X

Così è il cambiamento (se vi pare)

Dopo il tempo delle promesse arriva quello della resa. La Lega depone lo spadone di Alberto da Giussano, esibito per giorni e giorni contro l’Europa e contro tutti, e mette in chiaro che quanto promesso durante la campagna elettorale difficilmente troverà spazio nella prossima legge di Bilancio. La conferma è arrivata qualche giorno fa nel confronto avvenuto al Viminale tra i capi economici del Carroccio; al punto che le recenti e sconclusionate sparate di Salvini sul superamento del 3% del rapporto deficit Pil hanno lasciato spazio a dichiarazioni, meno destabilizzanti, su una manovra “rispettosa” delle regole europee.
Lo stesso dicasi per i suoi compagni di maggioranza, il cui capo Luigi Di Maio ha chiarito definitivamente di non voler sfidare l’Ue dicendo che “i conti verranno mantenuti in ordine”.

Dove sono finite dunque le promesse da oltre 100 miliardi che il duo gialloverde sbandierava con fierezza durante la scorsa campagna elettorale? Semplice, nel nulla. Oggi scopriamo infatti che si trattava di un infelice gioco retorico: l’unico campo, quello declamatorio, nel quale il governo sta riuscendo a fare passi in avanti.

E non si tratta solo delle promesse economiche, su cui ci soffermeremo fra poco. Il punto è che stiamo assistendo, giorno dopo giorno, a una marcia indietro su tutto. Si veda il cambio di passo sui vaccini, su cui in verità M5s sta attuando una politica cerchiobottista, poco razionale e soprattutto contraddittoria. Come contraddittoria risulta la vicenda l’Ilva, su cui Di Maio – dopo una campagna elettorale in cui il Movimento voleva chiuderla – non si è messo di traverso e ha assistito, inoperoso, a un accordo importante tra i sindacati e la multinazionale Arcelor Mittal sul futuro dell’azienda (accordo peraltro istruito e preparato dal precedente governo).

Ma è sulla legge di Bilancio che il governo rischia di giocarsi la propria sopravvivenza politica. Le promesse da cento miliardi, come hanno dichiarato gli stessi leader di maggioranza, dovranno infatti essere sostituite da interventi conciliabili con i nostri conti pubblici. E l’impressione è che su tutti e tre i temi fondamentali (riforma Fornero, reddito di cittadinanza e flat tax) si useranno risorse e strumenti già messi in campo dal precedente governo.

E così l’abolizione della Fornero rischia di diventare una “quota cento” con il requisito di 36 anni di contributi (cosa che la renderebbe di fatto un’ape social estesa). Peraltro non si sa più che fine ha fatto il tanto sbandierato taglio alle pensioni d’oro; il reddito di cittadinanza sta per diventare invece un reddito di inclusione leggermente rafforzato (visto che si baserà soprattutto sulle risorse del Rei); quanto alla flat tax, si parla di un cambio di aliquote Irpef: soluzione lontana anni luce da quel 15% di tasse promesso a tutti.

E se l’unico provvedimento messo in campo finora è stato il decreto Di Maio (messo alla berlina da tutto il mondo del lavoro) la preoccupazione, forse, è che il cambiamento stia arrivando davvero, ma in negativo.

Articolo originale

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti contenuti in linea con le tue preferenze. Cliccando in un punto qualsiasi dello schermo, effettuando un’azione di scroll o chiudendo questo banner, presti il consenso all’uso di tutti i cookie.