Il grande bluff della Brexit e il destino segnato del Regno Unito

Focus

Il voto che doveva rafforzare il Regno, finirà per indebolirlo, con il rischio concreto di farlo finire. E’ il frutto di una serie impressionanti di errori politici che hanno condizionato gli ultimi anni

“Il Regno Unito dovrebbe rimanere un membro dell’Unione Europea o dovrebbe lasciare l’Unione Europea”. Era questo il testo del quesito che il 23 giugno 2016 i cittadini britannici si trovati davanti nell’urna elettorale. Andò come andò e oggi, a quasi tre anni di distanza da quella data che cambiò la storia, sono in molti ad accorgersi che nulla di quanto ci si aspettava è in realtà successo. Se qualcuno avesse detto che, a sedici giorni dalla data fissata per l’uscita, la situazione sarebbe stata catastrofica come lo è oggi, sarebbe stato preso per pazzo.

Si temeva per le ripercussioni economiche. Da questo punto di vista tutti i rischi sono ancora più attuali che mai, con la sterlina in balia degli eventi, i grandi investitori pronti a vagliare nuovi lidi, la bilancia commerciale che potrebbe andare presto in tilt. Ma il vero dramma che sta vivendo il Paese è quello politico-istituzionale. E’ qui che si è scatenata la tempesta perfetta.

Vale la pena ricordare quando e come nacque l’idea del referendum sulla Brexit. A prometterlo fu David Cameron, enfant prodige del partito conservatore, premier liberale e liberista, che, nel corso della campagna elettorale per la sua rielezione per il secondo mandato da primo ministro, decise di imbonirsi l’elettorato tory promettendo, appunto, una consultazione popolare sull’uscita dall’Unione Europea, dopo il matrimonio del 1973, già confermato in un referendum nel 1975. Fu il peccato originale dell’uomo di Eton College. Un errore che pagherà lui in prima persona e il suo Paese nei mesi a seguire.

Cameron credette di poter controllare l’onda, rinegoziando con Bruxelles un nuovo accordo che rendeva Londra più autonoma e più “sovrana”, ma si sbagliò di grosso. Le istanze del Leave furono cavalcate e adottate da due dei più grandi affabulatori della storia politica recente, l’ex sindaco di Londra e attuale frontman dei Brexiteers più intransigenti, Boris Johnson, e il leader nazionalista dell’Ukip, l’istrionico Nigel Farage. Grazie ad una serie di menzogne e una campagna molto ben congegnata, il 24 giugno il Regno Unito si svegliò (o almeno così pensò) fuori dall’Europa.

Il senso di quel voto andò ben oltre il semplice rapporto con il Continente. Era un’operazione politica che avrebbe dovuto ricompattare il Regno Unito, dopo che solo pochi mesi prima la Scozia aveva cominciato a interpretare le spinte centrifughe, promuovendo a sua volta un referendum (bocciato dagli elettori) sulla separazione da Londra.

Mai valutazione fu più sbagliata. L’effetto meno discusso ma più profondo della dilaniante trattativa politica sulla Brexit è la progressiva disgregazione del Regno Unito. D’altronde, è stato subito chiaro che difficilmente si sarebbe trovato il bandolo della matassa. Il motivo? Il macigno della questione nordirlandese. Rimettere una frontiera fisica tra Ulster ed Eire, dopo il sangue versato nei lunghi anni dei Troubles, era ed è inimmaginabile. D’altro canto non è possibile pensare ad uno statuto speciale per Belfast, facendo del canale d’Irlanda la frontiera marittima tra Unione Europea e Regno Unito. I protestanti irlandesi si sentirebbero abbandonati, i cattolici vedrebbero l’unificazione con Dublino finalmente possibile. Ma, soprattutto, Scozia, Galles, la stessa città metropolitana di Londra (fieramente europeista) chiederebbero lo stesso trattamento.

E’ un labirinto dal quale è impossibile uscire. L’epilogo di tutto questo delirante giochino è scritto: o viene sconfessata il voto di tre anni fa o il Regno Unito, per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi, è destinato a finire. Di sicuro, in entrambe le ipotesi, il Paese ne uscirà con le ossa rotte.

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