I pasticci dell’inchiesta Consip: chiesta un’indagine al Csm

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La richiesta è del laico Zanettin: «Occorre un momento di riflessione su quanto sta accadendo a Napoli»

Il Csm potrebbe accendere i fari sull’inchiesta Consip. O, meglio, su quello che sta accadendo tra le procura di Napoli e di Roma dopo che i magistrati della Capitale hanno indagato il capitano del Noe Gianpaolo Scafarto, il motore investigativo dell’indagine, per falso materiale (aver scritto nell’informativa che gli investigatori erano pedinati da 007 nonostante verifiche di senso opposto) e falso ideologico (aver attribuito una frase captata da microspie ad Alfredo Romeo invece che a Italo Bocchino e averla qualificata come grave indizio a carico di Tiziano Renzi).

Nonostante le due procure smentiscano attriti e divergenze, i fatti dicono il contrario. L’indagine è nata due anni fa a Napoli per corruzione con l’aggravante della mafiosità in appalti all’ospedale Caldarelli di Napoli. A giugno 2016, seguendo il filo rosso dell’imprenditore Romeo, gli investigatori del Noe, coordinati dal pm Henry John Woodcock, sono arrivati al mega appalto Consip del valore di due miliardi e 700 milioni.

Durante l’estate e l’autunno la storia sembra avvicinarsi sempre di più a palazzo Chigi e a Matteo Renzi coinvolto nella grande battaglia referendaria e, proprio dopo il 4 dicembre, assume un’importante accelerazione. Tra una fuga di notizie e l’altra (informatissimi Il Fatto e La Verità), il 21 dicembre Napoli iscrive sul registro degli indagati il ministro Luca Lotti e i vertici dell’Arma dei carabinieri per rivelazione del segreto istruttorio.

Prova a tenersi l’inchiesta ma il codice è chiaro: l’eventuale corruzione e l’eventuale rivelazione di segreto sono competenza di Roma. La cui procura a febbraio iscrive nel registro Tiziano Renzi per traffico illecito di influenze e il primo marzo arresta Romeo per corruzione (sulla base della confessione del manager Consip Marco Gasparri). La procura di Roma dunque prosegue l’inchiesta. Ma contestualmente toglie la delega d’indagine al Noe per le continue fughe di notizie. Questo, almeno, è quello che si sa in quel momento.

Lunedì 10 aprile la svolta e i sospetti nei confronti del capitano Scafarto di aver falsificato almeno due passaggi importanti dell’indagine. È un fatto, sempre, che Napoli, a cui resta un solo filone d’indagine (corruzione al Caldarelli con l’aggravante mafiosa, tra gli indagati c’è Romeo), continua a dare fiducia agli investigatori del Noe. «Non c’è nessun imbarazzo a confermare la delega ai carabinieri del Noe» ha detto ieri il procuratore facente funzioni Nunzio Fragliasso. «Le indagini che conduciamo noi sono diverse da quelle incardinate a Roma. Oggi tra l’altro mi sono sentito con il procuratore Giuseppe Pignatone al quale ho ribadito la correttezza istituzionale del suo ufficio in quanto siamo stati avvertiti prima con ampio anticipo dell’interrogatorio dell’ufficiale indagato».

Ora, su tutto questo che con un eufemismo si può chiamare pasticcio, il Csm vuol vedere chiaro. Ieri il laico di centrodestra Pierantonio Zanettin ha chiesto al Comitato di presidenza di aprire una pratica in Prima commissione per verificare se «qualcuno dei pm ha leso l’immagine di imparzialità e indipendenza della magistratura e quindi debba essere trasferito d’ufficio».

A palazzo dei Marescialli si fa notare come Zanettin presenti spesso richieste di apertura di pratiche, «ma non c’è dubbio che sia necessario un momento di riflessione su quanto sta accadendo e per capire meglio la dinamica dei fatti». Il comitato di presidenza, presieduto dal vicepresidente Legnini, si riunisce oggi. Difficilmente una decisione sarà assunta in tempi brevi. Ma è anche vero che la presidente della Commissione Giustizia della Camera Donatella Ferranti (Pd), che a palazzo dei Marescialli è stata a lungo segretario generale, ha indicato una strada che non può essere ignorata dal plenum del Csm.

«Non posso pensare a un errore del capitano del Noe – ha detto Ferranti – il pm doveva ascoltare l’intercettazione visto che è stata considerata così rilevante ». Converrà attendere gli ulteriori sviluppi d’indagine per evitare polemiche dannose alle istituzioni. La procura di Roma, infatti, ha avviato una verifica su «tutti i passaggi più delicati dell’inchiesta». Significa che sta verificando le bobine e i brogliacci e le attribuzioni investigative che ne sono derivate. Tutto è coperto dal massimo riserbo. Ma alcuni di questi passaggi delicati sono relativi al modo in cui sono stati trovati, prelevati e ricomposti dalla spazzatura i pizzini di Romeo su cui è stato scritto 30 mila ogni mese a T. e che, secondo la procura di Napoli, sarebbero la prova del pagamento dei favori resi dal padre dell’ex premier. La procura di Roma sta verificando anche “i metodi” con cui sono stati interrogati Luigi Marroni e Filippo Vannoni, testi chiave per indagare il ministro Lotti e i vertici dell’Arma. Gli ipotizzati falsi del capitano Scafarto accendono dubbi su molte parti dell’indagine.

Federico Bagattini, legale di Tiziano Renzi, fa notare che «se l’ufficiale del Noe fosse in buona fede avrebbe subito ammesso l’errore, invece si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande dei magistrati». L’av – vocato, con una punta di malizia in più, aggiunge che «l’avvocato di Scafarto si è premurato di chiarire che non saranno fatti altri nomi».

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