Il Fatto Contiano. Come Travaglio suona il piffero del governo

Focus

Un editoriale-peana che naturalmente tace i problemi. Così il Direttore evita scomodi appoggi a Salvini e ora anche ai Cinque Stelle

Alla sua ennesima virata politica, Marco Travaglio ha finalmente trovato riparo dalla buriana salvinista e dalla risacca dimaiana. La piccola baia dinanzi alla quale ha gettato l’ancora, in attesa che il vento porti verso nuovi e meravigliosi lidi, è l’insenatura di proprietà del professor Giuseppe Conte, l’augusto premier che tante cose buone sta dando all’Italia.

E così, sulla tolda di comando del suo vascello, sfidando la realtà e certi mugugni dei marinai – fra cui si annida “un verme”, di cui ha denunciato lui stesso la presenza con apposito manifesto – Travaglio ha suonato il piffero e vergato l’ultimo editoriale-peana, “La congiura dei fatti” (finora avevamo letto molto sulla “congiura del Fatto”, ma lasciamo andare antiche storie di sbobinature e brogliacci).

Il Direttore ricorre ad un espediente retorico vecchio come il cucco, vale a dire fare ironia su titoli di giornale riferiti a momenti e episodi specifici e poi superati dalla realtà successiva: gli sfugge – al Nostro – che i giornali parlano di ciò che succede in quel momento, e non di ciò quello che è in mente dei: e pertanto – si perdoni la banalità ma vi siamo costretti – se l’Ue minaccia la procedura d’infrazione il titolo giustamente sarà “la Ue minaccia la procedura d’infrazione”. Se poi questa verrà rinviata, o non comminata affatto, se ne darà conto, qual è il problema. Ma il Nostro ricorre alle per lui consuete citazioni di Totò per sbeffeggiare tutti, con una leggera prevalenza di Repubblica, novello Mario Appelius, grande giornalista cantore dell’Asse – “Dio stramaledica gli inglesi!” – solo che invece di Benito stavolta c’è Peppino Conte. (Condannato, Appelius venne poi amnistiato da Togliatti).

E dunque: niente procedura, lo dice anche Mattarella stavolta santificato sull’altare della propaganda – e poco importa se il problema sembra destinato a riproporsi più in là; e poi aumenta l’occupazione, non come quando c’era Renzi (quando aumentava di più); isolati in Europa? Macché, “un par de ciufoli” – lasci stare il romanesco per favore – perché “senza l’Italia non si riesce a formare la Commissione”, notazione che evoca alla lontana il celebre “spezzeremo le reni alla Grecia”. Anche qui, poco importa che ci stiano trattando come dei camerieri, e umanamente ci dispiace per il professor Conte e i Giorgetti vari.

Ma poi uno prende il Corriere della Sera, non esattamente un quotidiano d’opposizione, e scopre che l’ultima seduta del Consiglio dei ministri è stata una farsa, Di Maio manco ci è andato e Salvini ha fatto una sfuriata prima di andarsene pure lui. Leggiamo costernati – avevamo letto prima il peana di Travaglio – che su Ilva, Autostrade e quant’altro i due partiti di governo sono spaccati, e che alla chetichella hanno varato una manovra correttiva lacrime e sangue da 7,6 miliardi. Già, perché i conti non tornano e Tria è disperato, mentre i due vicepremier promettono bellamente di spendere e spandere soldi che non hanno.

E sulla trattativa europea, come volevasi dimostrare, ad avere le carte in mano sono le famiglie dei socialisti, dei popolari e dei liberali, quelle che dovevano essere spazzate via da un’ondata simil-gialloverde su scala continentale: e invece il M5s non se lo raccatta nessuno e la Lega visegradiana pare più un gruppo di guasconi arruffapopolo pure di minoranza piuttosto che un’aggregato politico.

Ma il Direttore tutto questo se lo dimentica. Non può appoggiare Salvini – tranne che sull’immigrazione, hai detto niente – non può accarezzare più di tanto il pelo arruffato e sgualcito dei Cinque Stelle cui ha retto la scala per anni: la terza via è il contismo, la garanzia della bonaccia. Già, il Direttore se lo ricorda Calvino? “Adesso, in quella gran bonaccia, questi discorsi di sparatorie e d’abbordaggi erano solo un modo di trastullarci aspettando chissacché; una levata di libeccio, un fortunale, addirittura un tifone… Perciò gli ordini erano che non dovessimo neanche pensarci, e il capitano ci aveva spiegato che la vera battaglia navale era quello star lì fermi guardandoci, tenendoci pronti…”

Ecco, Travaglio ha ormeggiato, si affaccia sulla tolda e canta “viva il governo!”. E un bicchiere di rum, come cantavano i bucanieri che a modo loro però di coraggio ne avevano.

 

 

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