Lo spazio nella storia democratica è per uomini come Guido Rossa

Focus

Il suo coraggio e il suo sacrificio rappresentavano e rappresentano l’Italia migliore

Ha fatto bene il Parlamento a ricordare e rendere omaggio – con le parole del Presidente della Camera – a un uomo come Guido Rossa. Lo aveva già fatto ieri, condannando le vergognose scritte apparse a Genova.

Lo ha fatto oggi, esattamente quaranta anni dopo quella mattina del 24 gennaio 1979 quando le Brigate Rosse uccisero quella persona, quell’operaio dell’Italsider, quel sindacalista che aveva avuto il coraggio – sì, il coraggio – di denunciare chi nella sua fabbrica fiancheggiava terroristi criminali che attentavano alla democrazia, alla libertà, alle conquiste sociali e civili del nostro Paese. Terroristi che qualche mese prima avevano interrotto – con l’assassinio di Aldo Moro – il cammino dell’ Italia verso una evoluzione della democrazia, verso l’incontro tra le grandi forze che avevano dato vita alla Resistenza, alla Guerra di Liberazione, alla scrittura della Costituzione. Incontro che le logiche e le condizioni della guerra fredda avevano interrotto e che personalità come il democristiano Aldo  Moro ed il comunista italiano Enrico Berlinguer volevano riprendere, per rendere solida la democrazia attraverso la condivisione di un quadro comune dentro il quale sviluppare la democrazia dell’alternanza. Questo i terroristi – e probabilmente con loro anche interessi e settori legati a potenze straniere – volevano impedire. Con il sangue. Con gli attentati. Con gli omicidi di servitori dello Stato.

Come lo stesso avevano cercato di fare e cercavano di fare, con lo stragismo, le forze dell’eversione nera, dalla notte del “rumore di sciabole” del ’64 a quel 12 dicembre 1969, con la bomba di Piazza Fontana a Milano. Noi vediamo una bellissima e significativa continuità tra la presenza del Presidente Sergio Mattarella, ieri a Genova, e quella di quaranta anni fa del Presidente, il socialista e partigiano  Sandro Pertini, in Piazza De Ferrari, ai funerali di Guido Rossa. Perché Guido Rossa, il suo coraggio, il suo sacrificio, rappresentavano e rappresentano l’Italia migliore. Anche quando si deve remare controvento. L’Italia – minoritaria – dei docenti che si rifiutarono di firmare il manifesto sulle leggi razziali. L’Italia che aiutava gli ebrei a sfuggire dalle persecuzioni nazifasciste. L’Italia dei giovani di diversa ispirazione politica che scelsero di salire in montagna per difendere e riconquistare – per tutti, non per se stessi – la democrazia e la libertà. Quella degli operai che difesero le fabbriche dai bombardamenti e dalle distruzioni e che parteciparono da protagonisti alla ricostruzione morale e materiale del Paese. Era quella, l’Italia dell’operaio Guido Rossa. In quell’Italia  milioni di persone, negli anni Sessanta, avevano creduto nella possibilità di combattere per nuovi spazi di libertà, per nuovi diritti sociali e civili, per l’emancipazione e la liberazione della donna. In un mondo dove le parole-chiave erano speranza, futuro, visione, sogno, eguaglianza, pari opportunità. I terroristi delle BR  (che si ispiravano a letture aberranti degli stessi principi della Sinistra di ispirazione marxista, nell’ambito di un intreccio torbido e ancora non del tutto esplorato di rapporti con pezzi di Stato eversivi e potenze estere) volevano bloccare tutto questo, ammazzando la possibilità di ottenere conquiste sociali con le armi del movimento operaio: le lotte sindacali, le mobilitazioni democratiche, e uccidendo le cose migliori del sogno degli anni Sessanta: la creatività, l’anticonformismo, la curiosità, la voglia di libertà e di futuro.

Guido Rossa ebbe il coraggio, anche da solo, di fare il suo dovere di operaio, di comunista italiano, di sindacalista, di cittadino. E pagò il prezzo più alto. Qualche giornale, in quei giorni, titolò che quell’omicidio era contro il PCI. Vero: quello era il PCI di Enrico Berlinguer  e del leader della CGIL Luciano Lama. Che traeva ispirazione dalla Costituzione, che si riconosceva – avendo contribuito a riconquistarli – nei principi democratici. Che ea stato decisivo nel difendere lo Stato dal terrorismo durante i terribili giorni del sequestro Moro. Un partito il cui leader aveva coraggiosamente (e probabilmente quello era il massimo in quel tempo) preso le distanze dai rapporti con l’URSS, difeso la democrazia come valore universale, dichiarato esaurita la spinta propulsiva di quel sistema autoritario, antidemocratico che aveva prodotto persino la stagione degli orrori staliniani. Guido Rossa, il suo sacrificio, erano insieme figli e protagonisti di quella storia e di quella vicenda, che Sandro Pertini volle onorare e che ieri ha onorato Sergio Mattarella. Una storia che non si è interrotta.

I figli di quella storia sono stati, tra l’altro, coloro che hanno accompagnato e guidato non solo l’evoluzione della Sinistra in Italia, che da quelle radici ideali non può né deve allontanarsi, ma sono stati anche coloro che hanno portato in Parlamento personalità come Sabina Rossa, Giovanni Bachelet, Olga D’Antona. O come Paolo Bolognesi. E oggi nel gruppo del Pd sta Alfredo Bazoli, che a quattro anni perse la mamma in Piazza della loggia, a Brescia. Un filo d’acciaio che lega storia e storie, che non si spezza. Per questo fa rabbia, tristezza vedere i mercanti di paura di oggi che accostano con cinica e studiata superficialità a terroristi criminali appellativi che in Italia hanno costruito e difeso la vita democratica. Ma il cinismo delle felpe può trovare spazio nelle cronache dei tg… Lo spazio nella storia democratica è di esempi e di uomini come Guido Rossa.

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