Il viaggio forse più difficile: il messaggio di pace del Papa al Cairo

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“Violenza e fede sono incompatibili”

Fra terrorismo, fondamentalismo, guerre, violazioni dei diritti umani, conflitti civili e bisogno disperato di pace, Papa Francesco ha deciso di andare per due giorni in Egitto per uno di quei viaggi brevi e difficili che segnano la storia di un pontificato.

Al Cairo ha fatto subito visita alla celebre università sunnita di Al Azhar dove è stato accolto dal grande imam Al Tayeb; quest’ultimo è diventato nel corso degli ultimi due anni, interlocutore privilegiato della Santa Sede non solo nell’alleanza contro la violenza dell’estremismo di matrice islamica (giudicato ormai una forma di eresia da molte autorità musulmane, più ideologia che religione) ma per affermare, al contempo, che il mondo islamico ha bisogno di maturare una nuova coscienza di sé aprendosi al principio di cittadinanza, di una convivenza fra diversi fondata sulla legalità.

Il tentativo di riconnettere la tradizione islamica moderato-conservatrice con la modernità, è stato accolto con favore e rilanciato da papa Francesco, promotore a sua volta di un dialogo il cui scopo è quello di spezzare la logica della contrapposizione militare mascherata da guerra di religione per costruire una nuova forma di civiltà come egli stesso ha affermato al Cairo, “la civiltà dell’incontro”.

Papa Francesco ha tenuto due discorsi, il primo appunto ad Al Azhar, l’altro, all’Hotel al Masah, di fronte a una platea di autorità civili, politiche e militari.

Ha poi avuto anche un colloquio con Al Sisi, il presidente egiziano che si è affermato come il nuovo autocrate benevolo e sorridete dagli schermi tv che governa però la nazione col pugno di ferro.

Ne sappiamo qualcosa, vista la sorte toccata a Giulio Regeni, il cui fantasma aleggiava inevitabilmente sullo sfondo di questo viaggio; al contempo non si può dimenticare che la violenza terroristica, vero tormento per l’Egitto, ha colpito duramente e di recente – ad Alessandria e Tanta – la comunità copta fino a minacciare la vita di papa Tawadros II (che ha avuto un importante incontro con il Papa).

Francesco tuttavia non si è scoraggiato e ha detto parole di una chiarezza esemplare ad Al Azhar: “Oggi c’è bisogno di costruttori di pace, non di provocatori di conflitti; di pompieri e non di incendiari; di predicatori di riconciliazione e non di banditori di distruzione”. “Si assiste con sconcerto – ha aggiunto – al fatto che, mentre da una parte ci si allontana dalla realtà dei popoli, in nome di obiettivi che non guardano in faccia a nessuno, dall’altra, per reazione, insorgono populismi demagogici, che certo non aiutano a consolidare la pace e la stabilità: nessun incitamento violento garantirà la pace, ed ogni azione unilaterale che non avvii processi costruttivi e condivisi è in realtà un regalo ai fautori dei radicalismi e della violenza”.

Non solo: il Papa è tornato a battere su un tasto che gli è particolarmente caro, ovvero le cause sociali della guerra: “Per prevenire i conflitti ed edificare la pace è fondamentale adoperarsi per rimuovere le situazioni di povertà e di sfruttamento, dove gli estremismi più facilmente attecchiscono, e bloccare i flussi di denaro e di armi verso chi fomenta la violenza. Ancora più alla radice, è necessario arrestare la proliferazione di armi che, se vengono prodotte e commerciate, prima o poi verranno pure utilizzate”.

Per questo “solo rendendo trasparenti le torbide manovre che alimentano il cancro della guerra se ne possono prevenire le cause reali”. Su questo versante forte è stato il richiamo alla comunità internazionale: “A questo impegno urgente e gravoso – ha infatti proseguito Bergoglio – sono tenuti i responsabili delle nazioni, delle istituzioni e dell’informazione, come noi responsabili di civiltà, convocati da Dio, dalla storia e dall’avvenire ad avviare, ciascuno nel proprio campo, processi di pace, non sottraendosi dal gettare solide basi di alleanza tra i popoli e gli Stati”.

L’Egitto, nelle parole di Francesco, in entrambi i discorsi,  è stato chiamato a un protagonismo reale nella regione, il Papa ha chiesto alla leadership del Paese di uscire dall’ombra, di accettare la sfida di una presenza che parli una lingua diversa da quella delle armi e della violenza.

Discorso difficile, che potrà essere valutato come troppo diplomatico o poco realistico, addirittura compiacente; ma in realtà si tratta del riconoscimento del ruolo chiave che il Paese ha avuto e può tornare ad avere nell’intero Medio Oriente in una prospettiva che rompa la sequenza di morte e conflitti. Una richiesta non da poco, una sfida alta e non facile da raccogliere.

Il tema dei diritti umani,inoltre, è stato citato esplicitamente ad Al Azhar, con il mondo politico il Papa ha usato l’espressione “diritti inalienabili”, associata all’espressione “uguaglianza tra tutti i cittadini”; definizione che, pur nella sfumatura diplomatica, è molto simile.

E proprio di fronte alle autorità civili, riferendosi alla grande tradizione politica dell’Egitto, il Papa prima ha citato il motto della rivoluzione nasseriana “La fede è per Dio la patria è per tutti”, a dimostrazione “che si può credere e vivere in armonia con gli altri, condividendo con loro i valori umani fondamentali e rispettando la libertà e la fede di tutti”. Quindi ha affermato: “La pace è dono di Dio ma è anche lavoro dell’uomo. È un bene da costruire e da proteggere, nel rispetto del principio che afferma la forza della legge e non la legge della forza” messaggio che certamente è stato compreso.

Forti e ripetuti, poi, i riferimenti ai fratelli cristiani a cominciare dai copti ma senza dimenticare le molte altre componenti e comunità, segno di un ecumenismo e di una fratellanza non formali, sentiti, vissuti come condivisione di una condizione che non di rado è di sofferenza; allo stesso tempo Papa Francesco ha ricordato che i cristiani sono parte integrante della società egiziana in un crogiolo di varietà che costituiscono la ricchezza umana e sociale del Paese.

E appunto in tale prospettiva, il messaggio del Papa ha assunto la dimensione di uno scarto rispetto al presente, proponendo in un’area del mondo scossa da violenze senza fine una strada diversa.

Ancora ad Al Azhar, di fronte a leader religioni musulmani e di altre fedi, Bergoglio ha affermato: “Educare all’apertura rispettosa e al dialogo sincero con l’altro, riconoscendone i diritti e le libertà fondamentali, specialmente quella religiosa, costituisce la via migliore per edificare insieme il futuro, per essere costruttori di civiltà. Perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è l’inciviltà dello scontro”, così i leader religiosi sono chiamati a dire “un un no forte e chiaro ad ogni forma di violenza, vendetta e odio commessi in nome della religione o in nome di Dio. Insieme affermiamo l’incompatibilità tra violenza e fede, tra credere e odiare. Insieme dichiariamo la sacralità di ogni vita umana contro qualsiasi forma di violenza fisica, sociale, educativa o psicologica. La fede che non nasce da un cuore sincero e da un amore autentico verso Dio Misericordioso è una forma di adesione convenzionale o sociale che non libera l’uomo ma lo schiaccia. Diciamo insieme: più si cresce nella fede in Dio più si cresce nell’amore al prossimo”.

 

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