Uno vale uno ma Salvini vale di più

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La scelta di Salvini di non far scendere da una nave 177 naufraghi, contrariamente a ciò che dettano i trattati internazionali, è una scelta politica, di parte. Piaccia o non piaccia

La scorsa settimana il lavoro parlamentare si era concluso sul gesto delle manette ostentato da un collega grillino verso i nostri banchi. Quasi un gesto vintage dei giustizialisti di ogni tempo. Non c’è infatti tema più consumato negli ultimi decenni della politica italiana. Nessun commentatore politico italiano ha omesso di ascrivere a questo o quel processo le sorti dei vari governi o dei leader. Ed in parte questo è successo. Ieri ed oggi.

Ieri mattina un parlamentare del Movimento Cinque Stelle in televisione ha sostenuto che la scelta della maggioranza dei supposti votanti su Rousseau, di non consentire il processo a Salvini, onora la separazione dei poteri fulcro delle Democrazie liberali. Cioè, ciò che il governo decide, siccome lo decide in base ad un programma politico, non può essere oggetto di giudizio di un altro dei poteri dello Stato. La coerenza politica versus la coerenza con i principi generali e astratti delle leggi. Ha toccato il punto, è l’esatto contrario.

Sostenere che esista un comportamento, quello di un Ministro, che di sicuro, a prescindere dall’ipotesi di reato formulata da un magistrato, corrisponda ad un “preminente interesse pubblico” ovvero per “la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante” come recita la legge, è la negazione di tutto ciò. Anche se sapientemente nel quesito su Rousseau hanno scritto un’altra cosa. Significa far coincidere la definizione di interesse pubblico, con ciò che è interesse del Governo. Non dello Stato.

La scelta di Salvini di non far scendere da una nave 177 naufraghi, contrariamente a ciò che dettano i trattati internazionali, è una scelta politica, di parte. Piaccia o non piaccia. Non tutela lo Stato o la Costituzione, ma la coerenza del governo e sua. L’interesse pubblico è generale, non di parte. I Senatori non sono chiamati a giudicare la qualità politica della scelta, ma la sua coerenza con l’interesse pubblico, cioè di tutti. E certamente per me, e per noi, è prevalente l’interesse alla salvaguardia dei diritti umani di quelle persone, a prescindere se poi ne consentiremo o meno l’asilo politico o l’assistenza umanitaria. Una volta a terra.

Uno vale uno. Ve lo ricordate il leit motiv dei pentastellati? Non c’è più, Salvini vale più di uno. La Magistratura vale di meno.

Per questo, nella notizia che ha colpito ieri tutti noi, e la famiglia Renzi direttamente, noi dobbiamo dimostrare cosa sia nel profondo il garantismo. E la nostra idea di giustizia. L’idea che le garanzie della Legge sono uguali per tutti. Che si è innocenti fino a prova contraria, che si ha diritto ad un processo giusto, ma tutti, a prescindere dal ruolo e dal cognome, per questo non solo il Partito Democratico si è dimostrato compatto nel trasmettere a Matteo Renzi il proprio affetto, ma anche compatto nel dichiararsi rispettoso delle scelte della magistratura, anche se dubbiosi sulla misura cautelare, applicata dal Gip a 4 mesi dalla richiesta e a qualche anno dai supposti reati, imposta a due settantenni.

Non abbiamo partecipato prima e non parteciperemo oggi a processi popolari via web, ne quando supponiamo l’innocenza ne quando propenderemmo per la colpevolezza. Non saremo noi a parlare di complotti. Non ne parla Renzi. Noi coltiviamo la nostra coerenza.

Sono i Cinque Stelle che hanno perso la loro. Con un referendum online, sulla cui veridicità non possiamo dire nulla, perché nulla sappiamo dell’affidabilità di quella piattaforma e di quei dati, hanno fatto coincidere interesse politico, la sopravvivenza del governo e dei loro incarichi, con la difesa di un interesse eminentemente pubblico.

Succede così nei sistemi non democratici, succede così nei romanzi di Orwell, nella testa e nella logica di personaggi come Erdogan e Maduro, Orban e Putin; succede così quando fai coincidere la prevalenza temporanea del consenso con l’idea di una “dittatura della maggioranza” come la chiama Cassese; dove chi vince tutto può, tutto decide, tutto giudica. Dove tutti valgono uno, salvo quelli che valgono di più.

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