Governo (già) sul Titanic? E Renzi scarica Alfano

Focus

Fibrillazioni nella maggioranza, da lunedì il tedescum in aula

Lo smottamento del quadro politico è sotto gli occhi di tutti. Raggiunge l’acme quando Matteo Renzi, a Porta a Porta, scarica platealmente Angelino  Alfano: “Se quelli non prendono il 5% e stanno fuori non è un dramma”. E ancora, in crescendo: “Se io avessi voluto sarei rimasto a palazzo Chigi. Lui mi diceva di restare. Ho impressione che sia più la paura loro di non tornarci. Non è accettabile nel 2017 il veto dei piccoli partiti”.

Poi la replica di Alfano: «Renzi insulta, ma sfugge alla domanda cruciale: fa cadere anche il governo Gentiloni o no?».

Il tutto al termine di una giornata tesissima.

Per la prima volta Mdp e Udc non votano la fiducia al governo. Le fibrillazioni nella maggioranza iniziano a farsi sentire perché da ieri, dal Nazareno, tutti sanno che è virtualmente partita la campagna elettorale e da oggi pomeriggio, voto di fiducia alla Camera sulla manovrina, iniziano i regolamenti di conti. Se la Camera conferma la fiducia al governo sulla manovra economica con 315 voti a favore, 142 contrari e 5 astenuti, è dal passaggio in Senato che potrebbero arrivare sorprese.

I conti si fanno su fragili motivazioni: per Mdp il casus belli sono i nuovi voucher che Gentiloni ha voluto inserire nella correzione della finanziaria per rispondere alle esigenze di cittadini e imprese rimasti scoperti dopo l’abolizione dei vecchi buoni lavoro. Che il governo possa cadere sui voucher? Quello che sembrava un nonsense fino a qualche giorno fa appare oggi meno impossibile: i bersaniani si sfilano alla Camera dove i numeri ci sono, per dare battaglia vera in Senato, dove la maggioranza è più risicata e dove ogni voto è prezioso. La manfrina dei “responsabili” è già iniziata con tanti saluti a una manovra correttiva così importante per il Paese? Vedremo, intanto i segnali si moltiplicano di ora in ora.

Di certo, è una situazione paradossale: Mdp e Ap che vogliono che Gentiloni duri rischiano di farlo cadere.

Qualche numero “in direzione ostinata e contraria” era già apparso nei giorni scorsi: quei 31 senatori orlandiani pronti a dare battaglia al tedescum quando arriverà a Palazzo Madama dal 10 giugno, secondo i calcoli del capogruppo a Montecitorio Ettore Rosato che prevede di licenziare il testo della legge elettorale alla Camera entro il 9 giugno.  

E poi lo strappo dei 33 della minoranza che fanno capo al guardasigilli in direzione nazionale, astenuti sulla relazione del segretario e pronti a dire 4 significativi No: non si entra nella segreteria, non si vota il tedescum, non  si deve votare in autunno e non si devono fare larghe intese con il Cavaliere.

Un’opposizione tosta quella di Orlando che questa mattina ha convocato una conferenza stampa a Montecitorio per ribadire il concetto e lanciare la sua proposta di alleanza con la sinistra di Pisapia, affidando a un referendum tra gli iscritti una domanda che suona più o meno così: la coalizione la volete con Berlusconi o con Pisapia? Insomma, il partito lo volete spostare a destra o a sinistra?

Vedo una certa fatica nella tenuta della maggioranza. Temo che nelle altre forze politiche stia iniziando a prevalere la volontà  di piantare bandierine in vista di future elezioni” , ha detto da Cagliari il presidente del Pd Matteo Orfini , “noi stiamo garantendo, come sempre, equilibrio, responsabilità e tenuta. Però è chiaro che c’è  un naturale processo di indebolimento della maggioranza che non aiuta il governo. Il tema è  capire fino a quando si riuscirà ad andare avanti con la maggioranza che consente a Gentiloni e al governo di fare quello che è giusto per il Paese”.

Parole chiare quelle di Orfini che però devono fare i conti con quello che ormai viene chiamato il “partito del non voto” nelle cui file militano gli alfaniani ma forse anche alti esponenti delle istituzioni in forte preoccupazione per le ricadute del voto anticipato sulla situazione economica e finanziaria del Paese, con il richiamo odierno di Bankitalia alla “concretezza” di “programmi chiari, ambiziosi, saldamente fondati sulla realtà”.

Insomma, poche chiacchiere e molta strategia perché la minaccia dell’esercizio provvisorio terrifica il partito del non voto che metterebbe piuttosto in sicuro le finanze pubbliche prima di lanciarsi in una nuova stagione politica. A chi teme la fine anticipata della legislatura Renzi ha risposto in direzione bollando come una “tesi suggestiva” quella di chi vede nelle elezioni “un pericolo per la democrazia”.

Molti passaggi non sono affatto scontati e nelle prossime due settimane si capirà se il destino della legislatura sarà a scadenza naturale oppure no. I primi a non avere fretta sono gli alfaniani di Ap, che con lo sbarramento al 5%  rischiano l’estinzione dopo una stagione che li ha visti occupare posti da cabina di comando.

In una riunione dei gruppi di Ap di Camera e Senato si è stabilito che non saranno certo loro a provocare crisi di governo e non a caso era stato lo stesso Angelino Alfano a ricordare su Fb a Matteo Renzi che “fin qui i governi li ha fatti cadere solo il Pd , peccato fossero i propri“. Ad Alfano, per la cronaca, non è mai andata giù la soglia al 5%, nella eterna lotta con il padre-padrone Berlusconi, irremovibile, come Renzi, sul toccare la linea di sbarramento: la trattativa con Renzi si fermò prima di cominciare e ora il partito del ministro degli Esteri deve fare i conti con la realpolitik e cercare apparentamenti con qualche fittiano o totiano o tosiano sparso per i due rami del Parlamento. Stesso problema che accomuna la sinistra extra Pd alle prese con la caccia al tesoro del 5%. Ce la faranno i nostri eroi?


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