Per un diritto universale all’istruzione specie nel Mezzogiorno

Focus

Tra gli annunci del Governo non compare nessun investimento nei servizi educativi, si balbetta di tempo pieno ma nulla di concreto è messo in atto

L’Istat certifica oggi una disoccupazione sotto il 10%, prima volta dal 2012. E’ una grande notizia nel dato medio, però ci ricorda una questione aperta su cui il Partito Democratico deve mettere testa, cuore e progetto: aumentano i giovani che non trovano un lavoro e gli inattivi, specie al Sud.

Giovani e Meridione, strettamente connessi tra loro, sono le parti deboli su cui agire, lo sappiamo e ce lo siamo detto. Qualche riflessione per capire da dove sbrogliare il bandolo di una matassa antica. La dico subito: se non mettiamo un’attenzione specifica al tema del diritto universale della persona all’Istruzione e alla Formazione, qualificate, è inutile anche parlarne. Un diritto legato più allo “sviluppo” che al “capitale” umano e spero che sia chiaro il necessario cambio di passo politico e ideale insieme al cambio lessicale.

Qualche giorno fa il cardinale Bassetti, presidente della Cei ha ricordato come i giovani sono i veri nuovi poveri e «la loro è povertà sociale, che li vede convivere a forza con una condizione lavorativa umiliante, che nel Sud del Paese raggiunge punte di preoccupazione allarmanti».

Non è retorica della carità è una dichiarazione di altissimo senso politico da cui il nostro partito non può prescindere, sia dopo la piazza di ieri, sia in vista della conferenza programmatica di fine ottobre: la situazione dei bambini, dei ragazzi e dei giovani nel Sud Italia dà corpo a una questione meridionale che deve diventare questione nazionale.

Il 30% delle famiglie siciliane vive intorno alla soglia di povertà e alla povertà di mezzi si accompagna la povertà educativa. Il Partito Democratico deve offrire e costruire l’alternativa al sussidio proposto dai sovranisti e guadagnarsi il consenso su una proposta che sia nel solco della propria storia e cultura politica e che poi è diventata la proposta dell’Europa migliore: quella che basa la ricchezza e i valori comuni delle nazioni sul superamento delle subalternità economiche attraverso il diritto universale alla conoscenza.

E allora torno al tema: le diseguaglianze presenti nel nostro Paese andrebbero analizzate proprio a partire dai grandi divari nei rendimenti scolastici. Un destino troppo spesso uguale a quello raccontato da don Milani cinquanta anni fa, quando iniziarono a comparire i primi studi sulle relazioni tra rendimenti scolastici e condizionamento sociale (è del 1964 il primo saggio sul tema prodotto da colui che aveva contribuito, con una stretta alleanza tra Aldo Moro e Concetto Marchesi, democristiano l’uno e comunista l’altro, alla nascita della scuola media unica, il pedagogista Aldo Visalberghi).

Da allora i divari nei rendimenti che corrispondono ai divari socioeconomici si sono abbattuti? No. Conosciamo da decenni questi dati, migliaia di dati sempre più raffinati nelle analisi, che seppur migliorano nella media certificano la persistenza del divario: tra Nord e Sud del Paese, tra centro e periferia o per tipologia di percorso scolastico, divari che dicono sempre la stessa cosa, la scuola non riesce ancora oggi a neutralizzare il condizionamento socioeconomico familiare.

No, non ci sono urgenze maggiori di questa nel nostro Paese. Molto si è fatto, ma non abbastanza, non sono sufficienti le tante (e belle) azioni puntuali svolte dall’associazionismo o dalle scuole, perché risultano discontinue e frammentate e non agiscono a livello sistemico.

È urgente porre a contrasto della povertà e della sua radice, la povertà educativa, azioni come la riqualificazione e l’intensificazione dell’offerta formativa in un’ottica sistemica e ordinamentale, nel percorso scolastico, e poi come diritto del lavoratore e della persona lungo tutta la vita, sennò il male torna sempre. A partire dai fondamentali, come dalle cose semplici: come il ripensare l’organizzazione didattica per rendere effettivo dentro il sistema d’istruzione e non fuori dal sistema il recupero degli ultimi in classe, oggi risolto con una lezione privata che un bambino povero non ha, che una famiglia di ceto medio alto si carica, o con una bocciatura che troppo spesso ha e in misura maggiore se nasce povero.

È bene spendere un ragionamento supplementare su giovani e marginalità, su giovani e Sud oggi, proprio quando le forze da poco al governo riservano ai giovani che rimangono indietro la “schiavitù”; di misure assistenziali, sulle quali la sinistra non può credere, recuperando una riflessione sulla cultura del lavoro prima che sul lavoro stesso, senza avvitarci i eterogenesi dei fini estranei alla nostra funzione storica: la funzione del lavoro come mezzo per lo sviluppo dei singoli, non come fine; e per far ciò dobbiamo assicurare la dignità di una formazione qualificata da Nord al Sud (sottolineo al Sud, dove il calderone della formazione
professionale e tecnico professionale è un toro da prendere per le corna, ne abbiamo il coraggio?), perché è la formazione qualificata, innovata quella capace di generare lavoro, emancipando i giovani, soprattutto quelli che vengono da famiglie in difficoltà, da meccanismi sempre uguali di povertà che genera altra povertà e immobilismo sociale.

L’endemica disoccupazione giovanile meridionale si contrasta scusate se mi ripeto, ma mi pare che non lo si dica abbastanza nel nostro partito, con la proposta forte e decisa del diritto universale all’istruzione come centro della nostra proposta, non come corollario; proposta che tutti i dirigenti del partito e non solo i referenti dell’istruzione dovrebbero far propria perché è proprio con una cura mirata sulla formazione che riusciamo a ricreare coesione sociale sul lato valoriale e culturale ma riusciamo anche a far incontrare domanda e offerta e, laddove tale domanda non c’è, è proprio l’investimento sullo sviluppo umano a crearla.

Insistendo sulla qualità: dell’offerta, dei percorsi, dei docenti, del personale educativo e formativo, delle strutture. La dispersione scolastica, che non è solo abbandono ma anche scarsi rendimenti scolastici o inadeguata formazione, schianta lontano dalla crescita il Sud, una buona parte del Sud, fatta di numeri che sono bambini, ragazzi, giovani in difficoltà, è un tema che va ben oltre le politiche scolastiche e incide sullo sviluppo culturale, sociale ed economico di un territorio. Quello che abbiamo al Sud (e dunque in Italia) è il frutto di quel che non facciamo.

I fondamentali, la missione del sapere, e le declinazioni operative. Molti studi sottolineano come per assicurare il successo scolastico nelle aree marginali si deve investire nei primi tre anni di vita. Un asilo nido negato nelle aree del bisogno, non decide solo il destino di quei bambini ma lo sviluppo di interi territori. Non si è fatto abbastanza se ancora oggi solo al 4% dei bambini di Palermo è offerto il tempo pieno a scuola rispetto all’85% dei bambini di Torino e se solo il 7% frequenta il nido a fronte del 45% dell’Emilia Romagna.

Abbiamo approvato la riforma dell’educazione prescolare, abbiamo messo soldi, eppure i numeri quelli sono: evitiamo di prenderci in giro allora, qualcosa non s’è fatto. Non chiediamoci dove nascono le povertà e la rabbia sociale che poi reca con sé ben altri mali, tra cui lo stesso rifiuto di valori essenziali comuni, se non dotiamo ciascuno, con pari opportunità di accesso, degli stessi strumenti di conoscenza e di competenza, sufficienti ad assicurarne lo sviluppo personale, la libertà sostanziale, l’esercizio di una cittadinanza effettiva e l’emancipazione economica.

Analizziamo la prossima Legge di Bilancio: lo abbiamo detto e ridetto, tra gli annunci non compare nessun investimento nei servizi educativi, si balbetta di tempo pieno ma nulla di concreto è messo in atto, non si parla di riqualificazione della formazione professionale al Sud né di diritto universale all’istruzione violato.

Tocca a noi proporre per fare, non annunciare per non fare e non siano i ritardi e le incapacità gestionali delle classi dirigenti del Sud l’alibi sempre pronto per poi non fare. Non possono esserci crescita e coesione sociale nazionale senza politiche adeguate all’istruzione nel Meridione e senza una ripresa del Sud.

Mettiamoci accanto la partita dell’innovazione: con l’avvento della nuova rivoluzione tecnologica chi non investe in modo massiccio in formazione e innovazione rischia di rimanere indietro, il lavoro oggi lo crea l’innovazione, bene, benissimo. Non solo fuori dalla scuola, ma dentro la scuola. Bene, benissimo, ci abbiamo provato a innovare. Eppure lo sappiamo che il 30% dei quindicenni del Sud non raggiunge la sufficienza nemmeno nelle competenze di base? Che non sono arcani attrezzi, ma leggere, scrivere e fare di conto? Suoniamo la sveglia a noi stessi, prima che agli altri, indietro erano e indietro li abbiam lasciati, pur con le risorse messe e le buone intenzioni, perché certe richieste sistemiche, fossero anche di gestione centralizzata, sono state eluse, lasciate sullo sfondo, anche nei patti per il Sud.

Abbiamo delle occasioni per il futuro e dei rischi per il presente. Se non si agisce il rischio non è solo economico, ma sociale, culturale e di tenuta democratica. Aggiungerei anche che il rischio è che la funzione sociale delle nostre politiche risulti
ancora incomprensibile e questo è uno dei motivi.

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