Governo contro il Parlamento, manovra contro il Paese

Focus

Nessuno spazio per verifiche, correzioni. Per non parlare di emendamenti migliorativi. Quel che resta della “manovra del popolo” è un cumulo di macerie

Una manciata di minuti. Ecco ciò che il governo ha deciso di riservare al Parlamento per la discussione della manovra, le legge più importante dell’anno. Nessuno spazio per verifiche, correzioni. Per non parlare di emendamenti migliorativi. Un maxi-emendamento che rielabora la prima versione (finta) approvata inutilmente dalla Camera e recepisce i diktat dell’Unione Europea per evitare di scassare i conti e far sprofondare il Paese, in balia del combinato disposto dell’incompetenza del governo e dell’erosione di credibilità dei mercati e della comunità internazionale.

Negli ultimi giorni si sono susseguiti in tv balbettanti esponenti di Lega e Cinque Stelle, immolati in difesa di un testo che tardava ad arrivare, di misure che non esistono e che nessuno ha avuto il tempo di leggere. Un’esautorazione del Parlamento senza precedenti, che porterà all’approvazione della manovra, con doppia fiducia al Senato e alla Camera, entro il 28 dicembre, per evitare l’entrata in vigore dell’esercizio provvisorio di bilancio. Uno sprezzo istituzionale ostentato dal governo e dai suoi maggiori rappresentanti, come ha dimostrato, tra le altre cose, lo sgarbo del vicepremier Matteo Salvini nei confronti del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha scelto di disertare il tradizionale appuntamento per i saluti di fine anno al Quirinale, a cui ha preferito la recita della figlia e una cena a base di sushi d’asporto.

Una manovra e un governo contro le regole, contro le istituzioni e contro i cittadini. Che dovrebbero sentirsi letteralmente presi in giro dalle trovare social-mediatiche di un Luigi Di Maio alla disperata ricerca di visibilità, che posta su Facebook un fogliettino autoproclamatorio, in cui mette in fila quelle che sarebbero le promesse mantenute dal governo giallo-verde. Solo parole, date in pasto agli ultras del web.

La realtà è che, specie dopo le necessarie correzioni di Bruxelles, quel che resta della “manovra del popolo” è un cumulo di macerie. Se prima era una legge spendacciona e sbagliata, ora è una legge lacrime e sangue e pure sbagliata. Che per portare a casa un feticcio delle roboanti misure promesse in campagna elettorale (dal reddito di cittadinanza alla riforma della legge Fornero fino alla flat tax), rischia di provocare un vero e proprio terremoto economico per imprese, lavoratori, cittadini, associazioni, enti locali e chi più ne ha più ne metta.

E i conti, davanti ad un crescita per il 2019 che il governo stimava all’1,5 per cento, poi scesa all’1 per cento e che molti addetti ai lavori immaginano non superiore allo 0,6 per cento, sono tutt’altro che al sicuro. Tanto che, in autunno, il governo (quello che sarà in carica, non è detto che sarà lo stesso di oggi) si troverà a dover disinnescare la nuove clausole di salvaguardia, che potrebbero far aumentare l’Iva di 3,5 punti percentuali, dall’attaule 22 per cento al 25,5 per cento. A tutto questo va sommata la possibile stangata sui pensionati, il taglio del credito d’imposta Irap sulle assunzioni, il rinvio delle assunzioni nella pubblica amministrazione, il ripescaggio della web tax che potrebbe colpire piccole e medie aziende italiane che hanno costruito piattaforme di vendita digitale, la quasi totale assenza di investimenti pubblici in infrastrutture, innovazione, istruzione e ricerca.

Un quadro desolante e allarmante, in cui il Paese rischia seriamente il collasso economico. E infatti la fiducia di imprese, famiglie e consumatori è ai minimi da due anni a questa parte. Associazioni di categoria e sindacati sono sul piede di guerra. La stessa Chiesa lancia l’allarme per l’innalzamento dell’Ires sul terzo settore: “Colpendo il volontariato si colpiscono i più deboli”.

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