Vogliono imbavagliare la libera stampa italiana

Focus

Azzerare il Fondo per il pluralismo nell’editoria significa minacciare i giornali d’opinione. Sembrava una battuta, sta per diventare una pericolosa realtà

Mai come in questi mesi c’è nel nostro Paese un clima pesante contro la libertà di informazione. È un clima denso e velenoso, alimentato ad arte, in maniera continuata e aggressiva da esponenti di primissimo piano delle forze di Governo, in particolare del Movimento 5 Stelle. Sappiamo bene che pluralismo e autonomia dell’informazione sono da sempre l’essenza stessa della democrazia e dello stato di diritto. La libertà di criticare ed esprimere opinioni, di argomentarle con inchieste non addomesticate, è necessaria alla democrazia quanto a ogni essere umano l’aria che respira.

Per questo il clima di intolleranza agitato dagli esponenti dell’Esecutivo nei confronti di cronisti ritenuti scomodi è quanto mai inaccettabile e pericoloso. In queste ore, in tutta Italia, molti giornalisti hanno aderito alla mobilitazione lanciata dalla Federazione nazionale della Stampa contro la volontà del Governo di azzerare il Fondo per il pluralismo nell’editoria. Così come solo qualche settimana fa manifestazioni analoghe hanno riempito tante piazze italiane all’indomani della vera e propria aggressione di Di Maio e Di Battista contro i giornalisti “sciacalli”, “puttane”, “cani da riporto”. Fa impressione oggi rivedere le immagini di qualche mese fa (era la scorsa estate) di una delle tante sortite romane di Beppe Grillo che, a mo’ di battuta, suscitando l’ilarità dei presenti, ghignava: «Agorà la chiudiamo e al Foglio gli togliamo i finanziamenti…».

Quella che allora sembrava una battuta, oggi sta per diventare una pericolosa realtà. Perché la volontà di azzerare in tre anni il Fondo per il pluralismo nell’editoria minaccia proprio l’esistenza di giornali di opinione come Avvenire, Il Manifesto, Il Foglio, Libero, Italia Oggi, ed emittenti come Radio Radicale, oltre a centinaia di voci informative del mondo cooperativo e no profit, di associazioni religiose e culturali, di comunità territoriali e minoranze linguistiche. Voci autonome, indipendenti, originali. Anziché tifare per la loro chiusura, il Governo di una democrazia avrebbe il dovere di incentivarne la nascita di nuove, altrettanto innovative, autonome e preziose per il nostro dibattito pubblico. Salvini ha invece liquidato la questione in maniera spicciativa, con una frase del tipo: «Se ne occuperà il mercato…».

Sconcerta questo continuo contundente qualunquismo che umilia l’articolo 21 della nostra Costituzione. Proprio nel dettato della nostra Costituzione sta la ragione d’essere e la necessità ‘politica’ del Fondo per il pluralismo che da sempre esiste nella nostra democrazia e in maniera analoga in tutti i Paesi democratici, a tutela dell’informazione come bene pubblico, la cui peculiarità va salvaguardata rispetto a quelle che sono le dinamiche esclusive del mercato. L’azzeramento del Fondo è a tutti gli effetti una aggressione brutale contro la libertà di stampa e uno sfregio alla nostra vita democratica. Quando chiude una voce, c’è una ferita che non si rimargina. È un taglio nient’affatto neutro, ma che investe la qualità della nostra democrazia. Questa norma mette a rischio migliaia di lavoratori ed allarga ulteriormente il precariato in un settore, quello della comunicazione e del giornalismo, che già vive da molto tempo una crisi strutturale, mortificando le aspettative e la vocazione professionale di tanti giovanissimi. Il fatto che tutto questo stia avvenendo attraverso un emendamento contenuto in una Legge di bilancio su cui verrà imposta la fiducia aggiunge vergogna a vergogna.

Questo colpo all’informazione viene portato avanti con un vero e proprio colpo di mano, senza che sia possibile discuterne in Aula e senza un apposito disegno di legge su cui il Parlamento possa confrontarsi. A differenza di quanto va dicendo l’ineffabile Crimi, la misura ha tutte le sembianze di una rappresaglia, di un intento punitivo e intimidatorio contro realtà considerate scomode. Basti pensare che, nelle intenzioni del Governo, sarà la Presidenza del Consiglio ad indirizzare discrezionalmente i fondi residui. È un precedente pericoloso, introdotto forzosamente, violando il costrutto democratico e parlamentare. Una norma che va respinta con ogni forza, ricostruendo un’alleanza larga, parlando alla società. Il feticcio della democrazia diretta è un inganno, con sembianze illiberali, e va contrastato, a viso aperto.

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