Il referendum sul Jobs Act, la nuova incognita del governo Gentiloni

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Il ministro Poletti evoca le elezioni anticipate per liquidare il problema referendum, ma la minoranza Pd è contraria: “Necessario intervenire subito sul Jobs act”

Una nuova data va a minare le certezze del neonato governo Gentiloni. Si tratta dell’11 gennaio 2017, giorno in cui la Corte costituzionale esaminerà nella camera di consiglio l’ammissibilità delle richieste relative a tre referendum abrogativi su disposizioni in materia di lavoro, comprese misure presenti nel Jobs Act.

Una data che da molti viene letta come un nuovo ostacolo per l’esecutivo, ma che dal titolare del ministero del Lavoro è stata liquidata in fretta. “Se si vota prima del referendum il problema non si pone”, ha detto Giuliano Poletti per poi precisare che “con un governo che fa la legge elettorale e poi lascia il campo, questo è lo scenario più probabile”.

Sulla carta Poletti ha ragione, i tempi sono questi: una volta che la Consulta darà l’eventuale via libera ai quesiti, spetta al governo, attraverso il Consiglio dei ministri, individuare una data che deve cadere in una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno. Dopo di ché il referendum verebbe indetto da un decreto del Presidente della Repubblica.

Solo in due casi il governo potrebbe evitare le urne referendarie. La prima, la più ovvia: se il Parlamento modificasse le leggi interessate prima del referendum, la consultazione verrà annullata. La seconda è quella che prefigura il ministro appena riconfermato da Gentiloni: in caso di voto anticipato la consultazione referendaria verrebbe sospesa, per legge, e rinviata a 365 giorni dopo il giorno delle elezioni per evitare una sovrapposizione delle campagne elettorali per le elezioni e per il referendum.

Un’ipotesi questa che non piace alla minoranza Pd. “Più che invocare le urne per evitare che si svolga il referendum, – ha replicato Roberto Speranza – è necessario intervenire subito sul Jobs act, a partire dai voucher”. Ancora più netta la richiesta che arriva da Sinistra Italiana che rimette in ballo l’articolo 18: “Se il governo e la maggioranza – ha commentato Nicola Fratoianni – vogliono evitare i referendum hanno una sola strada: cancellare i voucher e reintrodurre l’articolo 18 nelle modalità chieste dai quesiti”. Altrettanto critico è il commento della Cgil che ha promosso la consultazione. Per Susanna Camusso insistere sullo slittamento del referendum significa: “Non avere il coraggio di affrontare i problemi” e poi, aggiunge, “rinviando non si risolve il problema”.

Le richieste di referendum, già vagliate dall’Ufficio centrale della Cassazione, riguardano le disposizioni in materia di licenziamenti illegittimi e quelle inerenti il lavoro accessorio contenute nel decreto legislativo n.23 del 4 marzo 2015, il cosiddetto Jobs Act, nonché la norma, contenuta nel decreto legislativo n.276 del 2003 (attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro), riguardanti la responsabilità solidale in materia di appalti.

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