Il grande business dei falsi: 5mila euro per una fake news

Focus

Il mercato funziona perché «sui social le notizie che fanno più condivisioni sono quelle che creano rabbia»

Il problema non è nuovo. La campagna elettorale americana lo ha elevato ad emergenza dopo aver messo sotto inchiesta la Silicon valley e i social network che vi fanno base e che sono la benzina e il moltiplicatore, anche economico, delle fake news. Dietro il mercato delle false notizie, oltre ad una fisiologica disinformazione che in una certa misura è tra le armi più antiche al mondo, c’è soprattutto un vero e proprio mercato, un business già ribattezzato fakenews-onomics. Che ruota intorno a due principi e una considerazione: un minore rigore intellettuale da parte dei cittadini-lettori-elettori; l’informazione che è «un fenomeno di contagio» (cit. Alessandro Vespignani, fisico docente alla NorthEastern university e autore del libro “Evolution and structure of the Internet”). È la considerazione che fa più male: una crisi più vasta di credibilità degli organi di informazione tradizionale.

A proposito dei cittadini-lettori-elettori, dice Paul Horner, il più prolifico inventore di notizie false diffuse dai social durante la campagna elettorale americana: «Onestamente oggi le persone sono più stupide. Vogliono solo far circolare contenuti sui social. Nessuno controlla più niente. È così che Trump è stato eletto. Quando poi le sue sparate si sono rivelate spazzatura, alla gente non è importato nulla perché ormai aveva già digerito quelle cose trasformate in verità. È spaventoso. Mai visto nulla di simile». Circa il sistema dei media tradizionali, la parola spetta a Kenan Malik, studioso di multiculturalismo ebraico che sul New York Times ha scritto: «La novità è che i vecchi guardiani delle notizie hanno perso il loro potere. Così come le istituzioni d’élite hanno perso la loro presa sull’elettorato ». Non solo: le discussioni più accese e seguite sui social seguono soprattutto flussi identitari, superando le vecchie categorie politiche e partitiche. Post verità e fake news occupano da mesi il dibattito di studiosi, ricercatori, osservatori, giornalisti e addetti ai lavori mentre la cronaca “regala” continuamente casi-campione: da Hillary Clinton adepta di una setta satanica con il suo capo campagna John Podesta (perché in una mail si parlava di spirit cooking) alla sparatoria a Washington in una pizzeria dove il 28enne Edgar Maddison Welch era convinto di trovare un centro di sfruttamento della prostituzione minorile gestito sempre da Hillary e il povero Podesta; da Gentiloni che appena insediato a Palazzo Chigi disse agli italiani «vi lagnate sui social e poi fate la fila per acquistare l’ultimo Iphone» – un post che fece 43 mila condivisioni in poche ore, la notizia più letta in Italia quel giorno –alla quasi guerra nucleare tra Israele e Pakistan provocata da Awdnews.com noto sito di bufale. Per non dire di tutte le fake messe in circolazione sui vaccini. Non è un caso se oggi, chiunque debba iniziare per qualsiasi motivo una terapia, è invitato dai medici a non consultare Internet.

Ora, tutto questo è un gigantesco mercato e addirittura un modello di business, la fakenews-onomics appunto. Su “BuzzFeed”, che ha inventato l’informazione che fa perno sull’ansia condivisoria dell’utenza (i cosiddetti gattini che è dimostrato facciano fare molti più clic di sederi e seni prosperosi) ma è rimasto un sito e una fonte molto serio sull’informazione digitale, quasi una bibbia, si legge: gli spammer stanno rubando quasiasi contenuto che spinga le impression e faccia aumentare i ricavi degli annunci pubblicitari perché i clic e i dollari sono gli stessi indipendentemente dalla motivazione (ideologica, ndr)… Questo fenomeno contribuisce a far sì che la disinformazione sulla politica americana sia oggi un’opportunità di business internazionale». È stato rilevato il momento in cui i lettori delle false notizie hanno superato quelli delle notizie diffuse dai media tradizionali (vedi grafico in pagina).

fakenews

 

Un’analisi di Craig Silverman per “BuzzFeed” ha dimostrato che le 20 false notizie più diffuse su Facebook tra agosto e il voto Usa, hanno sopravanzato e di parecchio i 19 maggiori siti di informazione. Dimostrato questo, la prospettiva di guadagno è evidente. Nei mesi prima del voto sono proliferati nei paesi dell’est, dalla Macedonia alla Bulgaria, decine e decine di siti specializzati nel lanciare notizie fasulle. Alcuni studenti hanno dichiarato di poter guadagnare anche 10mila dollari al mese con gli ads (pubblicità) di Google su finti titoli. Chi analizza il sentiment sulla Rete spiega che le notizie che vanno di più sono quelle che «solleticano la reazione emotiva, possibilmente divisiva, lo scandalo e la riprovazione».

C’è chi sta provando a misurare quanto vale una fake news. Cameron Harris, 23 anni, di Annapolis, appena laureato, nel 2016 ha incassato 5mila dollari in pochi giorni inventando una fakenews relativa al ritrovamento di una decina di casse piene di schede truccate da Hillary Clinton. Pochi giorni prima aveva acquistato, con 5 dollari, un dominio diventato subito un sito, «Christian Times». Lì sopra ha pubblicato notizia e foto. Il resto lo ha fatto il sentiment dei cittadini-lettori-elettori: un botto di clic. Così il giovane Harris ha venduto spazi pubblicitari e in breve «Christian Times» è stato valutato 125mila dollari. La vendita del sito non è andata in porto per via delle denunce e le multe a Google che non ha vigilato. E però nella tasche del neolaureato sono rimasti 5 mila dollari. Non è stato ancora possibile, e mai lo sarà, calcolare quanto hanno incassato in pubblicità i 140 siti di news aperti a Veles in Macedonia nei mesi precedenti il voto Usa. Certo hanno rappresentato un modello economico da studiare. Restando in Italia, la galassia dei siti che ruotano intorno ai 5 Stelle sono un modello vincente di clic e soldi grazie ad un mix sapiente di fakenews e verità mirate. Silicon valley è all’opera per studiare anticorpi e difese al mercato delle fake, dai bollini qualità sulle news (Google) ai post di debunking (che correggono) ai siti di fact checking, dai tag alla piattaforma CrossCheck (che sarà usata per le elezioni francesi). Se vogliamo, anche questo è un nuovo business. La truth-economy contro la fakenews-conomy.

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