Grandi opere a rischio paralisi. La partita a perdere dei Cinque Stelle

Focus

Dalla Tav al Mose, dalla Pedemontana al Terzo Valico, dalla Gronda al Tap: il ministero delle Infrastrutture sarà quello dove si scontreranno propaganda e realtà

“Il presidente Chiamparino fa sempre battute simpatiche. Ma gli direi di stare tranquillo: potrebbe non esserci mai, su quella linea, un treno che passi sul suo corpo”. Le parole sono del nuovo ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli. E sono “solo una battuta in risposta ad un’altra battuta”, fatta dal presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino, che qualche ora prima, a Palazzo Lascaris, aveva affermato che “chi vuole fermare la Tav dovrà passare sul mio corpo”.

Sarà anche una risposta “simpatica” (se lo dice lui…) ad una battuta (?) ma le parole di Toninelli sono assolutamente rivelatrici, e fotografano alla perfezione lo stato confusionale con cui l’esponente lombardo dei Cinque Stelle si appresta a ricevere la pesante eredità di Graziano Delrio. Non è difficile da prevedere che quello delle Infrastrutture sarà il ministero dove trovare una sintesi tra grillini e leghisti risulterà un’impresa che richiederà passi indietro incrociati e una buona dose di acrobatismo politico.

Non è un mistero, infatti, che, fosse per il Movimento, tutti i progetti di modernizzazione e adeguamento infrastrutturale del Paese verrebbero rasi al suolo. Pezzi interi del consenso elettorale grillino sono stati costruiti proprio sull’appoggio ai vari comitati locali che, legittimamente ma egoisticamente, si sono sempre opposti alle varie grandi opere messe in cantiere negli ultimi anni. A partire proprio dalla Tav. Tanto che, in una prima bozza di contratto, si parlava esplicitamente di cancellazione dell’opera, per poi essere corretto con una più conciliante “ridiscussione integrale del progetto”. Un’espressione che vuol dire tutto e niente, al punto che si sono alzate diverse voci da Bruxelles e da Parigi (l’opera è finanziata al 40% dall’Ue, al 35% dall’Italia e al 25% dalla Francia) per evitare di mandare all’aria quanto faticosamente portato avanti finora.

Ma mentre Toninelli assicura adesso che “le infrastrutture sono il volano migliore per far ripartire l’economia”, proprio in queste ore il Movimento Cinque Stelle miete la sua prima vittima. Si tratta del tratto di autostrada progettato per saltare l’imbuto di Bologna. Un’opera che dopo il solito, estenuante, iter burocratico ventennale era ormai ai nastri di partenza. I lavori sarebbero dovuti iniziare entro l’inizio del prossimo anno, ma, a sentire i grillini locali, non se ne farà niente. Il motivo ufficiale? “Disincentivare la mobilità su strada”. Quello reale? Non perdere i voti dei cittadini a cui avevano promesso di bloccare l’opera. Con buona pace della Lega che si è già allineata, dei 700 milioni di investimenti e delle lunghe code che congestionano il traffico bolognese e  i polmoni di chi abita vicino all’autostrada.

“E’ una delle prime folli grandi opere italiane da bloccare”, tuona il capogruppo in Comune del M5s, fedelissimo di Casaleggio, Massimo Bugani. Quali saranno le altre? Oltre alla Tav, infatti, sono diversi progetti a rischio in tutta la Penisola. Due riguardano la città di Genova e la Liguria: si tratta del passante (la cosiddetta Gronda) che consiste nel raddoppio dell’autostrada A10 tra Genova Ovest e Vesima per alleggerire il traffico del capoluogo ligure e del Terzo Valico che dovrebbe agevolare il trasferimento tra la stessa Genova e la città di Milano. Il governatore Giovanni Toti dice che “Gronda e Terzo Valico sono indiscutibili”, ma il M5s ha già fatto sapere che “il traffico non è tale da giustificare l’intervento”.

Sempre al Nord, in Lombardia, il braccio di ferro riguarderà vari progetti. In primo luogo la Pedemontana, progetto fortemente voluto da Maroni, ora in stallo con soli 30 km realizzati sui 157 in programma. Anche in questo caso i Cinque Stelle, che fanno parte del comitato ‘No autostrada Valtrompia’ si mettono di traverso. Stesso discorso per l’alta velocità tra Brescia e Verona e la TiBre, l’autostrada Tirreno-Brennero. Se ci si sposta in Veneto, il film non cambia. Il sistema di dighe del Mose, varato nell’aprile del 2003 e non ancora terminato, viene definito dal M5s un “sistema di illegalità diffusa”. La Pedemontana Veneta è considerata una sorta di “Mose in terraferma”, tanto da far sbottare il governatore Luca Zaia: “Spero che quello di Toninelli sarà il ministero delle Infrastrutture e non delle Disinfrastrutture”. A Salvini, che ha assicurato che tutte le opere che riguardano Lombardia e Veneto “vanno avanti”, l’arduo compito di trovare una sintesi.

L’ultimo fronte aperto, infine, riguarda il gasdotto Tap (che dal primo trimestre del 2020 dovrebbe portare gas dal Mar Caspio all’Italia), il cui cantiere a Melendugno (Lecce) ha portato alla nascita di un forte comitato contrario, di cui ovviamente i Cinque Stelle sono tra i capofila. Qui l’accordo sembra più a portata di mano, dato che anche Salvini, mesi fa, definì l’opera invasiva. Ancora una volta, quindi, sarà il Mezzogiorno, svenduto dal M5s alla Lega, a pagare il prezzo più alto. Lo stato di confusione totale è stato confermato oggi alla Camera dal premier Giuseppe Conte che ha assicurato di “non essere contrario alle infrastrutture”, ma non ha chiarito né se né quando si faranno.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli