Grillo e Salvini, il trionfo dei due populismi

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Se nello scenario postelettorale non si teme il peggio è in virtù dell’alta caratura umana e politica dell’attuale inquilino del Quirinale

Sarà banalissimo, ma ancora una volta la chiave di lettura per interpretare la stabilizzazione del baricentro elettorale del M5S nel Mezzogiorno ce la fornisce Tomasi di Lampedusa: il voto in massa ai pentastellati è finalizzato proprio neutralizzare la rivoluzione moralistico-giustizialista grillina, rivoluzione già farlocca di per sé visto che nazionalizzazioni e tutela delle rendite di posizione – ambedue capisaldi del programma e dell’identità grillina -, condurrebbero a un incremento esponenziale di lottizzazioni, favoritismi, corruzione ecc, tutte condotte che stando alla narrazione grillina dovrebbero essere disincentivate a posteriori con un potenziamento antigarantista (e cioè fascista) dell’apparato repressivo.

Al sud si è inoltre guardato con favore allo sdoganamento – e, ridendone, alla realizzabilità – di quella forma di turbo-assistenzialismo battezzata “reddito di cittadinanza”, già esistente, al meridione, sottoforma di pensione di invalidità, di accompagnamento, sussidi di disoccupazione, grandi infornate nella P.A. e nelle municipalizzate ecc. Sì, sembrerebbe paradossale, ma in realtà è solo gattopardesco: si è votato, al sud, per l’istituzionalizzazione e il potenziamento di quello stesso status quo, di quelle stesse politiche economiche che stanno determinando la desertificazione del sud medesimo, dove per molti l’entrata mensile di modesta entità in contropartita dell’ozio o di qualche lavoretto in nero è sempre meglio della “deportazione” (cit) con posto fisso annesso al nord.

Sarebbe profondamente ingenuo, dunque, credere che la conversione di massa dei meridionali al verbo grillino sia l’inequivocabile segnale di discontinuità dato dal “popolo” ai ras delle preferenze re-inventatisi senza successo ras dell’uninominale: gli elettori meridionali, in realtà, hanno voltato le spalle a molti notabili per “esaurimento risorse” (… e perché, diciamoci la verità, sono più capaci di qualunque istituto sondaggistico a capire verso che direzione tira il vento).

Da questo “votiamo affinché tutto cambi perché nulla muti” di risorgimentale memoria ci sono passati tutti: ci passò il centrodestra con l’annunciata e disattesa rivoluzione liberale (e chissà quante risate, i siciliani primoberlusconiani del 61 a 0, a fingere di sposare la causa del tatcherismo d’importazione, loro che sono oltranzisti silenziosi dello statalismo, quando non dell’assistenzialismo) e si appresta a passarci una seconda volta con Nello Musumeci, uomo e politico di specchiata moralità che difficilmente riuscirà a fare di tale virtù un principio non negoziabile dell’attuale legislatura; ci è passato il centrosinistra, con la rivoluzione antimafiosa e “antispreco” di Rosario Crocetta abbattutasi anch’essa nell’infrangibilità di un establishment eterno e immune a qualunque shock elettorale o spoil system.

Al di sopra della capitale, invece, il trionfo del populismo complementare a quello grillino, e cioè quello leghista, forte anche di un sorprendentemente sorpassato ma comunque consistente colpo di coda tardoberlusconiano, certifica la trasfigurazione di un antiquato razzismo antimeridionalista in un più attuale e tradizionale suprematismo bianco e grossolanamente antimusulmano.

Lo schema narrativo è il medesimo: tramite la pauperizzazione e la moralizzazione di un settore pubblico da ingigantire oltre ogni misura (!) saremo tutti più ricchi o quantomeno meno poveri (Grillo); chiudendo le frontiere sia “geografiche” che commerciali (!), saremo tutti più ricchi o quantomeno meno poveri (Salvini). Liberalizzazioni, abbattimento delle rendite di posizione e più generalmente politiche attive del lavoro diverse dalla blindatura dei privilegi corporativi e da investimenti e defiscalizzazioni finanziati da debito non pervenute.

Se ci si mette il vento sovranista che soffia ormai da anni in occidente (Trump, Brexit ed exploit significativi anche se vivaddio non sempre determinanti delle destre radicali in giro per l’Europa) e la ferrea legge dell’alternanza, che agisce non solo nei sistemi bipartitici ma anche in quelli multipartitici a forte polarizzazione come il nostro, si comprende come il trionfo delle forze della chiusura fosse prevedibile e la débâcle del Pd non fosse poi così imprevedibile.

Non ha dunque alcuna responsabilità, il Partito democratico? Certo che sì, ma i suoi errori hanno influito molto poco su un risultato già scritto nei trend internazionali e in quel fil rouge che attraversa l’intera storia dell’Italia unitaria.
Il suo segretario, nella fattispecie, non va né del tutto assolto né – come nella più tipica tradizione della sinistra se non degli italiani tout court: maramaldeggiamo sempre, siamo campioni mondiali del lancio di monetine – né va criminalizzato e politicamente annichilito quale capro espiatorio della grande sconfitta.

Questo non (tanto e solo) per i risultati ottenuti dal suo esecutivo, ma anche e soprattutto per il suo più prestigioso lascito: Sergio Mattarella. Sull’altare dell’elezione di quest’ultimo Matteo Renzi ha sacrificato il supporto dell’elettorato berlusconiano, essenziale per poter vincere a mani basse il referendum.

E se nello scenario postelettorale, prevedibilmente balcanizzato, non si teme il peggio, è in virtù dell’alta caratura umana e politica dell’attuale inquilino del Quirinale.

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