Siamo ripiombati nella preistoria. Per combatterla serve un paradigma diverso

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Se continueremo a guardare agli stessi, proseguiremo nei soliti errori

“La povertà è abolita” assomiglia ad uno di quei titoli da poliziesco anni ’70. Con la perentorietà di una giustizia trionfante grazie al commissario paladino che, in tempi moderni, potrebbe tradursi in un vicepremier.

Di Maio, che però non è Maurizio Merli, dice in realtà una roba che rievoca una “efficacissima” manifestazione di bersaniana memoria. Una di quelle improvvisazioni che riscaldano i cuori o lasciano interdetti per cotanta corbelleria. La stessa su cui campa l’esecutivo, immaginando che il vero corredo ad ogni atto non siano le garanzie economiche, ma qualcuno con cui prendersela perché la “copertura” è corta. Come fanno sistematicamente ministri e portavoce, contro i ministeriali che si limitano a rammentare che per spendere (ammesso che un decreto ci sia) servono pure i denari.

Il linguaggio governativo, nel frattempo, è di quelli violenti e pericolosi. Come piace a quel popolo forzato all’odio (e speriamo non alle vie di fatto) come se non esistessero altri sentimenti, pena l’effemminatezza di una nazione che ormai è un bruto tutto muscoli e niente cervello. Una postura che accomuna Lega e Cinque Stelle amici di Silvio nonostante i corteggiamenti edulcoranti che arrivano, verso una parte, dai reduci del cum panis. Perché si sa che la storia è come la Luisa, che inizia presto, finisce presto e di solito non pulisce un certo luogo.

In attesa di capire come procederà l’alleanza “culturale” del 30 settembre dove l’Unione dovrebbe fare la forza, sul tavolo restano i vuoti di una maggioranza che continua a rispondere ai propri mandanti in un clima da pre-implosione. Dove sarà interessante discutere sul the day after che potrebbe riservarci la consueta ricetta tecnica per evitare il peggio, attingendo a qualche figura europea giunta a scadenza o a qualche soggetto che si presterebbe come nella fase costitutiva dell’attuale governo.

Quando sarà e se sarà lo deciderà il buon Mattarella, l’unica garanzia al momento disponibile in assenza di politica vera. Un mezzo che solo qualcuno tende a praticare, trasformandosi nel capro espiatorio buono per tutte le stagioni e per ogni sua esternazione. Anche quando vengono ricordati gli anni delle riforme che sembrano lontani come la preistoria, quella in cui siamo ripiombati per l’esaltante credulità popolare a cui contrapporre un paradigma diverso. Perché se continueremo a guardare agli stessi, proseguiremo nei soliti errori. D’altronde è noto che non esistono più le categorie storiche, insieme, aggiungerei, ai classici elettorati di riferimento. Per sostituire ai revival ideologici lo spessore di idee, valori ed azioni.

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