Il Vudù rétro degli Air

Focus

Il duo francese festeggia i 22 anni di carriera con un tour internazionale

I francesi la sanno lunga. Spira infatti da oltralpe quel vento nuovo che, dalla seconda metà degli anni novanta, rivoluziona la musica pop. Tutto accade grazie a una piccola magia, capace di evocare il passato per aprire squarci di futuro. Una formula che i due ex studenti universitari Jean-Benoit Dunckel e Nicolas Godin utilizzano per lanciare i propri incantesimi con disinvoltura. Si tratta di rispolverare alcuni linguaggi considerati desueti, dalla musica di Serge Gainsbourg alle sonorità lounge, da certe colonne sonore anni settanta alla fascinazione per l’elettronica alla Krafwerk, e riproporli come base per una forma canzone melodica e raffinata, ma allo stesso tempo molto “cheap” e diretta.

Con il disco “Moon Safari”, del 1998, gli Air prendono il concetto di “retrò” e lo rendono una delle categorie fondamentali dei successivi vent’anni, mostrando come i suoni apparentemente più remoti non cadano mai nell’oblio; sempre che ci sia qualcuno pronto a rileggerli con rispetto e passione. Nel loro primo album riescono a nobilitare, con piglio da artisti contemporanei, alcuni tra i generi meno in voga dell’epoca, apparecchiando davanti al mondo una specie di elettropop nostalgico e allo stesso tempo futuristico, che si finge kitsch ma nasconde un cuore nobile e sofisticato.

È una questione di alchimia: i due francesi sono diversi ma complementari. Jean-Benoit Dunckel è un matematico che ama la musica classica, trova la sua soddisfazione nell’ordine e nelle strutture geometriche; di contro, Nicolas Godin è un irregolare, ha studiato architettura e ama la sperimentazione sonora. Talmente arty da recuperare, con un tuffo carpiato di 360 gradi, una dote fondamentale: la semplicità. Il loro brano “Sexy Boy”, tanto orecchiabile quanto elegante, è una sfacciata dichiarazione d’intenti: una canzone che non si vergogna di apparire quasi sciocca, ma che nel suo essere elementare riesce a scardinare la resistenza di qualsiasi ascoltatore, diventando il tormentone che non ti aspetti. Un colpo di classe.

Gli Air festeggiano i 22 anni di carriera portando in tour, anche nella nostra penisola, la loro raccolta commemorativa “Twentyears”. Lunedì sera, la suggestiva cornice del Teatro Romano di Ostia Antica si è trasformata in un paesaggio retro-futurista, immerso nelle note del duo francese. ‘French Touch’ direbbe qualcuno, riproponendo una fortunata etichetta in voga fino a qualche tempo fa. Gli Air, infatti, non sono rimasti dei predicatori nel deserto, ma la loro rivoluzione estetica si è allargata a macchia d’olio in tutta la Francia, per poi straripare nel globo intero. Dalla fine degli anni novanta in poi, una vera e propria “French Invasion” ha scosso il mondo musicale, con un avamposto di musicisti e produttori transalpini pronti ad iscrivere il proprio nome nella storia: dai Daft Punk a Laurent Garnier, passando per i vari Cassius, Dimitri form Paris, Justice.

Se la chiave per leggere la storia dell’odierna pop music è quella della “retromania”, concetto elaborato dal critico Simon Reynolds per indicare lo sguardo rivolto al passato dei musicisti contemporanei, gli Air sono i padri di questa attitudine. Ma anche coloro che riescono a non cadere nella sterile riproposizione di stilemi ormai superati. Nella messa in scena di un modernariato che odora di epoche indefinibili, sospeso tra videogiochi vintage e sintetizzatori analogici, fluttuante nel limbo di una fantascienza psichedelica e rudimentale, il duo francese compie un personalissimo rito Vudù: rivitalizzare ciò che nella storia del costume sembrava accessorio, per costruire la propria inconfondibile estetica e, soprattutto, per regalare a tutti una manciata di canzoni mozzafiato.


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