Il disastro perfetto della Brexit e il peccato originale di Theresa May

UK

Le trattative con Bruxelles sono in stallo, l’Irlanda del Nord è sull’orlo di una crisi di nervi, in Scozia ribollono tensioni secessioniste e Londra prova a sfilarsi

C’era una volta in Gran Bretagna un governo forte, molto forte. Un governo che, sull’onda del voto popolare del referendum sul divorzio con Bruxelles, andava in Europa a battere i pugni con spavalderia, invocando “una Brexit dura e pura”. Un governo che si sentiva talmente forte che un giorno, con una decisione del suo primo ministro che si sentiva ancora più forte, decise di portare il Paese alle elezioni anticipate per farsi dare un’investitura ancora più forte, un mandato incondizionato.

Tutto questo succedeva (solo) poco più di sei mesi fa. Poi quelle elezioni arrivarono e ribaltarono tutto. Theresa May ne uscì fortemente indebolita, il Labour di Jeremy Corbyn – che doveva essere la vittima sacrificale – notevolmente e sorprendentemente rinvigorito. I conservatori si trovarono costretti ad elemosinare i voti del partito unionista dell’Irlanda del Nord (Dup) per poter trovare una maggioranza che consentisse la formazione del governo.

Perché questa lunga introduzione? Perché le difficoltà di oggi nell’uscire dal vicolo cieco in cui si è infilato il governo britannico nella trattativa per l’uscita dall’Unione Europea sono figlie anche della decisione scellerata di portare il Paese al voto. Anche perché i tories avevano evidentemente sottovalutato un fatto centrale: che era proprio in quel pezzo di Irlanda, dove sono andati a pescare i voti per governare, che si decideva il futuro della Brexit.

Quella dell’unico confine terrestre tra il Regno Unito e l’Europa è la partita che sta facendo avvitare su se stessi i colloqui. E l’esito di questa partita può avere, per un verso o per l’altro, conseguenze enormi. Anche perché quel confine non è come tutti gli altri. Su quella linea (fisica e simbolica) che divide in due l’Irlanda è scorso sangue cattolico e protestante. Quel confine ha infiammato per trent’anni – gli anni dei troubles – le isole britanniche.

Il voto del 23 giugno 2016 che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea non poteva passare inosservato da quelle parti, anche perché alla base degli accordi del Venerdì Santo del 1998 che hanno posto fine alle violenze c’era proprio la libera circolazione delle persone e delle merci tra Ulster e Eire. Con Bruxelles, oltre a Londra, a fare da garante per la pace. Non è un caso che in Irlanda del Nord abbia vinto a grande maggioranza il Remain.

La questione, rinviata per mesi, si è riproposta in questi giorni e potrebbe trasformarsi in un vicolo cieco per Theresa May e tutto il Regno Unito.

In sostanza, il governo britannico sarebbe disposto a concedere all’Irlanda del Nord un “allineamento normativo” con la Repubblica d’Irlanda, e dunque con l’Unione Europea. Una rivelazione che sta scatenando reazioni contrapposte: da una parte le altre anime del Regno, a partire dalla Scozia ma anche dal Galles e dall’area metropolitana di Londra, chiedono lo stesso trattamento. Le prime timorose di perdere le risorse garantite da Bruxelles e dal mercato unico, la Capitale spaventata dalla perdita della sua proverbiale vocazione internazionale e cosmopolita.

D’altra parte, però, c’è la dura reazione degli unionisti protestanti dell’Ulster, che vedono nello status speciale concesso a Belfast l’anticamera della riunificazione irlandese. Arlene Foster, leader del Dup, ha già fatto sapere che non crede, per ora, alle rassicurazioni di Londra in tal senso.

A questo punto, Theresa May si trova davanti a un bivio infernale: andare fino in fondo, salvando quel che rimane della Brexit, cedendo anche su Scozia, Galles e Londra, ma rischiando di far cadere il suo governo. Oppure tornando indietro sullo status speciale per Belfast, rischiando però di far saltare le trattative con Bruxelles e, soprattutto, di ridare fiato a pericolosi focolai di violenza in Irlanda del Nord, alle velleità secessioniste della Scozia e all’impoverimento economico e culturale della propria Capitale.

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