Sfida di civiltà: la nostra fiducia nella giustizia

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Votare per sottrarre un Ministro al vaglio della Giustizia è stata una prevaricazione dell’equilbrio tra poteri e contrappesi

Il caso Diciotti-Salvini è per me un paradigma dei pericoli che sta correndo il Paese, di fronte ai colpi pesanti che Governo e maggioranza assestano  alla cultura giuridica democratica, alla civiltà del diritto. Mi riferisco innanzitutto alla violazione del principio di uguaglianza di tutti i cittadini – ministri compresi – davanti alla legge. E al fatto che secondo me il Ministro Salvini avrebbe dovuto provare a dimostrare nel processo di avere agito nell’esercizio delle sue funzioni e nell’interesse del Paese. Provando nel processo a dimostrare di non aver commesso reati di violazione di diritti umani, sequestro di persona o abuso d’ufficio e di potere. E tenendo conto anche del fatto che modalità e metodi con i quali si dice di aver fatto l’interesse del Paese possono configurare concrete ipotesi di reato, come è stato autorevolmente sottolineato. E come probabilmente è avvenuto. Tutto è opinabile, beninteso. Compresa la mia opinione: votare per sottrarre un Ministro al vaglio della Giustizia è stata una prevaricazione dell’equilbrio tra poteri e contrappesi.
Per me è stata una grave ferita. Ferita ancora più profonda di questa è stata la scelta adottata da 5 Stelle di far esprimere su questo cinquantamila (secondo gli organizzatori, non so la Questura ) persone
attraverso la piattaforma Rosseau. Una scelta gravissima, che definire populista e giustizialista è troppo poco. Chi scrive ha fatto parte nella scorsa legislatura della Giunta per le Autorizzazioni a procedere della Camera. Ci siamo trovati davanti a decisioni delicatissime. Votare per portare in aula richieste di arresti, di procedimenti penali, di uso di intercettazioni, di sindacabilità di atti. Decisioni difficili, che richiedevano (e richiedono) lettura di carte, di documenti, valutazioni, pareri, audizioni, richieste di chiarimenti. Insomma, approfondimento e poi confronto, discussione, voto secondo coscienza. Bene: che conoscenza, che approfondimento possono esserci stati in un voto come quello messo su da Di Maio e Casaleggio jr? Quale consapevolezza e quale serietà? Niente di tutto
questo, ma solo una idea di giustizia sommaria, al servizio di un patto di potere politico. Una idea plasticamente rappresentata da quel gesto violento delle manette mimate da Giarrusso, gesto dal non tanto vago sapore di cultura da olio di ricino.
In questo quadro si è inserita la vicenda – dai contorni davvero sorprendenti – degli arresti domiciliari dei genitori di Matteo Renzi, che oggettivamente ha “bilanciato” mediaticamente la deriva antidemocratica e le drammatiche spaccature dentro 5 Stelle e tra il gruppo dirigente e l’elettorato.
Già tutti noi, pubblicamente, abbiamo avuto modo di esprimere solidarietà umana e vicinanza a Renzi. Tutti noi siamo stati sorpresi dalla gravità del provvedimento cautelare della Procura di Firenze, inusuale per quel tipo di reati, per l’età dei due coniugi. E, senza volere e potere entrare nel merito, ci auguriamo con tutto il cuore
che questi due cittadini – che sono non solo incensurati, ma anche presunti innocenti fino a sentenze definitive – fin dall’interrogatorio di garanzia possano trovare il modo di difendersi e uscire dallo stato in cui si trovano. Per poi difendersi nel processo e dimostrare la loro estraneità alle accuse. Tutto questo, ribadendo davvero – come ha
fatto non solo Renzi, ma tutto il Pd – fiducia nella Giustizia. Non è sempre facile, davanti ad errori, lentezze, a volte dolo, ribadire questo. E tuttavia è la strada giusta e obbligata, di chi ha fiducia nella democrazia. Nonostante troppo spesso, in questi anni,  si sia assistito ad un uso politico della Giustizia, a settori (minoritari) della
stessa magistratura che hanno dato l’impressione di pensare più alla politica che ai Codici, non si deve, non si può derogare.
Coincidenze sospette nella diffusione delle notizie? Possibile, anche perchè un atto di misura cautelare viene a conoscenza di troppi uffici e soggetti diversi. Iniziative giudiziarie mirate politicamente? Possibile. Ma “fiducia
nella Giustizia” non deve essere una litania, è una parola forte e solida, che riconosce che la Giustizia può sbagliare e che può correggere gli errori (io non sono pentito di avere sollevato insieme ad altri pesanti interrogativi sull’uso politico del caso Consip da parte di pezzi dello Stato contro l’allora Presidente del Consiglio), che può aprire indagni e poi archiviare. Che può pronunciare sentenze diverse fino al terzo grado di giudizio. Certo, tutto questo va fatto in tempi rapidi e ragionevoli. Non si possono tenere sulla graticola cittadini che hanno
diritto ad un rapido giudizio. Certo un qualsiasi indagato o imputato non deve essere sbattuto sui media come un condannato. Un avviso di garanzia è a tutela dell’indagato, non è un avviso di colpevolezza. Ma tutto ciò è una sfida di civiltà che si potrà vincere avendo, nonostante tutto, fiducia nella Giustizia.
Infine, io ritengo che emergenze del Paese, tra le altre, siano la corruzione e la pervasività delle mafie e una troppo frequente contiguità tra affari e politica. Detto questo e stabilito questo discrimine, si possono e si debbono criticare storture, opacità e limiti presenti nella Magistratura, nella Giustizia e combatterli. Ma colpendo i bersagli giusti. E’ quello che abbiamo cercato di fare in Parlamento e con i governi a guida PD nella scorsa legislatura, togliendo per cinque anni la Giustizia dall’essere terreno di scontro politico. Ma anche su questo il Governo del cambiamento ha cambiato, rimettendo indietro le lancette dell’orologio ed il calendario.

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