Il male oscuro di Houellebecq. Su “Serotonina”

Focus

I gilet gialli non c’entrano nulla, qui si parla della difficoltà di vivere in un tempo come il nostro

Perché durante la lettura dell’ultimo romanzo, già best seller, di Michel Houellebecq Serotonina (La Nave di Teseo) mi è venuto spesso in mente Il male oscuro di Giuseppe Berto, gran libro di cinquant’anni fa di quello scrittore atipico, fuori dal mainstream di allora e oggi un po’ dimenticato? Sono due romanzi certo diversissimi – appunto, è passato mezzo secolo! – eppure con un punto in comune, più di spessore di quanto non si possa dire con parole semplici: la depressione dell’uomo (del maschio) contemporaneo. Che va di pari passo con la caduta morale della società in cui è immerso. Anche qualcosa di stilistico –  ma non siamo certo specialisti – accomuna le due opere, tragiche al fondo ma spesso grottesche, finanche comiche, in superficie. Opere entrambe misogine, e senza speranza. Avvolte nel brutto. O meglio: nello scadimento di ciò che era stato bello (qui il “pasolinismo” di Houellebecq come rimpianto dell’età dell’oro e di un passato magico).

Diciamo subito che con Serotonina la protesta dei gilet gialli non c’entra niente:  quella di affibbiare a Houellebecq capacità divinatorie è stata una riuscita operazione di marketing editoriale (era più persuasiva quella effettuata col precedente romanzo, Sottomissione, che descriveva l’avvento al potere in Francia degli islamici). Lo scrittore francese va ben più a fondo nello scavo della grande afflizione del suo Paese: e sebbene vi siano pagine dedicate ad una immaginaria rivolta armata degli agricoltori normanni, ciò va letto come metafora grottesca e tragica di una Francia che ha smarrito completamente la sua identità (in questo senso, contadina: e ci risiamo con Pasolini) ed è diventata non solo più a rischio povertà ma più “brutta”. L’estetica accompagna l’etica, il “fuori” si salda al “dentro”. Luoghi così dolci come la zona della Manche (alta Normandia) sono qui umidi, inospitali, senza un senso: e parliamo delle terre di cui scrissero Chateaubriand, Maupassant, Proust, la Normandia dei meli fioriti e del mare a perdita d’occhio. Qui invece al massimo ci sono strade larghe e autogrill, nella solitudine. E persino gli schizzi parigini raccontano di quartieri semiperiferici e grattacieli, e le brasserie non sono posti allegri ma luoghi di conflitto.

Il protagonista-Narratore è dunque un fallito più fallito di quanto non sembri. Cerca e non trova. Se ne va in giro come un’automa, rimuginando e ancora rimuginando. È un depresso che di fatto odia le donne, donne che non può soddisfare, donne che qui appaiono per lo più nel modo peggiore possibile (e vogliamo tacere su certe pagine francamente eccessive: che Houellebecq sia fissato con il sesso lo si capisce anche senza bisogno di citazioni porno), e la sua fuga da loro è una fuga senza fine e senza speranza, è una fuga dall’amore, dunque dalla vita, e non basterà certo il farmaco che alimenta la serotonina per migliorare l’umore a risolvere il dramma esistenziale. Gli scarni personaggi del romanzo paiono marionette evanescenti non si nelle mani di chi, certo il filo della vita gli è sfuggito di mano da quel dì. La Francia di Houellebecq è tutt’altro che douce: è  gelida,cinica. E il romanzo scorre via raccogliendo pagina dopo pagina l’inquietante interrogativo sulla ragione di “esserci”.

 Tutto già detto? Certo. Ma la letteratura è così. L’importante è come viene detto: e anche se può può risultare antipatico, Michel Houellebecq riesce ogni volta a dire le cose meglio degli altri, a mostrarsi gran cronista del pavesiano “mestiere di vivere”.

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