Governare il cambiamento tra mercato e diritti

Focus

Il futuro della democrazia è affidato a una sinistra riformista da ridefinire e ricollocare

Qualche giorno prima di partire per il viaggio tanto atteso in Vietnam-Cambogia e Laos, mi è capitato di leggere un articolo estratto dal rapporto Oxfam/2018 presentato a Davos, sulle attività tessili. In Cina, India, Cambogia, Vietnam, Indonesia e Sri Lanka oltre il 50% dei lavoratori si pongono al di sotto della soglia del salario minimo legale, 4 volte inferiore al salario minimo di sussistenza. Numeri che sono volti e occhi. Vedere bambini operai che lavorano 18 ore al giorno per una ciotola di riso è  un’esperienza che non si dimentica.

I “Forgotten men”

Il tema delle “economie emergenti “coniugate nella dimensione dello sfruttamento lavorativo offre scenari nuovi di riflessione.

La crisi economica globale obbliga ad una spietata competitività i lavoratori più poveri e meno specializzati, disposti ad accettare condizioni disastrose in nome di una presunta conciliabilità tra capitale e lavoro. Così il capitale cosmopolita aumenta sempre di più il suo potere contrattuale in termini di globalizzazione finanziaria, che penalizza i settori meno dinamici della società e alimenta i malumori dei cittadini occidentali, dei “forgotten men” che manipolati dalla retorica dell’indignazione e del risentimento, si ritengono autorizzati a destituire qualunque politico, colpevole universalmente di aver governato.

Il partito del NO

Inoltre la rabbia sociale, unico surrogato della politica attuale, ha scatenato la vittoria del populismo anti europeo dei 5 stelle e del sovranismo xenofobo di Salvini in Italia e ha segnato il trionfo anti sistema dei sostenitori di Marine Le Pen nelle banlieues francesi, dei minatori nel Galles, dei ferrovieri a Manchester, dei portuali a Dover per la Brexit, così come dei minatori del Wisconsin a favore di Trump.

L’esclusione dalla crescita economica, la delusione per la mancata rappresentanza politica di queste categorie di “dimenticati” e di spaventati hanno mescolato le appartenenze sociali in nome di un egualitarismo narcisistico, depotenziato i valori di destra e sinistra indebolendo le istituzioni democratiche.

Ecco quindi che si può presentare a chiunque il saldo di tutto ciò che non va, aderire al partito trasversale del NO globale che in Italia semplifica i problemi, dai migranti ai vaccini. NO è il ribellismo di sintesi del dilagante risentimento, è il “luddismo culturale”, diffidente di qualsiasi proposta del sistema, come afferma Piero Fassino nel suo interessante lavoro” PD davvero”.

La narrazione riformista

Nell’immaginario popolare la sinistra riformista è accusata di essere stata a lungo al potere e quindi di aver accettato le logiche della globalizzazione liberista. Ma è davvero così?

La sinistra riformista ha coltivato un’ambizione: declinare le responsabilità della persona con uno sviluppo economico e sociale ispirato alla parità dei diritti e delle opportunità. Di fronte alla globalizzazione, la socialdemocrazia ha riproposto la formula novecentista del compromesso sociale e politico tra mercato e regole: otto ore lavorative, suffragio universale, voto alle donne, istruzione pubblica obbligatoria, diritto alla cura per tutti. Di qui l’atteggiamento “ottimistico” delle politiche della “terza via” dei New Democrats di Bill Clinton o il “new labor” di Tony Blair.

Un approccio che risulta anacronistico perché si scontra con la debolezza delle organizzazioni sovranazionali, prive di un reale spazio di sovranità globale in cui oltre alle merci possano circolare regole condivise per governare i nuovi processi di cambiamento.

Una sinistra moderna e riformista deve puntare sul consenso e sulla fiducia della gente, deve ricercare un diverso equilibrio tra nuovi diritti per il lavoro, rispetto per la persona e sovranità europea.

Unire per cambiare

Il futuro della democrazia è affidato a una sinistra riformista da ridefinire e ricollocare. Essa deve essere in grado di intercettare bisogni e speranze del nostro tempo, di tornare a parlare di opportunità e di diritti per tutti, di condivisione di regole e di doveri, di giustizia, di libertà.

La moderna sinistra declina il ruolo indispensabile dello Stato che rende uguali i diritti e i doveri, con quello altrettanto necessario del mercato che rende libere la concorrenza e le opportunità.
Il riformismo di sinistra si deve quindi dotare di strumenti per governare la globalizzazione, in un’ottica internazionale. E l’Europa rappresenta uno straordinario esperimento di sovranità inclusiva, uno spazio transnazionale in cui «le politiche dei singoli Stati possono divenire, da oggetto minacciato, soggetto di una globalizzazione organizzata».

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