Il cardinal Burke e Salvini, l’incerto asse trumpiano tra le due sponde del Tevere

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L’asse Salvini-Burke, per quanto poco credibile in sé, mostra quale sia l’orizzonte globale della sfida in atto

C’è un cardinale in Vaticano che somiglia a uno di quei super-cattivi dei fumetti, uno di quelli che prova a ordire piani ogni volta piani più diabolici per impadronirsi del potere o del bottino ma che alla fine, a un passo dalla meta, viene regolarmente acciuffato e preso con le mani nel sacco. Il suo nome è Raymond Leo Burke, americano, noto per la sua opposizione ossessiva a papa Francesco: Burke detesta apertamente la Chiesa della misericordia e dell’accoglienza, della solidarietà, ama la messa preconciliare, anzi non sopporta proprio il Concilio Vaticano II, ha spiccate tendenze tradizionaliste, adora i paramenti imponenti, la cappa magna, il lungo mantello rosso con strascico, le liturgie barocche, i guanti che arrivano fino al gomito come nei vecchi film dei tre moschettieri; crede decisamente in un cattolicesimo fondamentalista, identitario, diffida delle altre fedi, degli immigrati e degli altri cristiani, non darebbe mai e poi mai la comunione a un divorziato risposato. Più che nel Vangelo crede nell’ex Sant’Uffizio e se fosse per lui nemmeno tanto ex.

Un paio di giorni fa Burke si è incontrato con il leader leghista Matteo Salvini in Vaticano e con lui ha avuto un colloquio abbastanza lungo, circa un’ora e mezza per scambiarsi idee e progetti comuni. E del resto tra i due le cose da condividere sono davvero numerose; a unirli in primo luogo è Donald Trump con il suo etno-nazionalismo, la sua ideologia autoritaria, meglio se avvolta in un cristianesimo integralista; in questo senso Burke è una sorta di quinta colonna, sia pure un po’ traballante, del trumpismo Oltretevere, in sintonia con l’ideologo più estremista del neo presidente degli Stati Uniti, Steve Bannon, il quale da tempo cerca contatti con le frange conservatrici della Chiesa e del Vaticano. La coppia Salvini-Burke, insomma, per quanto un po’ improbabile, un obiettivo ce l’ha: dare peso al partito trumpiano in Italia e nei sacri palazzi.

D’altro canto non c’è da meravigliarsi, la Lega da molti anni prova a innestare sul radicalismo etnico-geografico, sull’autarchismo economico-fiscale delle province del nord (anche se ora sta virando rapidamente verso un modello nazionalista lepenista) il fattore cristiano come collante ideologico e identitario; la favola del Dio Po’, l’ampolla d’acqua, le origini celtiche, sono scomparse da tempo. Folclore della prima ora quando i movimenti guasconi e arrembanti nascono, ma poi per mettere radici hanno bisogno di miti ben diversi: e allora ecco l’identità cristiana d’Europa, contro i diversi, gli stranieri, gli immigranti, contro il cosmopolitismo, le differenze, la varietà dei colori e delle famiglie umane. E’ dunque un’Europa fortificata e cattolica, unificata dalla paura e dall’odio, barricata dietro i propri confini nazionali, un po’ da incubo, un po’ medioevo post-moderno, quella che vive nei progetti allucinati di Marine Le Pen e alla quale anche le camice verdi nostrane agognano. E poco importa se tra dazi doganali e ritorno a economie fieramente nazionali porterebbe rapidamente al fallimento, è il tempo della politica-mito, della nazione.

E tuttavia un simile disegno si scontra con un problema non da poco. La sede di Pietro, non da oggi, la pensa diversamente. La Chiesa degli ultimi decenni è per vocazione, necessità e visione, sempre più universale, tanto più in questa difficile epoca globalizzata. E per quanto Salvini dica “il mio papa è Benedetto”, cercando di fare di Ratzinger ‘ il vero’ papa, quello identitario contrapposto a Francesco, si tratta in realtà di una boutade buona forse per qualche raduno a Pontida. Benedetto XVI, infatti, proprio sul tema chiave e critico dell’immigrazione, esattamente come il suo successore e come il suo predecessore affermava poche settimane prima delle sue dimissioni: “In verità, coloro che migrano nutrono la fiducia di trovare accoglienza, di ottenere un aiuto solidale e di trovarsi a contatto con persone che, comprendendo il disagio e la tragedia dei propri simili, e anche riconoscendo i valori e le risorse di cui sono portatori, siano disposte a condividere umanità e risorse materiali con chi è bisognoso e svantaggiato. Occorre, infatti, ribadire che la solidarietà universale, che è un fatto e per noi un beneficio, è altresì un dovere”. E se esiste anche un “diritto a non emigrare” – osservava Ratzinger, affermazione valorizzata da Salvini in varie occasioni – per garantire tale diritto, rilevava il pontefice tedesco, era necessario sviluppare uno straordinario sforzo di solidarietà, economico e politico, internazionale per aiutare i Paesi vittime di crisi economiche, guerre, persecuzioni, per gestire flussi regolari e combattere i trafficanti di esseri umani. E’ il tema di una globalizzazione più larga, non solo dei mercati, anche umanitaria, capace di costruire un nuovo paradigma di sviluppo che metta le persone al primo posto; i nazionalismi e le piccole patrie c’entrano poco. Si tratta di temi che poi sono diventati il centro del magistero di papa Francesco, il papa del sud del mondo che sta con gli ‘scartati’, i dimenticati della Terra. Di cosa pensi poi Francesco dei ‘muri’ e dei fili spinati, degli squilibri mostruosi fra Paesi ricchi e nazioni povere, inutile dire, per il vescovo di Roma Trump, come è noto, non può nemmeno dirsi cristiano.

Da parte sua Burke ha cercato di ostacolare in ogni modo il procedere del Papa nelle sue aperture sulla famiglia, nella riforma e nel ridimensionamento della Curia romana, nel processo di separazione della Chiesa dai poteri politico-economici. Burke è diventato il terminale di una serie di operazioni anti-Bergoglio che hanno avuto ben poco successo per la verità. Poche settimane fa voleva addirittura, insieme ad altri tre anziani porporati, correggere con un atto ufficiale il Papa, colpevole – addirittura – di voler dare la comunione ai divorziati-risposati; tuttavia da tempo il porporato americano era stato collocato in un ruolo di seconda fila dal Pontefice; Bergoglio lo aveva infatti nominato cardinale patrono del Sovrano militare Ordine di Malta, antica istituzione collegata al Vaticano che svolge attività benefiche e umanitarie in giro per il mondo.

Ma anche qui Burke ha cercato di metter in atto le sue manovre, e insieme all’ala conservatrice dell’Ordine ha tentato un bizzarro tentativo di impadronirsi della veneranda organizzazione e trasformarla in una sorta di base per i suoi attacchi, magari con l’appoggio di qualche circolo ultrara-reazionario con base in Italia come negli ‘States’; tentativo respinto dalla Santa Sede che ha prima commissariato l’Ordine, poi ha rimesso a posto i vertici fedeli al Papa; il cardinale con la cappa magna è stato invece esautorato. Per completare l’opera, anche i cavalieri e le dame di Malta, rimesse le cose a posto, hanno scritto nero su bianco: “Siamo allarmati e preoccupati dal proliferare di posizioni discriminatorie nei confronti degli immigrati, basata, non ultimo, sulla loro nazionalità. La storia ci ha già fornito numerosi esempi che mostrano le drammatiche e mostruose conseguenze di politiche basate sulle origini e sulle etnie”. Una congiura finita a dir poco male. A ciò si aggiunga, su un latro versante, il quasi raggiunto accordo fra Vaticano e lefebvriani che mostra come la Santa Sede abbia ben presente la necessità di tenere unita la Chiesa fino alle sue estreme periferie, di non lasciare nessuno fuori.

Se questo è il quadro, non c’è dubbio che l’asse Salvini-Burke, per quanto poco credibile in sé, mostra quale sia l’orizzonte globale della sfida in atto. In tal senso la Chiesa universale di papa Francesco da una parte, e dall’altra tutto il vecchio continente, con la sua storia e le sue istituzioni, i suoi valori, sono al centro di un conflitto in cui la nuova Casa Bianca – il partito trumpiano – diventa direttamente o indirettamente, uno dei protagonisti capaci di interferire e a guadagnare terreno per cambiare il quadro generale, in tal senso la sfida è appena cominciata.

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