L’immagine dell’Italia a pezzi

Focus

Le continue brutte figure dei nostri governanti su tutti i terreni. Serve una risposta europeista e unitaria

Augurarsi la disfatta politica di quest’Europa, e nel contempo pensare ad un futuro bellissimo per l’Italia, fregarsene delle regole, litigare con la Francia – la quale ha le sue terribili responsabilità nella vicenda libica ed in quella dell’immigrazione, ma è UE storica ed ha un disavanzo nella sua bilancia commerciale di circa 10 miliardi nei nostri confronti – attaccare Bankitalia, considerare insulsi i pareri degli economisti, invitare il popolo a fidarsi del governo, al di là dei suoi possibili errori comunque “buonfedisti”, e sostenere di mantenere gli impegni per ristorare gli italiani
dalle dissennate politiche precedenti sono gli elementi della quotidiana propaganda elettorale di questi parolai senza ritegno. Delle promesse preelettorali forse rimane, in termini economici, il 30% che per essere realizzato, attraverso una manovra comprendente una legge e tre decreti, avrà bisogno di un “tempo attuativo” difficilmente prevedibile, con risultati incerti, al di là delle clausole di garanzia.

E questo la gente comune non lo sa. E quindi dai sondaggi in corso sulle intenzioni di voto di quelli che andranno a votare emerge un 58% di preferenze per “l’insieme
tappetai”. Alle ultime elezioni politiche ha votato il 73 % degli aventi diritto al voto e quindi una simulazione solo aritmetica indica, ad oggi, la possibilità che il 42% dei titolati a votare sostenga questa alleanza governativa, o potrebbe sostenerla in nuove elezioni. Certamente responsabilità di opposizioni imballate, ma anche scelta di un
elettorato non informato, comunque convinto che “questi sono meno peggio degli altri” e con il concorso di parte del ceto medio, o presunto tale, rancoroso e di molte disperazioni purtroppo esistenti. Del resto nel 2018 molti di quelli che prima non votavano lo hanno fatto sperando nelle promesse dei due propagandisti, mentre quelli delusi da noi e da altri si sono rifugiati nell’astensionismo. Fenomeno che ritengo perdurante nella sondaggistica in corso.

Per di più la vicenda abruzzese conferma la volatilità del voto penta stellato, l’anemicità non solo estetica di Di Maio e l’inutile verbosità di Di Battista con il rifugiarsi in parte nell’astensione, in parte, spero, nel Pd, ed in parte nella Lega. Questo perché la “trucidità” destrorsa di Salvini è comunque compatibile con il voto trasversale reazionario pur confluito precedentemente nei Cinque Stelle. Ma anche in Abruzzo la maggioranza relativa reale, afferente il 100% degli aventi diritto al voto, è il partito dell’astensione con il 47%. Un quadro politico generale davvero cimiteriale. Ma
quello che mi angoscia di più è la lunga discussione di giovedì con due compagni di partito, della mia generazione, entrambi di spessore intellettuale difficilmente oggi riscontrabile. Uno in piena attività parlamentare, formalmente post-democristiano ma sempre storicamente progressista, l’altro post-comunista, impegnato in un’intensa attività culturale e didattica, dopo una significativa vita politica. Tutti e due rassegnati a nuove elezioni italiche dopo le Europee, in caso di caduta del governo ed al di là dei nuovi impegni quadriennali del sensale Conte. E quindi rassegnati, senza immaginare dighe politiche possibili in Parlamento alle stesse, alla nuova eventuale vittoria popul
qualunquista gialloverde, o alla possibile vittoria populqualunquista di un centro destra rifatto, realisticamente solo destrorso, teso a destrutturare il paese attraverso le autonomie regionali per giungere alla secessione di fatto che resta l’obiettivo leghista di sempre. E questo perché convinti, senza speranza, dell’attuale incapacità del centro
sinistra, della sinistra di produrre nuovi consensi e della nostra impossibilità strategica, e poi operativa, di poter cercare alleanze diverse da quelle storiche in questa legislatura, e con i numeri parlamentari in corso, pur di evitare un dramma italico.

Io invece penso che sia necessario riflettere sul fatto che il destrume sostanzioso che alberga nel voto marzolino dei Cinque Stelle non abbia uguale riscontro percentualistico nei seggi parlamentari. E quindi sono almeno scrutabili nuovi orizzonti utilitaristici quale male minore rispetto a quelli in corso ed a quelli che verranno per il paese senza un centro sinistra governante, ripulito da presunzioni e faziosità interne. Certo che avere due vicepresidenti del Consiglio come Di Maio che chiese l’impeachment di Mattarella, portatore di strafalcioni storici, economici, lessicali e grammaticali insieme a molti suoi sodali di partito, e Salvini, portatore di bausciate e di demenziali strategie economiche, secessionista ufficiale divenuto “unitario” solo a parole – non risponde ancora in Parlamento al deputato di LeU Conte sugli statuti effettivi delle due Leghe delle quali resta, salvo cambiamenti
odierni, segretario politico – , e quindi raccontatori di balle spaziali, ed un presidente politicamente ed economicamente sconosciuto, è un privilegio mortificante.

La vicenda europarlamentare con la sua volgarità inammissibile, per di più condita da un’aula più che semi deserta, è un segnale d’allarme evidente per la nostra
immagine, indipendentemente dall’ineducato parlamentare che testimonia l’ormai assenza di regole anche verbali.

Speriamo che il Pd, le altre forze autenticamente democratiche, l’elettorato informato e razionale rifugiatosi, sbagliando, nell’astensione, ed i sindacati comprendano il dramma socioeconomico di questa situazione e producano alle europee una maggioranza italiana, anche se relativa, chiaramente europeista, che consenta scelte diverse, altrimenti dovrò rassegnarmi anche io al cataclisma. Nel Candelaio Giordano Bruno sosteneva che se nel mondo tutti avessero giudizio e perseveranza non ci sarebbe spazio per i truffatori e quindi è necessario sperare che gli italiani
rinsaviscano, al di là dei nostri errori. Mi fa piacere che Scalfari abbia scritto domenica che l’unico sbocco contro il populismo e così via è una sinistra moderna, liberale e socialista: bisognava farlo 30 anni fa! Io, che per età posso essere tranquillamente figlio di Scalfari, lo scrivo e lo sostengo, da socialista senza soluzione di continuità, dal 1989.

Ma questa è un’altra storia che potrebbe essere inserita come dramma nel Teatro dell’Assurdo di essliniana memoria. Mi auguro che la firma posta da Orfini, e quindi dal Pd, al manifesto di Calenda – cosa che ho pedissequamente suggerito su queste pagine pur con eventuali “ intensificazioni” strategiche – sia finalmente l’inizio
di un percorso politico unitario ed intelligente che ci consenta di recuperare la credibilità operativa e quella elettorale perdute.

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