Il governo non decide. E il Parlamento è bloccato

Focus
L'Aula del Senato

Non si sblocca il braccio di ferro con l’Ue: e intanto il Parlamento aspetta inerte i comodi di Conte

La trattativa con l’Ue è più lunga e complessa del previsto: dopo estenuanti incontri si cerca ancora un punto di caduta. Contrariamente all’ottimismo filtrato ieri, dopo l’accordo politico di domenica notte, i tecnici dell’Ue hanno ancora molti dubbi sui numeri della manovra italiana. Al punto che la soluzione più plausibile sembra ormai quella di uno slittamento della decisione da parte di Bruxelles, soprattutto perché la Commissione guidata da Juncker vorrebbe comprendere meglio come (e se) il Parlamento cambierà il provvedimento.

La questione principale che sta bloccando le trattative è legata infatti alle garanzie italiane. Cosa accadrà durante il passaggio parlamentare, si chiedono nei piani alti di Bruxelles?

Peraltro, su tale aspetto va sottolineato come questa manovra potrebbe essere la prima e unica ad essere approvata senza nessun emendamento, con un Parlamento completamente esautorato. Un contesto piuttosto anomalo, emblema evidente del momento poco felice per la nostra democrazia.

Dal punto di vista tecnico, si cerca affannosamente di coprire i 7 miliardi che derivano dal nuovo rapporto deficit/Pil al 2,4%. Quattro miliardi, come ormai noto, verranno tolti dalle due misure bandiera (reddito di cittadinanza e quota 100). Sugli altri 3 ci sono ancora molti dubbi.

Sul tavolo della trattativa sono arrivate altre due importanti richieste, una legata allo spostamento di alcune risorse per poter ridurre anche il deficit strutturale, quello che viene calcolato al netto delle misure contenute nella legge di Bilancio. E in questo senso gli occhi sono puntati ad altri tagli alle pensioni (alcune indiscrezioni parlano anche di penalizzazioni agli statali). L’altra richiesta dell’Ue riguarda invece la riduzione delle stime di crescita, che l’Ue vorrebbe all’1% dall’1,5 inizialmente pensata dall’esecutivo.

Un Pil al di sotto di quello indicato dal governo, infatti, provocherebbe un effetto negativo sui conti pubblici, tale da far schizzare verso l’alto il deficit nel 2019. Come fa notare oggi uno studio di Prometeia, quel rapporto schizzerebbe addirittura al 2,3%, vanificando di fatto la faticosa riduzione ottenuta in questi giorni.

Intanto al Senato i lavori della Commissione procedono a rilento. In mattinata la seduta è stata interrotta e le opposizioni, al termine di una lunga riunione dei capigruppo, hanno chiesto un intervento del ministro dell’Economia, Giovanni Tria. “Facciamo tutti il tifo per il nostro Paese ma è indispensabile che il ministro venga a dirci a che punto è la trattativa”, ha spiegato il dem Antonio Misiani.

Poi, alla ripresa dei lavori, nel primo pomeriggio, a Palazzo Madama ha tenuto banco il caso delle buche della capitale. Tutto è nato da un accordo tra Virginia Raggi e il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, in seguito al quale i pentastellati hanno presentato un emendamento: risolvere l’annosa questione delle buche di Roma coinvolgendo l’Genio militare. L’emendamento è stato però giudicato inammissibile, anche se in una nota il viceministro Castelli ha assicurato che “l’intervento per la manutenzione delle strade di Roma ci sarà e sarà regolarmente finanziato”. Si fa confusione ormai su tutto.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli