Sui diritti individuali è in gioco la nostra identità

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Nella storia della Repubblica Italiana, il Ministro Bonafede è di gran lunga il soggetto più inadeguato al ruolo che ricopre

I disastri economici prodotti dal governo gialloverde stanno facendo passare in secondo piano, nell’opinione pubblica, lo scempio del diritto che i provvedimenti in itinere inevitabilmente comporteranno.

Non passa giorno, infatti, senza un annuncio di una modifica del codice penale o processuale penale o un attacco a qualche istituzione di garanzia, anche internazionale.

Tutti interventi che vanno ad assecondare un popolo inebriato dal giustizialismo (nei confronti degli altri, ma sempre indulgente quando si tratta di se stessi), illuso dell’idea che un indagato sia colpevole, sedotto dall’errata prospettiva (purtroppo sostenuta anche da sedicenti addetti ai lavori) che un processo serva a dare soddisfazione alle eventuali vittime di un reato.

La Giustizia, oggi, è nelle mani di un Ministro che non riesce a scrivere più di quattro righe senza incorrere in uno strafalcione grammaticale (da ultimo: “il” CEDU; fiducia dei cittadini nella “credibilità” della Giustizia). Nella storia della Repubblica Italiana, il Ministro Bonafede è di gran lunga il soggetto più inadeguato al ruolo che ricopre.

Pur consapevole dei propri errori del passato (non si annuncia una modifica del codice penale con la scenografia delle associazioni delle vittime di quel reato: leggi omicidio stradale), il popolo democratico, e in particolare i suoi rappresentanti parlamentari, deve costituire un argine al regresso verso l’ordalia.

Due interventi si profilano all’orizzonte come potenzialmente devastanti per la tutela di un principio costituzionalmente garantito, la ragionevole durata del processo (art. 111 Cost.). Consapevoli del rischio gravissimo, i penalisti italiani, rappresentati dall’UCPI (che dell’introduzione dei principi del Giusto Processo è stata l’artefice) hanno giustamente proclamato uno stato di agitazione.

Il principale problema, da tutti riconosciuto, della giustizia italiana, è l’eccessiva durata dei processi. E le iniziative legislative di cui parliamo, se andranno in porto, aggraveranno ulteriormente la situazione, decretandone il fallimento definitivo.

Un primo progetto, di minore impatto, a firma leghista (on. Molteni), riguarda l’inapplicabilità del rito abbreviato ai reati puniti con l’ergastolo. Mi spiace dover evidenziare che allo stato vi è una preoccupante convergenza sul punto anche del PD, con la proposta analoga dell’on. Morani (che, però, ha il pregio di prevedere che il rito abbreviato per i reati di competenza della Corte di Assise sia svolto dinanzi a quest’ultima e non dinanzi al GUP). Le statistiche ci dicono che, oggi, la quasi totalità dei processi di questo tipo si celebra appunto col rito abbreviato, che garantisce all’imputato lo sconto di un terzo di pena, e la trasformazione dell’ergastolo in una pena di trenta anni di reclusione.

Sono processi che richiedono uno straordinario investimento da parte dello Stato in termini di uomini, mezzi, e risorse. Che comportano tempi di celebrazione lunghissimi, soprattutto quando (come capita di frequente) nel materiale probatorio vi sono intercettazioni o captazioni.

Con la rinuncia (decisamente gravosa per le esigenze difensive) al contraddittorio nella formazione delle prove, l’imputato gode di un trattamento di discreto favore nell’irrogazione della pena. Un beneficio che, a essere sinceri, spesso è quasi neutralizzato dalla tendenza dei Giudici di aumentare la pena base. Non è un azzardo sostenere che, nella pratica, la riduzione reale della pena è di circa un quarto della pena astratta.

Mi sento di poter affermare che il rapporto tra vantaggi e svantaggi veda favorito lo Stato, e di gran lunga. Anche le persone offese dal reato, nel cui nome e nel cui presunto interesse vengono proposte queste modifiche, godono di innegabili vantaggi dalla scelta del rito abbreviato. In ordine sparso: le facoltà riconosciute alle persone offese sono intatte, così come è intatta la possibilità di costituirsi parte civile (solo per inciso, la presenza della parte civile in un processo di natura accusatoria è un unicum italiano); i tempi del processo sono notevolmente ridotti; la testimonianza – e questo è il dato più significativo – resa nella fase delle indagini preliminari assume valore di piena prova, evitando, così l’immane stress del dibattimento pubblico.

La legge 479/99 (cd. Legge “Carotti”, dal nome del parlamentare della Margherita che l’ha ispirato), che ha allargato l’accesso al rito abbreviato ai reati puniti con l’ergastolo, inizialmente precluso, ha consentito un enorme risparmio di queste risorse economiche e di tempo, producendo un significativo impatto positivo sull’efficienza della macchina della Giustizia. È utile sottolineare l’estrazione politica di Pietro Carotti, che è la stessa di chi scrive e della maggior parte dei lettori. Perché tutti noi apparteniamo a quella tradizione politica che ha a cuore la giustizia intesa quale valore assoluto, simbolo di supremazia morale dello Stato rispetto al desiderio punitivo dei singoli, cartina di tornasole dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Proprio in quel periodo (1999 – 2000) la nostra area politica ha prodotto quel capolavoro dell’art. 111 della Costituzione, che scolpisce i principi del Giusto Processo e che deve essere la nostra stella polare per ogni intervento legislativo in materia.

Oggi, purtroppo, ci stiamo allontanando in maniera siderale da quei principi.

Soprattutto se passerà indenne l’iter parlamentare la seconda proposta, che prevede la “sospensione” (così definita) della prescrizione tra la sentenza di primo grado e quella definitiva. Una premessa è d’obbligo. Il numero di processi che si prescrivono è esorbitante. La normativa attuale sulla prescrizione, figlia del ventennio berlusconiano e delle sue esigenze processuali, è scandalosa, e favorisce sia gli autori dei white collar crimes (grazie a termini ridottissimi che impediscono anche di arrivare a una sentenza di primo grado) che – paradossalmente – la criminalità da strada (che, per i termini straordinariamente dilatati dalla ex-Cirielli per i recidivi, non vedrà una sentenza definitiva prima di moltissimi anni, potendo continuare a delinquere impunemente). Ma le statistiche ci dicono che il sessanta per cento dei procedimenti si prescrive in fase di indagine (prova inequivocabile della sostanziale facoltatività dell’azione penale, in barba al precetto costituzionale), e un altro dieci per cento non vede la sentenza di primo grado.

Se, poi, pensiamo che più della metà delle sentenze di condanna viene ribaltata in appello, ci rendiamo conto della portata irrilevante da un lato (quello della riduzione complessiva dei processi prescritti), e disastrosa dall’altro (quella dei diritti di un imputato di avere quanto prima un secondo grado di giudizio, sia per vedere confermata la sua innocenza, sia per ribaltare l’eventuale condanna) della proposta di modifica della prescrizione.

Si pensi a un soggetto, assolto, che resta imputato a tempo indeterminato, quale profondo senso di ingiustizia possa provare. La possibilità, per i Giudici di appello, di lavorare senza l’ansia di incorrere nella prescrizione comporterà una moltiplicazione della durata dei processi. La salvezza per il nostro sistema processuale, quindi, non deriva da una sostanziale abrogazione dell’istituto della prescrizione (che purtroppo si profila all’orizzonte), ma da una più ferrea disciplina delle indagini e della loro durata; da una presa d’atto che – con le risorse attualmente a disposizione – l’azione penale è facoltativa, e quindi regolamentarla per legge. E, soprattutto (come dicevano i commentatori dell’attuale codice di procedura penale), dal favorire l’accesso ai riti alternativi (per la sostenibilità di un processo di “lusso” come quello accusatorio, è necessario che non più del quindi per cento dei processi vada a dibattimento).

Oggi, paradossalmente, si va nel senso esattamente opposto, con il rischio che – aperto il varco con i reati puniti con l’ergastolo – si possa inibire l’accesso all’abbreviato per tutti i reati che incidono sull’unico valore che oggi la politica vuole tutelare, ossia il consenso della pubblica opinione.

Ma in un paese realmente democratico, il favore popolare, su certi temi, non può e non deve condizionare la classe dirigente. Nelle scelte che riguardano il valore fondamentale della libertà personale, abbiamo l’obbligo morale di andare controcorrente. E anteporre a ogni altro interesse quello della tutela dello Stato di Diritto.

Questa deve essere la prima di ogni altra battaglia identitaria, che deve trovarci – sempre – tutti schierati dalla stessa parte.

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