La Creatura sovran-populista

Focus

Vogliono farci credere che il governo contiene ogni cosa: di destra, di centro e di sinistra

Ho visto cose che voi umani…

Tra qualche tempo, quando racconteremo ai nostri nipoti i primi giorni di vita della Creatura sovran-populista con un po’ di distacco (sperando di poterci riferire a una breve parentesi della nostra vita) ci sentiremo come il replicante di Blade Runner: la cosa difficile sarà trasmettere lo spaesamento e lo stupore che ci provoca il vortice che sembra averci inghiottito.

Proviamo a raccontarlo, seguendo suggestioni un po’ sciolte e anarchiche.

Partiamo dal 1° giugno quando, in occasione dell’annuale ricevimento dedicato alla festa della Repubblica, gli homines novi che stanno per insediarsi al potere, irrompono nei giardini del Quirinale. Sono due le immagini contrapposte che mi hanno colpito: la pasionaria M5S Paola Taverna, ora vicepresidente del senato, che si aggira con un completo tutto nero, compresa una fascia alla gola, che la sembrare Crudelia; l’impeccabile completo del nuovo ministro degli esteri, Enzo Moavero Milanesi a fianco dell’altrettanto impeccabile look di Mario Monti con il quale, mentre il tramonto arrossa i giardini, si intrattiene in una lunghissima e cordiale conversazione.

Dell’esordio del professor Giuseppe Conte come premier ricordiamo il ciuffo kennediano, un’eleganza un po’ d’antan, con la pochette nel taschino, la pronuncia blesa, una serie di citazioni colte e le dimenticanze (“il congiunto”, invece del nome di Piersanti Mattarella), le richieste di permesso a Luigi Di Maio (“Questo lo posso dire?”, “No”), suo vice che è anche il suo capo imbozzolato nel solito abito Facis. Dall’altro lato, ma sempre al suo fianco, l’altro vice che è anch’egli un suo capo, Matteo Salvini, scravattato e incapace di stare seduto al suo posto per più di un’ora. Due azzimati uomini del sud, dall’eleganza un po’ gagà, contro il look trasandato e rude dell’uomo delle valli del nord.

Nel corto circuito di immagini della politica al tempo dell’immediatezza le parole rivolte a Roma dal neo-ministro degli Interni contro gli immigrati (“è finita la pacchia”) cozzano con la realtà terribile di San Ferdinando, in Calabria,  dove Soumaila Sacko ha provato sulla propria pelle cosa voglia dire “la pacchia”.

Tardive le parole di circostanza del premier mentre il presidente della camera Roberto Fico alza il pugno chiuso (magari voleva anche lui intonare Bella Ciao come han fatto un gruppo di operai che hanno incontrato Salvini su un bus). Salvini che parla delle Ong come vicescafisti, Fico che riceve le Ong a palazzo Montecitorio. Mentre uno si prepara a utilizzare il consistente potere del Viminale per realizzare la linea dura, l’altro fa incontri di facciata che non hanno alcuna possibilità di influire su quelle scelte.

I ministri economici tacciono, forse qualcuno scalpita, ma nel frattempo viaggiano sotto i radar, che però ne intercettano lo stesso le intenzioni, più o meno nascoste. Intanto lo spread continua a volare, perché più delle parole contano le biografie.

I messaggi scorrono dal virtuale al reale: Beppe Grillo vuole chiudere l’Ilva, gli operai s’incazzano, Di Maio svicola; quanto alla Tav il neo-ministro Toninelli vorrebbe fermarla, la Lega che andasse avanti speditamente.

Poi c’è il viaggio del presidente Conte al G7 in Canada che ci consegna quattro fantastiche scene. La prima è quando il M5S cerca un mezzo alternativo, affinché il premier Conte possa evitare l’uso di un aereo di stato. Siccome però, immaginiamo, Ryan Air aveva terminato le offerte e su Bla bla car non si trovava nulla, deve fare ricorso all’odiato simbolo della casta; però, precisano che non si tratta di quello che usava Matteo Renzi, ma di un altro (è vero, giuro); la seconda scena è un Conte che sembra piccolo piccolo davanti a Donald Trump; la terza mostra Conte in coda ai grandi che lasciano il palchetto della foto-opportunity: è solo e non parla con nessuno, mentre gli altri chiacchierano e si scambiano battute (e non è un problema di lingua perché come ci avvertono i solleciti cantori del tempo nuovo, egli parla correntemente inglese, tedesco e francese); la quarta, ma è quella che le racchiude tutte per potenza simbolica: Rocco Casalino, abilissimo stratega della comunicazione M5S, ex-concorrente del primo reality show globale, il Grande Fratello, e opra portavoce di Palazzo Chigi, che ruba la scena al premier medesimo e lo trascina via dai giornalisti affinchè non parli più del dovuto. Del resto, se entri dicendo che sei d’accordo con Trump a riammettere la Russia al vertice e poche ore dopo ti allinei alla posizione contraria degli altri paesi europei, qualche domandina te la puoi anche attendere.

Forse, però, è proprio in queste apparenti contraddizioni la forza dirompente della Creatura. Non parlo solo delle scelte politiche, piuttosto delle immagini, delle parole, dei gesti, dei simboli, che hanno fatto irruzione nel nostro immaginario collettivo.

Non ricordo un passaggio in grado di mutare il paesaggio antropologico così prepotentemente. Anche l’avvento dei berluscones, nel 1994, ebbe l’effetto di un trauma simbolico, ma i fili che li collegavano al passato e alla storia della repubblica, nel bene e nel male, ordirono una trama di continuità che rapidamente dissinescò la carica rivoluzionaria degli homines novi.

In buona sostanza, l’innovazione berlusconiana, inglobando i vecchi partiti moderati, ne riplasmò l’elettorato tuttavia iscrivendolo in una dialettica bipolare tra quel centro-destra e un centro-sinistra che si costruì attorno a Romano Prodi. Con tutte le innovazioni, che non furono poche da una parte e dall’altra, la linea di divisione correva comunque lungo l’asse destra/sinistra. Una divisione che raccontava anche una diversa antropologia culturale.
Oggi siamo in una terra totalmente incognita, perché l’asse destra/sinistra si è terribilmente complicato. Questo non vuol dire che non ci sia e non si riproponga, persino più di ieri, se pensiamo alla crescita delle diseguaglianze, ai diritti civili, ai flussi migratori, all’idea stessa di democrazia.

La vera novità con cui fare i conti è che populismo e sovranismo confondono i piani, in un continuo giuoco di specchi nel quale, mentre pensi di aver individuato l’avversario, ti accorgi che era solo un’immagine riflessa e che quello stava già altrove. È tutto sfuggente, mescolato, cangiante; l’alto e il basso contrapposti ideologicamente ma poi mischiati praticamente. Vogliono farci credere che il governo contiene ogni cosa: di destra, di centro e di sinistra. Che ai fini pratici sia falso, perché ogni decisione comporta di scegliere chi ne pagherà i costi, non conta: quel che conta à la tipica narrazione populista secondo la quale, essendo il popolo uno, le diversità non possono che essere varianti della stessa politica incarnata dal leader (in questo caso dai leader).

Siamo spaesati, questa è la verità. Speriamo di riprenderci presto.

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