Il nostro compito è l’alternativa

Focus

Dobbiamo lavorare tutti e tutte sulla qualità della proposta politica: capire dove abbiamo sbagliato, elaborare nuove proposte, rilanciare la sfida per il governo

Ora che i vincitori delle elezioni del 4 marzo, dopo oltre 70 giorni, si apprestano a formare un governo, anche la prospettiva del Partito Democratico cambia ed entra in una fase più viva e decisiva, dal momento che la scelta di stare all’opposizione passa dall’annuncio all’azione concreta.

Il risultato elettorale per noi fortemente deludente, i nuovi equilibri parlamentari e l’incompatibilità, in termini di programmi e di valori, con i vincitori hanno fermato ogni disponibilità del PD ad assumersi responsabilità di governo al solo scenario di un governo di tutti, di transizione o costituente, come confermato dalle dichiarazioni di sostegno all’eventuale governo neutrale proposto dal Presidente Mattarella. Credo che il PD avrebbe potuto giocare con maggiore protagonismo questa fase, oltre che con maggiore condivisione interna, ma credo anche che il governo M5s-Lega sia quello che risponda nel modo più autentico all’esito democratico del voto.

Non è il governo in cui speravamo per l’Italia, siamo e saremo distanti su quasi tutto, ma siamo una forza democratica e che ha a cuore il futuro del Paese: mi auguro quindi che il Governo che sta nascendo, anche sotto la guida Costituzionale del Presidente Mattarella, possa portare a risultati positivi per il Paese.

Io non rido. Io non prendo i pop corn. Io non salgo su alcun piedistallo da cui osservare con superiorità. Da senatrice farò opposizione politica, dura sì, ma mai pregiudiziale e ideologica, mai saccente, mai distante dagli interessi e dai bisogni delle persone, mai senza proporre alternative di merito.

Sono stata eletta con il Partito Democratico, sono orgogliosa di rappresentare il PD in Senato, ma non posso mai smettere di tenere a mente che il mio ruolo di rappresentante eletta in Parlamento comporta il dovere di guardare al bene collettivo e all’interesse generale. Questo significa ascolto, dialogo costruttivo, impegno a cercare soluzioni condivise. È stato il mio metodo sempre nella vita, lo è stato nella mia prima legislatura, nell’azione di parlamentare di maggioranza come di Ministra, continuerà ad esserlo ora che sono all’opposizione.

Non credo che la demagogia, il soffiare su paura e disperazione, l’illusionismo populista servano al Paese, e anche se hanno prodotto consensi elettorali per chi ha usato in questi anni queste modalità non sarà il modo con cui il PD dovrà secondo me comportarsi. Dalle difficoltà non si esce imitando gli altri, né richiudendosi nel proprio recinto. Quando si è in difficoltà occorre pensare in grande, ritrovare ispirazione e rilanciare obiettivi ambiziosi.

Mi aspetto questo dal PD, molto più di quanto non siamo riusciti a fare nelle settimane trascorse dal 4 marzo, che ci hanno visto – ancora un volta – presenti nel dibattito più per divisioni e personalismi che per qualità delle proposte politiche, anche ovviamente plurali. Ma proposte di politiche da perseguire.

È proprio sulla qualità della proposta politica che dobbiamo lavorare, tutte e tutti. Aprendoci alle migliori energie della società, proprio come decidemmo di fare poco più di 10 anni fa, quando abbiamo costruito il PD. Un partito nato per unire le migliori tradizioni riformiste del Paese, includere nuove idee e proposte, porsi al centro della sfida di governo e di costruzione del futuro. La sfida che avevamo posto a noi stessi è la sfida che dobbiamo rilanciare oggi.

Sabato ci sarà l’assemblea nazionale. È questo il tipo di dibattito che mi aspetto. Per rilanciare le nostre idee, i nostri valori, le nostre proposte, la forza della nostra comunità. In modo ambizioso, senza chiusure, senza guardare indietro e senza nessun attaccamento “rigido” a quanto abbiamo finora fatto, detto, provato a realizzare – e pur difendendo evidentemente tutto quello che riteniamo giusto. Dobbiamo essere noi stessi, dimostrarci di saper guidare il cambiamento, ma per questo dobbiamo anche cambiare. Per tornare a crescere, a rappresentare fasce larghe di popolazione, a rendere chiaro e forte il nostro messaggio.

Il 4 marzo abbiamo perso, tutte e tutti. Tutta la classe dirigente ha responsabilità, e non ha nessun senso cercare colpevoli singoli. In politica non funziona così. Per quanto le leadership siano decisive, non è mai uno solo a vincere o a perdere. Abbiamo perso tutti e tutti dobbiamo ripartire con più umiltà, più lealtà, più riflessione, più forza.

Per ripartire serve subito e prioritariamente un’analisi profonda del perché le azioni di governo che abbiamo creduto positive per il Paese non hanno trovato condivisione, aprendo una distanza tra noi e le domande e le aspettative delle persone. Occorre lavorare su quella distanza, per ridurla, riempirla con nuove proposte, nuovi messaggi e un nuovo racconto che sappia restituire al PD utilità storica e capacità di costruire futuro. Per fare questo non dobbiamo chiuderci, non dobbiamo parlarci addosso, non dobbiamo dividerci, ma dobbiamo aprirci a contributi esterni, costruire un dialogo costante con il Paese, unirci intorno a visioni, proposte e poi, ma solo poi, anche leadership. Ecco perché credo che abbia poco senso uno scontro tra nomi in questo momento. Non è tra facce che dobbiamo e vogliamo scegliere, ma tra proposte, analisi dell’accaduto, scelte politiche e programmi di cose da fare.

Questo è il percorso per cui lavorerò, questo il percorso su cui mi aspetto che tutte e tutti ci impegneremo da sabato. Un percorso di ri-costituzione e ri-costruzione del Partito che tenga insieme analisi, riflessione e proposta, passando per il congresso e le primarie, per arrivare a riproporci con maggiore forza a italiane e italiani.

Dobbiamo fare un lavoro di conoscenza, di elaborazione e di rilancio, che parta da alcune domande sugli anni appena trascorsi e sul risultato elettorale:  perché non abbiamo saputo proporre una lettura della globalizzazione, dell’interconnessione di economie e culture, della transizione costante che viviamo, e del loro impatto sulla società italiana, che fosse più vicina ai vissuti di persone e imprese e più capace di accompagnare nelle sfide individuali e collettive, rispondendo anche a percezioni e paure che hanno condizionato attitudini e comportamenti elettorali?

Perché non abbiamo saputo scegliere e proporre alla condivisione, con sufficiente forza e convinzione, l’Europa come dimensione irrinunciabile, fondativa se guardiamo alla nostra storia e ai nostri valori, ma anche decisiva per il futuro? Perché non abbiamo saputo lavorare su  un’idea di Europa positiva, concreta, capace di interagire con la vita quotidiana di cittadine e cittadini in quanto propulsore attivo di diritti e opportunità, a partire dal lavoro, e non soggetto freddo che pone solo limiti e vincoli?

Perché non abbiamo saputo intercettare il voto degli “ultimi”, ma anche di quel ceto medio impoverito e precarizzato, esposto agli effetti della crisi e dei cambiamenti?

Perché non siamo riusciti a cogliere le domande di protezione, di sicurezza e di giustizia, e a formulare risposte efficaci, di fronte alla crescita di povertà, migrazioni, precarietà e disuguaglianze?

Perché non siamo riusciti a coniugare maggiormente interessi e bisogni, crescita economica e benessere sostenibile, spazi di democrazia collettiva e libertà personali?

Perché, noi che come PD siamo nati sull’apertura e la partecipazione, non siamo riusciti a trovare chiavi efficaci di relazione con i corpi intermedi (riaffermandone la funzione decisiva)  e siamo stati tacciati di riformismo dall’alto?

Rispondere a queste domande ci fornirà la strada da percorrere insieme. Un percorso che ci dovrà portare a scegliere non solo e non tanto una persona che guidi il PD, ma un modello di partito, in termini di cultura politica, valori, programmi modalità di organizzazione e partecipazione, strumenti e linguaggi di informazione.

Capire dove abbiamo sbagliato, elaborare nuove proposte, rilanciare la sfida per il governo. Oggi con un’opposizione seria, senza cedimenti, ma costruttiva. Non potremo mai tornare a vincere se ci limitassimo a dire di no, a distruggere e demolire. Il Partito Democratico potrà tornare a vincere solo se si dimostrerà, già nella fase in cui saremo all’opposizione, capace di proposte di governo più efficaci. Se quindi avremo capito gli errori, analizzato la sconfitta, ricostruito un vero, forte, largo e radicato rapporto di rappresentanza con la società italiana. Con le difficoltà delle famiglie, le paure e le ambizioni del mondo del lavoro e delle imprese, con le speranze dei giovani e delle donne, di chi chiede più diritti, più uguaglianza, più benessere.

Sapendo essere, davvero e fino in fondo, un Partito di donne e uomini, che lavora per un Paese di donne e uomini. Far crescere la presenza delle donne nei luoghi che contano del Partito non è un’esigenza delle donne, ma di tutto il PD. Perché mettere in campo una rappresentanza più equilibrata dal punto di vista di genere significa migliorare la rappresentatività delle nostre scelte e delle nostre azioni. Significa mettersi maggiormente in contatto con la società. Significa costruire risposte più efficaci e più capaci di ritrovare consensi, perché ogni nostra scelta e azione dovrà essere valutata dal punto di vista dell’impatto di genere, assumendo pienamente come Partito l’ottica mainstreaming. Le donne sono e sono state protagoniste di tante battaglie, di sfide, hanno prodotto risultati politici e di governo importanti. Il protagonismo delle democratiche deve ora andarsi ad allargare, radicare nei territori, costruire reti. In una parola fare politica, alla pari. Esserci e contare per cambiare.

È il destino delle donne democratiche, ma anche degli uomini democratici. È il destino che attende tutto il PD in questa difficile fase storica in cui ci troviamo. Un destino cui dovremo dimostrarci all’altezza.

 

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