“Quando Giovanni veniva a casa di mio padre”. Parla Caterina Chinnici

Focus

Intervista alla figlia di Rocco Chinnici, “inventore” del pool antimafia e grande amico di Falcone e Borsellino

La straordinaria storia di impegno e coraggio di Giovanni Falcone, e con lui di Paolo Borsellino, comincia dalla cruciale intuizione di un altro magistrato, Rocco Chinnici, che per primo comprese l’importanza del lavoro di squadra e che per questo istituì alla Procura di Palermo il primo pool antimafia.

Era il 1980. Nel 1983 Chinnici verrà ucciso da un’autobomba, ma il suo lavoro non si fermerà e con Falcone e Borsellino arriverà fino allo storico maxiprocesso. Un testimone raccolto anche dalla figlia di Rocco Chinnici, Caterina, anche lei magistrato e oggi europarlamentare del Pd, che incontriamo per Democratica nel giorno della commemorazione di Giovanni Falcone.

Cosa significa per lei questa giornata?
Per me è una giornata particolare perché mi ricorda l’enorme impegno per la legalità e la giustizia nato con mio padre, che volle fortemente Falcone e Borsellino nel pool antimafia. Ma queste figure sono anche parte del mio patrimonio affettivo. Sono cresciuta con questi modelli, quando da ragazza saltavo una lezione andavo al Palazzo di Giustizia, che era come casa mia. Sono le stesse persone che poi frequentavano casa mia, ricordo che mio padre cucinava per loro e poi regalava alle signore una rosa presa tra quelle che lui coltivava. Dunque questo è per me anche un momento difficile, perché la memoria torna a quei giorni e a quegli affetti. Falcone arrivò a Palermo nell’80 e subito cominciò a frequentare casa nostra. Mio padre lo volle poi fortemente nel pool perché aveva la capacità di intuire il talento e capì che era l’uomo giusto per le indagini di natura patrimoniale.

La grande intuizione di suo padre fu comprendere che lavorare da soli rendeva più vulnerabili, è così?
Mio padre intuì che tanti reati non erano singoli, ma che al contrario c’era una strategia, dunque che il lavoro parcellizzato che si faceva allora non era adeguato. Tra l’altro all’epoca neanche si parlava di mafia, tanto che per scambiarsi informazioni con Gaetano Costa (procuratore ucciso dalla mafia nel 1980, ndr), si parlavano in ascensore.

Una squadra unita su un obiettivo, è il modello che deve ispirare anche la società?
Indubbiamente quello è un modello di condivisione e impegno che dobbiamo portare fuori dalle Aule di tribunale per parlare alla società e soprattutto ai giovani. Sul piano dei processi, da quel primo pool antimafia posso dire con soddisfazione che oggi siamo arrivati alla Procura europea antimafia, anche grazie al lavoro eccellente fatto in Europa, al quale l’Italia ha portato un contributo eccezionale.

Eppure di mafia si parla sempre meno. La società, soprattutto i giovani, sono consapevoli ?
È vero che se ne parla meno, ma non abbiamo abbassato la guardia. Io vado nelle scuole ogni fine settimana, un impegno enorme che però mi ripaga perché ci credo, e vedo come i ragazzi reagiscono. Oggi i giovani sono più consapevoli, anche grazie alle scuole che fanno dei seri percorsi di legalità. Parlo con ragazzi dalla primaria fino all’Università, non è facile ma è un modo importante di portare avanti l’eredità morale che mio padre mi ha lasciato. Anche lui credeva nei giovani, è su loro che dobbiamo insistere perché sono loro gli agenti del cambiamento. E anche da parte delle istituzioni mi sento di dire che in Italia, dove abbiamo delle ottime leggi, questo impegno c’è.

Lei è stata parlamentare europeo e oggi è capolista per il Pd nelle Isole. Ci dica, per titoli, le cose più importanti fatte a livello europeo per contrastare un fenomeno che non ha più confini.
Abbiamo intanto istituito la Procura europea antimafia, con poteri investigativi e attività coordinate nei diversi Paesi. Poi, abbiamo istituito il reciproco riconoscimento dei provvedimenti di sequestro e confisca di beni mafiosi e abbiamo votato la prima direttiva penale contro il riciclaggio, oltre ad aver varato lo scambio di informazioni finanziarie e la direttiva per la difesa degli interessi finanziari dell’Ue. C’è un tassello ancora, del quale ho già posto le premesse e di cui vorrei occuparmi se sarò rieletta, e cioè arrivare ad una definizione comune di criminalità organizzata – che oggi non esiste -, prevedendone una specifica per la mafia. Da uno studio è emerso che sul territorio europeo ci sono più di 5000 organizzazioni criminali, ed alcune di queste rientrano nella tipologia mafiosa. Mi auguro di poter proseguire in questo impegno, nel quale credo molto.

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