Se l’Italia gialloverde tifa Mosca, capitale del sovranismo mondiale

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Salvini Putin Maglietta

Ecco perché il nuovo governo italiano ha manifestato con tanta fretta i propri intendimenti filo-russi già nei primissimi giorni di attività

Al netto della propaganda di Salvini e Di Maio, il loro atteggiamento verso la Russia di Putin è la cartina tornasole della concezione dell’interesse nazionale su cui si fonda il nuovo governo gialloverde. Una rappresentazione che da un lato rompe con la tradizione repubblicana dell’investimento sulle istituzioni multilaterali e dall’altro scommette su un rapporto privilegiato con quella che è diventata di fatto la potenza-capitale di ogni sovranismo.

A partire dalla sconfitta della seconda guerra mondiale, l’Italia ha declinato il proprio interesse nazionale sui due binari dell’integrazione comunitaria (Cee-Ue) e della cooperazione di sicurezza atlantica (Nato): la convinzione di fondo era che il nostro paese avrebbe riconquistato forza e autorevolezza nella misura in cui fosse riuscito ad essere forte e autorevole dentro le istituzioni multilaterali di cui faceva parte, e non contro di esse come aveva provato a fare il fascismo conducendo l’Italia alla catastrofe.

Una convinzione naturalmente declinata in modi e linguaggi diversi dal 1945 ai giorni nostri: talvolta dilatando lo spazio di autonomia verso l’Unione sovietica e il mondo arabo nella ricerca per l’Italia di un ruolo di ponte e intermediatore verso l’esterno (ad esempio nella stagione andreottiana), talvolta applicando in chiave più ortodossa i precetti atlantici e comunitari, ma in ogni caso muovendosi dentro un orizzonte convintamente multilaterale e assumendosi dentro quella cornice crescenti responsabilità economiche e militari.

È un dato di fatto ampiamente condiviso che l’ordine multilaterale sia in crisi da tempo, dopo che gli anni Novanta e i primi anni Duemila avevano conosciuto il tentativo di riempire il vuoto lasciato dalla fine del bipolarismo globale con un reticolo di istituzioni internazionali che potesse aspirare al governo del caos. Il fenomeno Trump e il ritorno del protezionismo, le fratture negli accordi commerciali mondiali e le difficoltà interne alla Nato, la stessa Brexit e l’indebolirsi del progetto comunitario europeo sono tutti episodi di un’ondata globale di ripiegamento nazionale e di critica del multilateralismo. Un’ondata che ha da tempo avvolto anche l’Italia e che con le elezioni del 4 marzo ha visto l’arrivo al potere delle due forze che da anni traducono in italiano il pensiero anti-multilaterale.

Cosa c’entra la Russia con tutto questo? C’entra eccome, perché quella Federazione Russa che con Putin è riuscita a uscire dalla crisi di identità seguita alla fine dell’Urss ha ritrovato la chiave del proprio protagonismo internazionale anche lavorando per minare quell’ordine multilaterale che si era andato ricostruendo dopo l’Ottantanove. Lo ha fatto minacciando i nuovi Stati indipendenti ai propri confini, lavorando per indebolire l’Unione europea, facendo sponda all’ascesa del trumpismo ma anche sostenendo quei movimenti politici (come la Lega di Salvini, il lepenismo in Francia etc) che di fatto hanno soprapposto la rifondazione di un nazionalismo tradizionale con i nuovi disegni russi. Ecco la radice del putinismo della Lega (e in tono minore anche del Movimento Cinque Stelle, dove Mosca ha incrociato le confuse ma evidenti aspirazioni antioccidentali del grillismo).

Ecco la ragione della fretta con cui il nuovo governo italiano ha manifestato i propri intendimenti filo-russi già nei primissimi giorni di attività, provocando espressioni di legittimo entusiasmo da parte russa. E se Mosca è oggi la capitale del sovranismo mondiale, ecco il rischio che l’Italia a trazione grilloleghista diventi la portaerei in Europa di un disegno di smobilitazione multilaterale da cui il nostro paese avrebbe tutto da perdere.

Perché è la storia (tragica) del nostro Novecento ad insegnarci che le velleità del nostro nazionalismo vengono sempre fatte pagare agli italiani; perché le stesse caratteristiche economiche e di sicurezza del nostro Paese spingono per una declinazione dell’interesse nazionale che sia capace di affermarsi dentro (e non fuori) le istituzioni multilaterali; perché chi ha scommesso sulla riconoscenza della potenza russa, afflitta oggi come ieri da una profonda diffidenza verso gli obblighi e le responsabilità della comunità internazionale, ne è sempre uscito con le ossa rotte.

 

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