Giustizia, incolmabile la distanza Dem-M5s

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Il M5S è apertamente schierato a favore di una drastica riduzione delle garanzie processuali e tende ad adattare il principio di non colpevolezza in base alla vicinanza politica o meno del soggetto inquisito

È dal 4 marzo che sto pensando di scrivere questo articolo.

Il primo spunto mi è venuto dall’interrogativo posto, in modo quasi unanime, dagli elettori e dai dirigenti del PD il giorno dopo la pesante sconfitta elettorale, ossia quale sia il significato, oggi, del sentirsi (ed eventualmente dimostrare di essere) “di sinistra”, e dalla conseguente manifestata necessità di ritrovare i valori fondanti del partito; di recuperare “il rapporto con la base”.

La risposta è tutt’altro che semplice e soprattutto tutt’altro che univoca. Il piano economico, che è quello privilegiato su cui fondare tale analisi, consente letture profondamente diverse, se non antitetiche tra loro, come è emerso dalla lettura dei commenti di autorevoli studiosi e politologi.

Pensavo, pertanto, di poter contribuire dal mio specifico punto di vista, che coincide con il mondo della Giustizia.

Questo periodo di “riflessione”, però, è durato davvero poco, troppo poco per consentirmi di raccogliere alcuni pensieri e metterli giù in modo ordinato. Nel volgere di pochi giorni (o forse ore), l’elevato dibattito sui massimi sistemi, che tanto mi aveva appassionato, ha lasciato spazio ad una questione molto più pratica: sostenere o meno un governo a guida M5S.

Francamente demoralizzato, decisi di lasciar perdere. A chi può mai interessare una riflessione su quello che è diventata la Giustizia in Italia, se il tema del giorno è una mera questione di strategia e di alleanze: argomento che lascio volentieri ai dirigenti del partito.

Qualche giorno fa, però, dopo aver letto il documento redatto su incarico del M5S dalla commissione presieduta dal prof. Della Cananea, mi è ritornato l’interesse ad occuparmi della questione.

Ho trovato molto più interessanti, dal mio punto di vista, rispetto ai punti di cosiddetto “contatto” tra i programmi (mancava solo il rimpianto nei confronti delle mezze stagioni che non ci sono più e l’avversione nei confronti della fame nel mondo), catalogati dagli esimi accademici, quei punti non scritti, ossia quelli in cui le distanze tra le differenti visioni non erano colmabili nemmeno con le acrobazie lessicali presenti in abbondanza nel citato documento.

Tra questi punti, guarda caso, vi è proprio quello sulla giustizia penale. Un terreno su cui può (anzi, deve) costruirsi una rinnovata visione dell’identità del centrosinistra in Italia, e che segna la distanza incolmabile con tutti gli altri schieramenti oggi in campo.

Un complesso sistema di valori irrinunciabili, che producono effetti sul piano sociale, economico, morale. Che incidono su diritti intangibili, di rango costituzionale e sovranazionale.

Valori che, salvo qualche incidente di percorso e qualche grave passo falso, il PD, nell’ultima legislatura, ha dimostrato di saper tutelare e in certi casi potenziare.

Il centrodestra, in cui pure non manca una certa sensibilità verso il tema del garantismo, nel corso degli anni in cui ha governato ne ha offerto una visione distorta, manifestando una certa indulgenza nei confronti degli autori dei cd “white collar crimes” e viceversa una esagerata severità nei confronti dei delinquenti cd comuni. La modifica scriteriata delle norme sulla prescrizione, che ha introdotto per la prima volta delle variabili soggettive, ha, in pratica, creato vere e proprie sacche di impunità per alcuni reati, rendendo all’opposto eterni i processi per i pluripregiudicati. La Lega, in particolare, ha posto al centro della sua attenzione temi di grande impatto “mediatico” ma di scarsa percorribilità, offrendo soluzioni che sono ritenute oscene dalla comunità scientifica, come nel caso della legittima difesa.

Dal punto di vista dei rapporti con la magistratura, abbiamo registrato, negli anni, vere e proprie aggressioni alla irrinunciabile autonomia della stessa e gravissimi episodi di delegittimazione di singoli suoi esponenti.

L’altra forza oggi in campo, il M5S, è apertamente schierata a favore di una drastica riduzione delle garanzie processuali (gradi di giudizio, facoltà difensive) e tende ad adattare il principio di non colpevolezza in base alla vicinanza politica o meno del soggetto inquisito. L’abolizione della prescrizione dopo il rinvio a giudizio, l’abolizione del divieto di reformatio in peius, rispecchiano una ideologia populista che non porta, tra l’altro, alcun vantaggio in termini rispettivamente di speditezza processuale e di sicurezza sociale.

Accettare il sacrificio del diritto dell’imputato a un giusto processo in cambio di una (ipotizzata) efficienza della macchina della giustizia tradisce un’impronta totalitaria incompatibile con un moderno stato democratico. Per non parlare dell’agente provocatore dei reati contro la Pubblica Amministrazione, che da boutade lanciata da qualche magistrato mediaticamente sovraesposto si è trasformata in proposta concreta messa nero su bianco nel programma del M5S, anche nell’ultima versione riveduta e corretta dalla società di Casaleggio. Dal mio punto di vista, è più accettabile uscire dalla NATO che dalla civiltà giuridica in cui, tutto sommato, ancora ci troviamo.

Quanto ai rapporti con la magistratura, si assiste invece alla pericolosa apologia, da parte dei pentastellati, di una categoria (per fortuna minoritaria) di magistrati, quelli che si ritengono investiti di una funzione moralizzatrice e in quanto tali offrono spesso e volentieri pubblicamente il loro punto di vista ai media, mostrando insofferenza verso i diritti processuali degli indagati, e favore verso strumenti invasivi della privacy e della libertà degli individui. Per parafrasare la flat tax progressiva, c’è il rischio di assistere alla presunzione di non colpevolezza fino all’informazione di garanzia.

Potrebbe bastare, quindi, una definizione “per differenza” per identificare compiutamente la nostra visione della Giustizia.
E conseguentemente porre sul tavolo di una eventuale “contratto” di governo, dei paletti irrinunciabili che possono essere riassunti facilmente con “tutela dello Stato di diritto”. Non sono in grado di dire ciò che, moralmente e strategicamente, sia più giusto o più utile per il PD oggi.

Sono certo, invece, che avrei non poche difficoltà a riconoscermi ancora in una forza politica che sostenga, direttamente o indirettamente, una governo che persegua anche uno solo degli obiettivi dichiarati dal M5S in materia di giustizia penale.
E penso che nella mia stessa situazione si trovino tutti gli avvocati che ancora si riconoscono nel Pd.
Oggi più che mai si sente la necessità di una forza politica che ponga, contro ogni populismo, la difesa dello Stato di Diritto al centro della sua agenda politica. Che espunga dal proprio vocabolario termini quale “certezza della pena” e dal proprio DNA il diritto penale simbolico (vedi norme come quelle sull’omicidio stradale). Che riconosca alla pena detentiva l’unica funzione dettata dalla Costituzione, che è quella della rieducazione, che non può avvenire in mancanza di dignità e rispetto dei diritti fondamentali dei detenuti.
Che abbia il coraggio di sospendere ogni giudizio sulle vicende giudiziarie in corso, soprattutto quando riguardano gli avversari politici. E che abbiano la forza di valutare la moralità dei propri esponenti anche in assenza di procedimenti penali. Che abbia il coraggio di potenziare l’autonomia e indipendenza dei Magistrati, anche e soprattutto al proprio interno, separando le carriere di magistrati inquirenti e giudicanti, e risolvendo una volta per tutte la delicata questione del – legittimo – passaggio dei magistrati alla carriera politica.

Questa forza politica, che non può essere che il PD, oltre a ritrovarsi intorno a valori comuni con le forze politiche che, pur affini, oggi viaggiano divise, potrebbe ritrovare parte del suo elettorato, oggi disorientato, e magari riconquistarne altro. Gli operatori della Giustizia (avvocati, cancellieri, magistrati, magistrati onorari), e soprattutto i cittadini, che ne sono fruitori, non aspettano altro che un vero salto di qualità, che può esserci solo in presenza di idee chiare e volontà ferrea, ampiamente condivisa. E, speriamo, in totale assenza di spot e slogan.

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