Il populismo di chi propone riforme senza copertura

Focus
Salvini e Di Maio

La proposta del governo gialloverde che vorrebbe aumentare il debito senza toccare le spese improduttive

La politica economica costruita sugli slogan non conduce da nessuna parte. Specialmente nel medio-lungo periodo. È chiaro che un paese come l’Italia, stretto dalla morsa del super debito, necessita di un programma di governo riformista. Questo significa maggiore equità, ma anche maggiore crescita.

Occorre garantire una sana redistribuzione della ricchezza, ma nel contempo dando spazio anche agli investimenti produttivi. Solo agendo simultaneamente su questi due aspetti è possibile invertire le potenzialità di una crisi che è dietro l’angolo. Si tratta della sostenibilità di scelte strategiche.

Il nuovo governo giallo-verde è in grado di garantire la sostenibilità delle promesse elettorali? Stando al programma enunciato no. Sia l’equità che la crescita sono compromesse da scelte programmatiche in deficit.

Tante proposte senza copertura, quelle enunciate: flat tax, che aumenta le diseguaglianze e le sperequazioni di ricchezza; reddito di cittadinanza esteso a tutti, indipendentemente dalle reali necessità di chi ne beneficia; stop alla legge Fornero, con una aumento sproporzionato delle spese pensionistiche. Questi sono solo degli esempi, che però esprimo la natura di un trend potenzialmente dannoso.

Aumentare il debito senza toccare le spese improduttive significa fare populismo. La lezione di Luigi Einaudi fa scuola. Se vogliamo investire, senza innescare la morsa perversa del debito pubblico, occorre anche tagliare simultaneamente gli sprechi. Aumentando solamente le spese si finisce per accrescere lo stock del debito, e con esso tutti gli aspetti negativi dell’economia: spread, rating, volatilità e rischio di insolvenza. Il risultato? Alti tassi di interesse ed effetto boomerang.

Con un debito pubblico eccessivo il giudizio dei mercati ha la sua incidenza. Che piaccia o no. Questo è dovuto sopratutto alla natura particolare delle dinamiche debitorie del nostro Paese. È ormai noto che il debito pubblico italiano, in rapporto al Pil, è tra i più elevati al mondo. Attualmente raggiunge quota 131,8%. Meno noto è invece il meccanismo che ne genera l’innalzamento costante. Infatti, visto che negli ultimi anni il deficit si è progressivamente ridotto, in teoria il debito sarebbe dovuto diminuire. Invece ciò non è avvenuto. La ragione è semplice: il debito pubblico italiano aumenta perché l’avanzo primario di bilancio – che corrisponde alla differenza tra le entrate e le spese della pubblica amministrazione – è inferiore al pagamento degli interessi. Ciò obbliga ad emettere nuovo debito. Il livello degli interessi ha il suo peso, e politica del debito non fanno che accrescerli.

In un momento in cui anche il quantitative easing sembra esaurirsi, la situazione diventa sempre più precaria. Cosa succederà se contemporaneamente verrà interrotta anche la politica per l’industria 4.0, che a fine anno rischia di restare priva di risorse? Non parliamo poi delle ripercussioni sulle decisioni da prendere per Alitalia, Ilva e le tante crisi locali sparse nella penisola.

Nelle prossime riunioni di Eurogruppo ed Ecofin, accanto ai partner continentali, si inizierà a definire il quadro programmatico del Def, su cui costruire la legge di bilancio autunnale. Gli obiettivi concordati con Bruxelles e contenuti nei documenti di finanza pubblica vanno nella direzione di una correzione strutturale di circa 10 miliardi. Come si concilia tale necessità con il nuovo programma di governo? Indubbiamente sarà questa la prima sfida di un’agenda politica pro-deficit.

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