Una società spettrale chiamata Governance

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Con “Governance. Il management totalitario” (Neri Pozza, pagg. 187, euro 16), il filosofo canadese Alain Deneault ci accompagna fra le pieghe ideologiche di una “parola-macedonia” che con la sua “nebulosa semantica” copre un lago di acque stagnanti

Partito col significare nella Francia del XV secolo uno stato generale di salute del corpo, il termine “governance” passa nell’ultimo spicchio del XX secolo a identificare le pratiche di sana gestione e di ottimizzazione dei bilanci da parte di grossi brand industriali e corporation internazionali tarlati da crimini commessi dai rispettivi consigli di amministrazione, e braccati dalle class action dei loro azionisti. Ma è solo con la Thatcher che acquisisce un concept strisciante e inquietante, iniziando a rappresentare lo spirito monopolista ed energumeno delle imprese, dei capitali e della globalizzazione ai cui diktat lo Stato, gli Stati, devono assuefarsi, diventando tout court i suoi tentacoli, il suo braccio operativo, il suo catalogo di dismissione etica, ridimensionamento dei diritti, deregulation totale, privatizzazione dei servizi pubblici. Perché solo dagli interessi costituiti delle elite finanziarie – nuovi Mandarini della Civiltà -, dalle leggi onnivore del mercato e dalle piattaforme di lancio e di scavo di quest’ultimo può derivare – si lascia intendere sempre più – una possibilità di sviluppo benessere e sicurezza per tutti.

Con un testo di grande eleganza e militanza, “Governance. Il management totalitario” (Neri Pozza, pagg. 187, euro 16), che si candida a diventare inaggirabile per comprendere profondamente certi processi politico-economici della postmodernità, il filosofo canadese Alain Deneault – già noto per l’altro suo libro “La Mediocrazia” – ci accompagna fra le pieghe ideologiche di una “parola-macedonia” che con la sua “nebulosa semantica” copre un lago di acque stagnanti, una catena di montaggio di significati azzerati, una storia trasformata in inganno, in frenetica mobilitazione che si schianta contro una dissuasione dall’Umano e una gestione accaparratrice di forze interiori, disagi singolari, crac territoriali (Deneault ricostruisce con grande accuratezza le intese segrete, le strettoie fiscali, lo sfruttamento sfacciato delle miniere del Congo), esperienze e temporalità che ne risultano irreparabilmente guaste.

Questa gendarmeria dei flussi informazionali e delle economie finanziarizzate si ciba di guerre e solitudine, di stigmi e universi linguistici concentrazionari. E quindi le news, la propaganda, il pressing sull’opinione pubblica (seppure l’autore dedichi solo pochissime pagine all’analisi della sottile violenza dei sistemi mediatici) diventano la segreta raffineria di una strategia separatista che elude l’etica collettiva, la purezza delle intenzioni, l’impegno per una reale integrazione di popoli e bisogni. Questa casta di plutocrati, media-evangelizzatori e gestori di banche-dati ci distrae dalle antiche solidarietà e dagli artigli di un pensiero critico, ormai bollito, consegnato, assoggettato. Con, sullo sfondo, le leggi dello Stato, i diritti umani, le vocazioni morali, il bene comune a fare da plancton per le bocche fameliche di losche consorterie di sfruttatori professionisti.

Cos’è allora la Governance? E’ fatta di patti di concertazione fra potenti, di sbriciolamento progressivo delle Istituzioni, di una coscienza pubblica sempre più spostata verso una riduzione delle facoltà operative degli Stati visti come nociva zavorra; è “il collettivo allo stato fantasmatico. Un miraggio”; è “una specie di governo anonimo che gestisce il conformismo”; è “una forza politica feticcio”. Consiste “nel nominare il nuovo ordine politico che deve disegnarsi al di là dello Stato, ma, più che per istituzionalizzare un ordine comune, per mettere i popoli ulteriormente fuori dalla portata di strutture pubbliche, attraverso le quali essi potrebbero cercare di costruire sovranamente la propria soggettività storica”.

L’Occidente, con un certo sistema di relazioni, con una certa parola pubblica e un’arborescenza di poteri intrecciati architettata dai consumi e dai media, e da certe sistemiche patologie, sembra quasi essersi messo al riparo da ogni possibile sovvertimento dei suoi codici di prevedibilità, delle sue alchimie collettive, del suo ripercorrersi secondo tracciati di cui l’economia è il Caronte epocale, “guardiano e garante” – direbbe Badiou. Il mercato. La violenza su masse di individui. La pronuncia delle guerre. L’intrattenimento. I numeri della finanza globale. La finta autopsia delle immagini. Sono altrettanti asset all’interno dei quali ci giochiamo le nostre chance di “corpi docili” e assemblati (Deneault giustamente cita Foucault) che non sanno più cosa sia la renitenza, l’antagonismo, il caos del molteplice, il ricominciamento di un evento, il risveglio della Storia. Ne esce fuori il quadro di un “fu cittadino”, “fluido e apolide”, il cui spirito civico e le cui esigenze di miglioramento legislativo e sociale vengono intercettati, neutralizzati, trasfusi nelle logiche di investimento, rendicontazione, appropriazione e complicità dei poteri cosiddetti forti contro la cui retorica buonista e facilitatrice è sempre più difficile protestare.

Una “classe media” deliberatamente mediocrizzata e normativizzata sarà sempre più preda della mano invisibile del neoliberismo imperante, e ad aiutare nell’emancipazione questa, Deneault dedica le ultime bellissime pagine del suo libro. Bisogna sottrarsi al fanatismo della razionalità dominante – ci dice con veemenza -, “organizzare collettivamente qualcosa di completamente diverso”, scoprire nuovi rapporti fra le persone, aumentare vigilanza e consapevolezza, “liberare senso ai margini di un mondo in fallimento”, essere radicali nelle critiche, evitare la “rettitudine” che lo status quo vuole da noi, e che sa tanto di sepoltura intellettuale. In una parola, dice: perseverare.

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