuare:

I governi non possono nascere con un contratto. (…) Quel che sta accadendo nella maggioranza giallo-verde ne è la dimostrazione. Sono passati meno di quattro mesi dalla nascita dell’esecutivo e tutti i suoi limiti stanno già emergendo. Per un motivo molto semplice: la legge di Bilancio non è compatibile con il libro dei desideri che M5S e Lega avevano sottoscritto a maggio.
Il vizio d’origine è sempre lo stesso. L’accordo che ha portato Conte a Palazzo Chigi si fonda su un patto di potere.
E può rompersi quando la distribuzione di quello stesso potere non appare più equa ai due contraenti. Non c’è condivisione politica, ma opportunismo. All’inizio ci sono state poltrone e occupazione di posti: dalla Rai alle Fs. Adesso c’è la conservazione del consenso fine a se stesso.
Ed è il leader grillino Di Maio a sintetizzare la situazione: meglio tornare a casa piuttosto che varare una manovra economica senza le misure più care al Movimento. (…)
L’essenza dello scontro in corso nel governo risiede allora proprio nell’artificio di questa alleanza. È una catena molto corta, con un anello debole: 1’M5S. Da settimane il nervosismo dei grillini è andato via via crescendo. La causa principale è stata Salvini. Il leader leghista ha sostanzialmente assunto la guida del gabinetto. È cresciuto esponenzialmente nei sondaggi e può contare su due differenti ancore di salvezza.
La prima è rappresentata dalla questione migranti: ogni qual volta la Lega entra in difficoltà per un qualsiasi motivo, il vicepremier lumbard tira fuori il jolly e lo usa per uscire dall’angolo. (…) E poi c’è il centrodestra. In caso di crisi, il piano B – B in tutti i sensi, compreso Berlusconi – è già pronto. Anzi, lo ha innescato ieri andando al vertice con il Cavaliere e annunciando che la coalizione con Forza Italia è confermata alle prossime regionali. Un modo per dire: se Conte cade, l’alternativa è servita.

L’ideale proseguo dell’analisi di Tito su Repubblica, potrebbe essere il pezzo firmato da Francesco Bei sulla Stampa, intitolato La settimana più lunga del governo, dove il giornalista sottolinea, partendo dalla ritrovata armonia nel centrodestra, come da ieri esistano paradossalmente due diversi e paralleli programmi di governo:

Da ieri, ufficialmente, il governo si deve barcamenare fra due programmi. Il primo contiene le obbligazioni del cosiddetto «contratto» ed è il frutto delle negoziazioni fra Lega e i Cinque Stelle.
Il secondo è quello presentato agli elettori del centrodestra e votato nelle urne, quello per intenderci che raccolse la maggioranza relativa dei voti degli italiani. L’anomalia di un partito, la Lega di Salvini, che contemporaneamente fa parte del governo ma anche – attraverso l’alleanza con Berlusconi e Meloni-mantiene un piede nell’opposizione è destinata ad avere nel tempo conseguenze importanti sulla stabilità dell’esecutivo Conte. E la prima avvisaglia la si è avuta ieri, al termine del lungo vertice a Palazzo Grazioli (anche i riti hanno la loro importanza e il luogo prescelto è altamente simbolico).
Dalla riunione è infatti uscita una nota congiunta in cui si parla di «precisa volontà di contribuire nell’interesse dell’Italia a trasformare in atti dell’esecutivo i principali punti del programma di centrodestra votato dagli elettori». Dunque, dato che non possiamo credere che Salvini non abbia letto quello che ha sottoscritto insieme a Meloni e al Cavaliere, d’ora in avanti ci si deve aspettare che il leader della Lega si impegni a mandare avanti un progetto alternativo rispetto a quello su cui il premier Conte ha ottenuto la fiducia in Parlamento.
Evidente che si tratta di un’ipotesi al di fuori della realtà, ma il fatto che sia finita nero su bianco, costringendo poi il vertice leghista a mandare in giro veline per circoscrivere la portata dell’accordo sbandierato da Berlusconi, la dice lunga sul grado di conflittualità raggiunto nel governo.

Sempre dal quotidiano La Stampa, ecco alcuni stralci dell’articolo di Ilario Lombardo che spiega come al centro del contendere ci sia il decreto immigrazione fortemente voluto dal ministro dell’Interno e parzialmente osteggiato dai 5 Stelle:

Matteo Salvini ha dato un pizzicotto dei suoi ai 5 Stelle perché gli vogliono mettere un bel bastone tra le ruote ai suoi due decreti, sicurezza e immigrazione.
(…) Per i 5 Stelle un testo che in diverse parti «è quasi sicuramente incostituzionale». Gli uffici tecnici del ministero della Giustizia guidati dal grillino Alfonso Bonafede si stanno confrontando con i colleghi del Viminale e prima di lunedì arriveranno diverse limature. Nel frattempo però, alcuni sottosegretari e i due capigruppo di Camera e Senato assieme ad alcuni deputati della commissione Giustizia spulciano punto per punto i quasi 40 capitoli del testo. Un trattamento dei migranti che definiscono, per molte parti, «inaccettabile». Così com’è, secondo 5 Stelle, il decreto non passerà l’esame né del Colle né tantomeno della Corte Costituzionale, soprattutto se non verranno giustificati i motivi di urgenza e di necessità previsti per questo tipo di provvedimento. Dall’abrogazione del permesso per motivi umanitari, perno del dl immigrazione, alle norme sulla cittadinanza, sono tante le nuove restrizioni di marca salviniana che non piacciono ai 5 Stelle. Ma affondando gli occhi tra gli articoli della legge è un passaggio ad aver scandalizzato i grillini, come una fonte spiega alla Stampa: «Si parla di vietare la cittadinanza a un migrante se ha un parente indagato. Una discriminazione etnica». Dal Viminale confermano ma spiegano meglio la declinazione della norma: «Viene introdotta la valutazione delle frequentazioni del migrante, compresa la famiglia. Ma già oggi per la concessione della cittadinanza la decisione è altamente discrezionale e coinvolge tutte le relazioni del migrante». Ora però la discrezionalità si fa legge.

 

Lo stipendio di Casalino

Non è solo il quotidiano Il Tempo a dare evidenza alle spese per gli staff del governo, ma l’argomento si ritrova un po’ su tutti i quotidiani. Sul Corriere della Sera, a pagina 8, Paolo Foschi fa i conti in tasca a Casalino:

«Dal Grande Fratello al Grande Stipendio»: l’ironia corre sui social, bersagliando Rocco Casalino, capo ufficio stampa e portavoce del premier Giuseppe Conte. Il settimanale l’Espresso ha pubblicato su Internet i dati sulle retribuzione dello staff di Palazzo Chigi. L’importo del compenso dell’ex responsabile della comunicazione pentastellata e ora al servizio del governo ha scatenato polemiche a non finire: Casalino percepisce 169 mila euro all’anno (91 mila di trattamento economico fondamentale, 59 mila di emolumenti accessori e 18 mila di indennità), guadagnando più di Conte (114 mila euro).
(…) A conti fatti, lo staff della comunicazione di Conte occupa 7 persone più Casalino, per un totale di 662 mila euro all’anno, cioè 33 mila euro in più rispetto alla squadra di Enrico Letta e oltre 130 mila in più di quella di Paolo Gentiloni. Alla Casa Bianca, per fare un confronto, le retribuzioni massime nello staff arrivano a 179.700 dollari all’anno, circa 153 mila euro al cambio attuale.
(…) «Ecco il cuore del governo del cambiamento: la comunicazione conta di più della decisione. Anche Casalino conta più di Conte» ha commentato Dario Stefàno, senatore del Pd. «Questo è solo un piccolo spaccato dello spaventoso mondo grillino» ha invece dichiarato Giorgio Mulé, deputato di Forza Italia, ricordando che gli stipendi dello staff equivalgono a «900 redditi di cittadinanza». Imbarazzo invece nel mondo pentastellato: molti militanti hanno scritto sui social esprimendo incredulità e rabbia. «Come possiamo permettere queste retribuzioni quando ancora non sappiamo se riusciremo a portare le pensioni minime a 780 euro?» ragionava ieri in privato una deputata grillina considerata vicina a Roberto Fico.

Andiamo ora a vedere cosa scrive, invece, Il Tempo. A pagina 3, Gaetano Mineo non è per niente tenero:

Lo chiamano trasformismo, anche se la letteratura ci ricorda il gattopardismo, in ogni caso, «tutto deve cambiare perché tutto resti come prima».
E, il MoVimento Cinque Stelle, dopo un breve tirocinio, sembra aver ben incarnato lo spirito con cui Tomasi di Lampedusa ha animato Tancredi nel suo romanzo Il Gattopardo. E così, avanti tutta con i super stipendi, ben rappresentati, in questo caso, dai collaboratori che curano la comunicazione del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. E tra cui, proprio gli sponsorizzati cinquestelle, mettono più quattrini in tasca. Di più, perché l’operato dei pentastellati ha consolidato il principio che un dipendente guadagna più del suo datore di lavoro.
(…) In sostanza, per i Cinquestelle, il motto è «così fan tutti». Ma non solo a Palazzo Chigi hanno buoni stipendi chi si occupa di comunicazione nei Cinquestelle. È il caso di tutti gli addetti della Casaleggio & Associati. C’è Pietro Dettori, per esempio, fedelissimo di Davide Casaleggio, ed è responsabile della comunicazione social ed eventi del vicepremier Luigi Di Maio, con uno stipendio di 130mila euro all’anno. Con lui c’è anche Massimo Bugani, vicecapo della segreteria di Di Maio, con 80mila euro all’anno. Sia Dettori sia Bugani sono anche soci dell’associazione Rousseau, che gestisce le piattaforme di «democrazia diretta» del MoVimento 5 Stelle.

A proposito di Bugani, sulla Stampa, a pagina 6, Nicola Lillo e Ilario Lombardo fanno le pulci all’esponente dei 5 Stelle per il suo triplo incarico:

Le porte girevoli in politica sono infinite. E il tetto del secondo mandato, uno dei pilastri del M5S, tutto sommato è un problema facilmente aggirabile per chi del demone della politica non riesce a fare a meno. Prova ne è Massimo Bugani, per tutti gli amici Max, volto storico del Movimento, in prima fila quando i 5 Stelle erano ancora solo i grillini. Ne ha fatta di carriera dai tempi in cui stava ai gazebo e la gente della sua Bologna – dove si è candidato anche a sindaco – se lo filava a malapena. Consigliere al secondo mandato, Bugani ha ora una stanza tutta per se a Palazzo Chigi, come vicecapo della segreteria particolare del vicepremier Luigi Di Maio.
Storia nota perlopiù alle pagine delle cronache emiliane che ora arriva alla ribalta nazionale per colpa di una tabella con gli stipendi dello staff di Palazzo Chigi. E così si è venuti a scoprire che l’Associazione Rousseau – anello di congiunzione della Casaleggio Associati e del M5S – ha due dei suoi tre uomini del board dentro al palazzo del governo. (…)
Di Pietro Dettori si sapeva: assunto con l’incarico di «Responsabile della comunicazione, social ed eventi» a oltre 130 mila euro di stipendio (comprese le indennità). L’altro casaleggino è proprio Bugani che porta a casa, tra trattamento economico e indennità, circa 80 mila euro, un po’ meno di Dario De Falco, l’amico di infanzia di Di Maio, che lo ha seguito da Pomigliano a Roma per 100 mila euro lordi l’anno (…)
De Falco e Bugani sono entrambi consiglieri comunali nel pieno del loro mandato, un compito sacro per il grillino di una volta, che puntava il dito contro chi invece sommava gli incarichi e usava la politica come un moltiplicatore economico. E infatti la cosa non è passata inosservata (…) nelle chat dei parlamentari 5 Stelle non si fa altro che parlare di Bugani: «Noi prendiamo 60 mila euro, lui fa il consigliere pagato, il socio di Rousseau e adesso, non contento, prende anche 80 mila euro»,
è il senso di molti messaggi.

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