I giornali di oggi / La carica di riciclati, la cacciata dei meritevoli

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Prime pagine sulle divisioni nel governo sulla manovra economica. Spoil system ai vertici di Agenzia Entrate, Demanio, Dogane: cacciati nonostante gli ottimi risultati. Vaccini: arriva l’obbligo flessibile

La maggior parte titola dei quotidiani in edicola apre sulle divisioni nel governo in merito alla manovra economica dei prossimi mesi. Servizi e articoli sullo spoil system ai vertici di Agenzia Entrate, Demanio, Dogane e sull’obbligo flessibile inventato dalla ministro Grillo per le vaccinazione.

 

Nuovo scontro nel governo: Lega e 5 Stelle contro Tria -Moavero

Il Corriere della Sera fa il punto della situazione a pagina 2 con l’articolo firmato da Mario Sensini:

«Noi non facciamo il gioco delle tre carte come in passato, quando si aumentavano le tasse per finanziare uno sconto o un bonus. Non so chi se la sia inventata questa cosa, come l’aumento dell’Iva» dice il vicepremier Luigi Di Maio commentando le aperture dei quotidiani, che parlano della possibile cancellazione del bonus degli 8o euro.
Poco più tardi arriva anche la puntualizzazione dell’altro vicepremier, Matteo Salvini.
«Indiscrezioni false che servono solo per riempire le pagine dei quotidiani di agosto» dice Salvini. Anche se quell’ipotesi l’ha fatta, ed in maniera specifica, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, in una lunga intervista al Sole 24 Ore di martedì.
Su quell’ipotesi si è continuato a lavorare anche due giorni fa nel giorno del vertice a Palazzo Chigi dedicato alla manovra. Per finanziare la riduzione delle imposte, la flat tax del programma di governo giallo-verde, ha detto più volte Tria, è necessaria una revisione ed un taglio profondo delle detrazioni e delle deduzioni fiscali. Tra le quali c’è anche il bonus degli 8o euro…

 

Del tutto simile la versione di Carmelo Lopapa in seconda pagina di Repubblica:

Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno bisogno di fare il punto dopo le scintille col ministro dell’Economia Tria nel vertice sulla manovra di mercoledì sera. Questa volta i due vicepremier si trovano d’accordo, hanno un obiettivo comune: rischiamo di dare l’impressione che con la prima manovra del governo Lega-M5S gli italiani saranno impoveriti, tra abolizione del bonus da 80 euro e aumento dell’Iva. Una mina «da disinnescare subito», concordano entrambi, già proiettati sulla scadenza elettorale delle Europee di primavera.
(…) Il fatto è che i capi partito – divisi quasi su tutto dopo due mesi di governo, dalle grandi opere alla Rai si ritrovano sulla stessa sponda rispetto al cosiddetto “partito del Quirinale” in seno all’esecutivo. Il riferimento è al titolare dell’Economia, appunto, e a quello degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, entrambi graditi al Colle e finiti in rotta di collisione coi due leader. Il responsabile della Farnesina in ultimo due giorni fa, quando si è “permesso” di paragonare i migranti dei nostri tempi agli emigrati italiani del secolo scorso.

 

Secondo Amedeo La Mattina, sulla Stampa, il ministro Tria è “consapevole che la coperta è molto corta” e non basta a finanziare tutto ciò che è stato promesso in campagna elettorale da Lega e 5 Stelle:

I tagli di spesa non bastano visto il rallentamento dell’economia italiana: le stime del Pil saranno riviste al ribasso (dall’1,5% all’1,2%).
Anche la riforma della Fornero, che Salvini vuole a ogni costo con la «quota 100», potrebbe rivelarsi un miraggio. Per Tria si tratta di «richieste elettorali». Comprensibili, ma non sempre compatibili con i vincoli di bilancio. «Bisogna stare con i piedi per terra perché le invenzioni non sono alla nostra portata», è stata l’avvertenza del premier Giuseppe Conte, che consiglia di non forzare troppo la mano. E indica un timing: il programma del cambiamento ha bisogno del lasso di tempo di una legislatura. Di Maio e Salvini hanno invece un orizzonte a tamburo battente, quello delle europee nel maggio del 2019.

 

Dov’è finito il merito? Fanno bene, ma il governo li caccia da Agenzia Entrate ed Equitalia

Fatti fuori non perché pessimi amministratori – anzi i risultati positivi parlano chiaro – ma perché non graditi a leghisti e grillini. I giornali riportano oggi un’altra puntata dell’occupazione del potere da parte delle forze politiche di maggioranza: a cadere sono state le teste dei vertici delle Agenzie delle Entrate e del Demanio.

Lorenzo Salvia, a pagina 5 del Corriere della Sera, pone alcune domande a Ernesto Maria Ruffini
Ecco l’inizio dell’intervista:

(…) perché la mandano via? Le somme recuperate dall’evasione sono aumentate, così come i servizi a disposizione del contribuente.
«Non lo so, dovete chiedere al governo. Ma ripeto la scelta è legittima».
Ernesto Maria Ruffini, appena rimosso dal vertice dell’Agenzia delle entrate e riscossione in base allo spoils system, dice «di non vedere l’ora di andare qualche giorno in vacanza». Ma ci tiene a sottolineare, quasi a rivendicare, i risultati raggiunti.
Negli ultimi sei mesi gli incassi frutto non di accertamento ma di comunicazione ai cittadini sono cresciuti del 250%, i rimborsi Iva del 21%, i servizi on line per evitare le file agli sportelli si sono moltiplicati.
L’incasso della rottamazione, per le rate in scadenza alla fine di luglio, è in linea con le previsioni: un miliardo e 350 milioni di euro, schivando il crollo temuto per l’annuncio della «pace fiscale», il condono messo in cantiere dal nuovo governo.

Ruffini viene intervistato anche per Repubblica da Gariella Colarusso:

Oggi è Ernesto Maria Ruffini, chiamato prima da Matteo Renzi a Equitalia e poi da Paolo Gentiloni all’Agenzia dell’Entrate, a dover lasciare. Al suo posto arriva un militare, il generale Antonino Maggiore.
(…) Ha gestito due rottamazioni: da un governo che parla di pace fiscale ci si sarebbe potuti aspettare una sua riconferma. Che è successo?
«Bisogna chiedere a chi ha fatto questa scelta».
Paga la Leopolda e il rapporto con Renzi?
«Ho più volte ascoltato il governo attuale dire che si sarebbe mosso scegliendo il merito, il valore delle persone e i risultati ottenuti. È una scelta legittima del governo».
L’ha saputo anche lei su Twitter come Reggi?
«Non seguo Twitter».

Reggi, il nome che la giornalista cita nella domanda finale a Ruffini, è Roberto Reggi, nominato dal governo Renzi a capo del Demanio. Emanuele Lauria, a pagina 6 di Repubblica, nel’articolo intitolato “Nomine, la carica dei riciclati che due anni fa Di Maio criticava”, ci dà conto com’è fnito il suo incarico: con un tweet. E al suo posto quello che Di Maio attaccava dall’opposizione:

«Spero che ora nominerete una persona responsabile e competente»: così, in aula, il 18 marzo del 2016, Luigi Di Maio arringava il governo Renzi contestando duramente l’operato del prefetto Riccardo Carpino, che aveva appena concluso la sua esperienza da commissario per le iniziative di solidarietà alle vittime di mafia. Una bocciatura senza appello, quella del leader grillino – allora all’opposizione – che a Carpino rimproverava di aver bloccato i risarcimenti per i legali delle associazioni antiracket.
Non è un caso di omonimia: Carpino è lo stesso funzionario che ora l’esecutivo gialloverde ha scelto per la guida dell’Agenzia per il Demanio. L’ha voluto la Lega, sembra. Ma è Di Maio a rassicurare sui social sulla sua distanza dalla politica. Eppure, nel medesimo intervento in aula di un anno e mezzo fa, l’attuale vicepremier dubitava sull’equidistanza di Carpino: «Non fa parte dell’apparato politico ma ne è inevitabilmente la longa manus».
L’ inversione di rotta di Di Maio è accompagnata dalla soddisfazione di aver messo Carpino al posto di «un ex parlamentare del Pd» quale Roberto Reggi, che ha ironicamente rilevato di essere stato «licenziato con un tweet».

Alle Dogane, arriva l’uomo ex staff di Cuffaro

Fuori Ruffini, fuori Reggi, dentro Mineo alle Dogane. Chi è Mineo lo spiega Repubblica a pagina 6:

A volte ritornano. Il nuovo corso del governo giallo-verde rilancia un grand commis di lungo passo cresciuto alla corte di Totò Cuffaro. Benedetto Mineo, 57 anni, neodirettore delle Dogane, era uno dei più luminosi rappresentanti della jeunesse dorée dell’ex governatore siciliano condannato per mafia. Di Cuffaro era un “fedelissimo”, una preziosa stampella dentro l’amministrazione. Era l’uomo dei conti. Mineo, è originario di Bagheria, grosso centro alle porte di Palermo.
(…) Quel marchio di fabbrica, quell’etichetta dí “cuffariano” Mineo sarà costretta a pagarla più volte, negli anni a venire. Prima, nel 2008, con l’avvento alla Regione Siciliana di Raffaele Lombardo, il presidente autonomista che fa piazza pulita degli uomini del suo predecessore. Mineo è fra quelli che si salvano, da “emigrante” di lusso. Vola a Napoli, dove comincia – grazie a un robusto rapporto con l’allora presidente di Equitalia Attilio Befera – la seconda parte del suo viaggio professionale. Folgorante. Dalla Campania risale un gradino dopo l’altro le gerarchie di Equitalia e me diventa nel 2012 l’ad. Prova a dare all’agenzia un “volto umano”, un “riposizionamento dell’immagine” che tenga maggior conto – scrive in una lettera ai dirigenti – “del dialogo” e “delle sensibilità” di chi paga le tasse. Va detto che con i suddetti dirigenti Mineo è generoso: se è vero che tutti quelli in carico alla società – 92 su 92 – vengono premiati con una indennità di risultato destinata in teoria solo ai più meritevoli. Indennità che vanno dai 3 ai 45 mila euro lordi annui e che portano gli stipendi dei top manager oltre i 200 mila euro.

 

Vaccini, arriva l’obbligo flessibile

Il caos sulle vaccinazioni continua. Alessia Guerrieri, su Avvenire, a pagina 11, lo descrive così:

Lei va avanti sulla linea dell’obbligo flessibile. Lui, a fine giornata, di fatto si schiera con i presidi, aprendo un altro fronte di dissenso all’interno dell’esecutivo. E come se non bastasse la circolare sui vaccini che lei, il ministro della Salute, ha firmato insieme a lui, il collega del Miur Marco Bussetti, di fatto sarà inefficace. A crederlo in molti, dagli addetti ai lavori nella scuola, ai giuristi fino ai medici.
Dopo i presidi, infatti, ora arrivano anche i pediatri dei collegi universitari contro la decisione di Giulia Grillo di consentire l’autocertificazione sulle vaccinazioni dei bambini per entrare in classe. Il capo del dicastero di Lungotevere Ripa, che ha annunciato una proposta di legge appunto per l’obbligo flessibile in tema di vaccini accanto ad una campagna comunicativa «senza precedenti», si difende dalle accuse che da due giorni sta ricevendo parlando di «polemica surreale» e sostenendo che questo strumento «è stato utilizzato per tutto il 2017 e lo sarà anche per il 2018».
Ma la circolare, rincarano i pediatri, «non solo confligge con la vigente normativa sulla certificazione delle vaccinazioni obbligatorie, ma contrasta con il Dpr 445/2000» secondo cui «i certificati medici, sanitari non possono essere sostituiti da altro documento».

Obbligo flessibile: su questo ircocervo della politica inventato dal ministro grillino, è interessante leggere quel che scrive Sebastiano Messina su Repubblica:

(…) la ministra Giulia Grillo insiste, e conferma che sulla vaccinazione dei bambini il governo userà uno strumento al quale nessuno aveva mai pensato prima: l’«obbligo flessibile». Lo aveva già anticipato in un’intervista, qualche giorno fa: «L’obbligo va bene, la coercizione no».
E ci troviamo di fronte, ammirati, a un capolavoro lessicale che è insieme un esperimento di scomposizione della materia, perché l’obbligo senza coercizione è come un discorso senza parole, come un lago senz’acqua, come una strage senza vittime.
Cercate infatti sul dizionario Treccani e vedrete che «coercizione» è sinonimo di «obbligo», e che l’obbligo è per sua natura «costrizione, imposizione, dovere, vincolo», mentre il contrario di obbligatorio è «facoltativo». Eppure la ministra, di rinvio in rinvio, strizza l’occhio proprio all’obbligo facoltativo, a una formula furba che salvi la capra della salute pubblica e i cavoli del fondamentalismo no-vax, a una legge che contenga in sé la scorciatoia per aggirarla, a un ibrido storpio che finga di imporre i vaccini ma apra la porta a chi si ritiene in diritto di non farli.

Sempre sul tema, segnaliamo l’intervista che Il Messaggero fa al giurista Cesare Mirabelli, a pagina 9:

Una circolare di governo non può scavalcare una legge. E dunque, per il momento, vale la legge Lorenzin: «I genitori devono vaccinare i loro figli per mandarli a scuola». Cesare Mirabelli, giurista e già presidente della Corte Costituzionale, mette un punto fermo nella selva in materia di profilassi.
«Se la legge Lorenzin fissava essa stessa la possibilità di autocertificazione e la data nella quale doveva essere presentata l’attestazione dell’avvenuta vaccinazione, una circolare non può derogare alla legge», afferma.
Dunque nessun dubbio interpretativo, presidente.
«Vediamo la sostanza delle cose. L’obbligo di vaccinazione sussiste, lo stabilisce una legge, ed è già prevista l’esenzione per i casi di bambini immunodepressi o con patologie per le quali la profilassi può rilevarsi dannosa. A eccezione di ciò, è un trattamento sanitario obbligatorio disposto nell’interesse generale. Quindi o la circolare apre un varco elusivo, oppure non dovrebbe contrastare con la legge».

 

La curiosità / #dimaioinsegna

Dal Corriere della Sera, pagina 9:

Una frase che ha scatenato la polemica (e l’ironia) sul web. Le parole sono quelle di Luigi Di Maio. «La tragedia di Marcinelle ci deve ricordare che non bisogna emigrare», ha detto il vicepremier.
Precisando: «Dobbiamo lavorare per non far più emigrare i nostri giovani, il mio pensiero va a loro» e che «la tragedia di Marcinelle riguarda due Stati che si sono messi d’accordo per scambiare il carbone in cambio di vite umane».
Un intervento che arrivava dopo un duro botta e risposta tra il ministro Enzo Moavero («Siamo stati una nazione di emigranti» e bisogna ricordarlo quando «vediamo arrivare in Europa i migranti della nostra travagliata epoca») e la Lega («Non si può paragonare gli italiani, a cui nessuno regalava niente, ai clandestini che oggi arrivano nel nostro Paese»).
Le parole di Di Maio spinte anche da esponenti pd – sono finite sulla graticola dei social. La dem Anna Rita Leonardi attacca con una serie di tweet. Su Twitter l’hashtag #DiMaioInsegna raggiunge le prime posizioni, tra sfottò e commenti. «La frase di Di Maio ci insegna che si può arrivare a tutto, anche a calpestare storia e sacrifici del popolo che si rappresenta», commenta il senatore pd Tommaso Nannicini. Anche Andrea Romano interviene: «Se non vai a scuola, non ti bocciano #DiMaioInsegna». Prende posizione anche il centrodestra. Per Stefano Parisi «#DiMaiolnsegna che al potere ci sono conformisti attaccati alla gonna di mammà».

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