Ma chi governa in Italia? Un suggerimento, sicuramente non Conte o i Cinque Stelle

Focus

Se Salvini è il capo dell’esecutivo, non sarebbe il caso di dirlo chiaramente, senza portare avanti questa pantomima imbarazzante?

Che le elezioni europee potessero segnare uno spartiacque per il governo gialloverde lo si sapeva già da molto prima che i risultati fotografassero un sostanziale ribaltamento dei rapporti di forza nella maggioranza. Ma che Matteo Salvini, dopo il 33 per cento conquistato lo scorso 26 maggio, potesse puntare a ricoprire il ruolo di plenipotenziario dell’esecutivo forse non se lo immaginavano neppure i Cinque Stelle.

E invece oggi, complici la scomparsa dai radar del premier Giuseppe Conte (a proposito, non aveva detto in conferenza stampa a Palazzo Chigi che se ne sarebbe andato a casa se avesse verificato l’impossibilità di incedere sull’azione di governo?), la sudditanza interessata di Luigi Di Maio e una campagna ideologica, supportata da giganteschi investimenti sui social e da mezzi di comunicazione di massa quantomeno accondiscendenti, il leader leghista si muove come se fosse il capo indiscusso del governo.

Si va dalla convocazione dei sindacati per parlare dei temi del lavoro, alla presentazione di leggi ed emendamenti che puntano ad accentrare sul ministro dell’Interno poteri illimitati. Per non parlare di quando il tuttologo Salvini interviene su politiche fiscali, politica estera, federalismo e autonomia, rapporti con l’Europa, questioni legate alla famiglia e ai diritti, solo per citare alcuni esempi.

L’impressione (anche qualcosa più di un’impressione) è che il capo della Lega sovranista sia riuscito, con la complicità dei Cinque Stelle (ingenui, a voler essere buoni) a raggiungere l’obiettivo che si era prefissato, senza neppure bisogno di ripassare dal voto: tenere saldamente in mano il pallino dell’azione di governo, imponendo all’esecutivo e al dibattito pubblico questioni importanti, ma non vitali, come quelle dell’immigrazione, trasformando questioni strutturali e fisiologiche in emergenze nazionali. Per coprire i fallimenti già certificati dal punto di vista della gestione dell’ordine pubblico, delle dinamiche economiche e sociali, le tante promesse mancate, come il taglio delle accise della benzina, la flat tax per tutti e il rimpatrio di 600mila clandestini.

Se, quindi, Salvini (che, vale la pena ricordarlo, sta lì avendo ottenuto il 17% alle elezioni politiche, con la Lega terzo partito) è il capo dell’esecutivo, non sarebbe il caso di dirlo chiaramente, senza portare avanti questa pantomima imbarazzante? Se Conte è convinto che il suo impegno abbia senso solo nel momento in cui vengano riconosciute la sua autonomia e la sua autorevolezza, perché – alla luce di tutto ciò che sta succedendo – non si è ancora dimesso?

Se il Movimento Cinque Stelle non vede o non capisce quali siano le dinamiche che si stanno innescando, le possibilità sono due. O, come riconosce Di Battista (pensando di dire una cosa intelligente) non hanno propensione ad occupare ruoli decisionali, oppure a loro sta bene così. Pensando a Luigi Di Maio, è naturale pensare che queste due eventualità coesistano. Il vicepremier sa benissimo che per lui le chance sono finite, nel caso in cui la legislatura dovesse terminare anzitempo, e sta dimostrando che pur di mantenere il suo status (nel governo e nel Movimento) è disponibile a mandare giù praticamente qualsiasi cosa esca dalla iperattiva bocca di Salvini.

Persino nell’ultimo recente scontro tra Vincenzo Spadafora e lo stesso Salvini, Di Maio è stato solo in grado di abbozzare un “quanto casino per un’intervista”, senza prendere esplicitamente le difese del suo sottosegretario. Un atteggiamento che conferma la totale inefficacia della sua azione politica. La raccomandazione è una sola: si allaccino bene le cinture di sicurezza perché sull’ottovolante di Salvini si sa come si sale, ma non si sa mai come si scende.

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